Sviluppato da Blizzard Entartainment | Pubblicato da Interplay | Piattaforme PC-MS DOS, Mac, SNES, Sega 32X | RIlasciato nel 1994 (PC, MAC), 1995 (SNES, 32X)
Blizzard così piccola, Interplay ancora (per poco) così grande, tempi remotissimi.
Blackthorne, altrimenti noto come Blackhawk (mai capito perché) mi prese un bel po’, nonostante recensioni lusinghiere ma non troppo e una fama non delle più chiare.
Trama banalotta, ambientazione fantasy terra-terra che ricorda qualcosa a chi ha il senno del poi, orchi verdi, diavoloni rossi.
In chissà quale mondo parallelo il malvagio Sarlac, diavolone appunto rosso attorniato da due cuccioloni che sembrano quelli di Gozer il Gozeriano, manda un esercito di orchi variopinti a conquistare il castello del re degli Androthi (cioè degli umani: siamo videogiocatori, abbiamo fatto l’occhio ai grecismi ganzi no?) e ad assoggettarne il popolino. Il re fa giusto in tempo a far teletrasportare il figlio Kyle dal mago di corte in un luogo relativamente sicuro, vale a dire il nostro mondo (l’emergenza sicurezza ancora non c’era, sapete). Passano gli anni e Kyle, acquisito il nome di battaglia di Blackthorne senza alcun motivo apparente, ramingo per l’Arizona o giù di lì e intamarrito a dovere, mentre fa l’autostop con uno zaino, un fucilone e una borsa piena di sogni (?) viene teletrasportato indietro e si ritrova in un’amena rete di caverne rinverdite e munita di cascatelle assortite che ricorda Risky Woods, o Actraisers o comunque i primi stage del primo platform fantasy che vi viene in mente. Forse ricordando il suo retaggio o forse no, si mette in marcia col cannone spianato (lo zaino è rimasto indietro, i sogni pure).
Blackthorne offre un’azione platformica flemmatica e di poca o nessuna novità: si staglia netto il ricordo dell’immortale Flashback (le movenze disponibili per lo più sono le stesse, sebbene non con quella storica, indimenticabile fluidità) mentre nei panni del principino con anfibi, maglia strappata e capello bisunto dialoghiamo con prigionieri Androthi che non fanno molto fuorché lamentarsi (e che si possono accoppare senza alcuna conseguenza, nemmeno impressionando i simili loro accanto), recuperiamo oggetti che vanno ad infoltire un piccolo inventario sempre presente a lato e dal quale selezionare gli oggetti da associare al tasto “usa” (quello di Flashback andava richiamato manualmente, ma il concetto è lo stesso) ed esploriamo livelli di media intricatezza e provvisti di enigmi di modesto livello, consistenti fondamentalmente nell’avere l’aggeggio giusto al momento giusto. Il ciarpame utilizzabile consterà di bombe a mano per aprire varchi, bombe di prossimità per ripulire terreni minati, bombe-vespa teleguidate per distruggere dispositivi irraggiungibili, levitatori che permettono di raggiungere piattaforme altrimenti troppo elevate, fiale per recuperare salute, chiavi per attivare ponti di energia e, per finire, chiavi e basta.
I nemici constano di creaturame poco variegato, e principalmente di orchi che rimandano ampiamente ai Grunt di Warcraft, solo armati di fucile. Gli scontri si svolgono a un ritmo compassato che ricorda i duelli di Prince of Persia, se non per il fatto che qui sono sempre a distanza e che accade saltuariamente che gli avversari cui far fronte siano due o tre. Oltre a far fuoco col fucile, inizialmente di disperante lentezza, possiamo produrci in uno sparo all’indietro alquanto stiloso ancorché reso vano da qualche frame di troppo (si fa prima a voltarsi e sparare normalmente) e soprattutto ripararci dal fuoco nemico appiattendoci contro lo sfondo: dal momento che i nemici possono fare lo stesso, gli scontri consisteranno essenzialmente nello stare coperti in attesa che l’avversario, cessato il fuoco e non ancora copertosi a sua volta, si palesi in quell’attimo fecondo in cui potremo rispondere efficacemente per le rime. Attimo che si farà sempre più fuggente man mano che i nemici passeranno ad essere Androthi corrotti con pistole semiautomatiche e orchi provvisti di fucili a ripetizione. Se non altro anche la nostra arma andrà a migliorare, aumentando potenza e volume di fuoco – ed essendo emblema virile prima ancora che ordigno bellico, i proiettili non saranno mai un problema.
L’azione si declinerà così, condita da poche nuove minacce mostruose e da varianti di quelle già incontrate, per quattro mondi (le caverne di cui sopra, una foresta bigia, una pietraia con città diroccata sullo sfondo, la fortezza di Sarlac) suddivisi in quattro stage ognuno, e al termine di ciascun mondo incontreremo un’entità dalla saggezza e dal potere ultrareclamizzati ma che non farà altro che allungare la nostra barra di energia e teletraspostarci nel mondo successivo senza dirci alcunché di pregnante. Infine eccoci alla stanza del trono di Sarlac, dall’aspetto minacciosissimo ma che si rivelerà ben presto un discreto frescone.
Insomma un buon platform con tutte le cose al loro posto, che finii volentieri ma che forse non meriterebbe tanto dispendio di parole, se non fosse che…
Da come l’ho descritto sembra parecchio derivativo, e in effetti lo è. Ma non si tratta semplicemente di questo.
Blackthorne è un tamarrone che irrompe nel fantasy idealista del bel platform che fu, ma si rivela per ciò che è soprattutto nel momento del trionfo: stravaccato sul trono, vestito al solito modo ma con addosso le insegne regali, un’odalisca adorante al fianco.
Blackthorne non è solo fortemente ispirato alle sue fonti classiche, è offensivamente ostensivo nell’esserlo. Nei modi della rappresentazione ludica è smaccatamente, fastidiosamente camp.
Certo, non ci sono ancora le trame farraginose e stucchevolmente avvitate di Warcaft e Starcraft, a cui manca solo un cammeo di Grecia Golmenares o di Ron Moss, che in qualche modo cercano di insaporire il brodo ma lo rendono giusto più duro da digerire. L’estetica non era ancora kitsch e caricata in maniera degna dei peggiori album degli Yes.
Ma Blackthorne, Cassandra a cui nessuno diede retta, era già Blizzard Entertainment nella sua essenza più pura.
Da ricordare: Lo sparo all’indietro. Così tamarro, così inutile.
Giudizio: Buon platform, a prescindere dalle mie stronzate.
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gli Yes lasciali stare.
Perché dovrei? A parte i peggiori album mi piacciono un casino.
giocone! ricordo in 2 floppy, praticamente era flashback con il sangue in salsa warcraft
per via degli orchi
Uh, oh! Mai sentito! Mi vergogno un po’.
Perché dovrei? A parte i peggiori album mi piacciono un casino <—–
ah, ok, da come scrivevi pareva ce l’avessi con tutta la loro produzione.
Pazzesco. Sei tornato a recensire. Pazzesco. Un bell’applaus’ per la bisuntaggine del crine, ma secondo me NON meritava, benché fosse Blizzard e “formalmente” ben realizzato. Semplicemente troppo finto, lento, legnoso (anzi, infierirò, per me faceva abbastanza cacare anche Rock N’Roll Racing per SNES & C., niente curriculum immacolato, quindi :P). Mediocre non perché clonazzo, ma perché senz’anima (un po’ quel che si diceva delle console… ah, no, non c’entra un guazzo).
aveva una magia sgravata dall ignoranza. l’ho adorato anche in pausa,ed in 30anni di videoludo reminiscentis, poche altre volte. non amo warcraft, ma quando blizzard era ancora blizzard.
oh cavolo, è bello leggerti ancora.
Arrotino e umbrellaio, pensavo di aver fatto intendere che per me l’essere Blizzard non è propriamente un pregio (anche se il gioco mi piacque anche perché allora li stimavo assai – non credo che mi andrebbe di riprenderlo, comunque, visto oltretutto che mi aspetta la cartuccia SNES di Flashback che è tutta un’altra cosa).
Purtroppo, come le altre volte, mi sono in parte abbandonato al consiglio per gli acquisti secondo obiettività (resta il fatto che è un gioco che può piacere a molti); è un difetto che devo sistemare.
Oddio, l’avevo quasi dimenticato!
Uno dei titoli che meno mi colpirono per SNES ma che aveva abbastanza personalità da farmi pensare “Ma sì! La versione tamarra di Flashback che avevo su SNES!”
Non mi ricordo nulla di trama e level design ma mi sembra proprio di averlo finito e di essermici pure divertito. Certo, allora avevo altri giochi per le mani (Donkey Kong Country su tutti), ma questo non era affatto male, nonostante i difetti che lo riportano nella mediocrità.
Sì, intuibbi.
Che poi obiettività non vuol dire un guazzo, o almeno viene inteso come “la ggente e i recensori prezzemolati dicono che Diarrea Sciolta Simulator è un grandissimo gioco, quindi puoi argomentare quanto ti pare, ma se vuoi stroncarlo non puoi farlo più di tanto, neanche usando badilate di vasellina ecc.”
Beh, io lo intendo nel senso “Sciolta Simulator mi fa sboccare quello che ho mangiato ieri l’altro ma capisco che questo o quell’elemento in effetti può fare impressione a chi ha palati diversi dal mio e quindi è meglio farlo notare”.
Ma anche così resta una cosa evitabile, mi rendo conto =P
E certo, me lo ricordo e mi aveva tentato spesso. Mi pare non sia stato recensito da rg.it, quindi complimenti al Lambo per l’esclusiva e il suo piglio letterario.
Ci sarebbe da fare uno specialone sull’interessante storia di Blizzard. Cose come Rock & Roll Racing o Lost Vikings non vanno dimenticate.