Gennaio con Geralt di Rivia

Ho incontrato Geralt di Rivia solo in questo inizio di Gennaio. Un po’ in ritardo forse, ma ne è valsa la pena. Devo ammettere che con Geralt non è andata subito benissimo. Dopo poche ore con The Witcher, quando alla fine del primo capitolo il witcher albino arringa la folla con una rabbia, un fervore, un pregiudizio che uno Shepard qualunque non avrebbe mai potuto dimostrare, nemmeno a cercare tra le migliori, schematiche risposte preconfezionate a sua disposizione, si capisce subito che c’è una rottura con i canoni classici del protagonista-guscio che si comporta come un burattino nelle mie mai. Geralt è incazzato a morte, parla di genocidio, parla di uccidere donne e bambini.

E io non posso fermarlo.

All’inizio la personalità di Geralt è invadente: non si piega ai miei voleri, prende l’iniziativa nei dialoghi e spesso, quando mi chiama in causa per aiutarlo nelle sue scelte, mi fa pensare. Non ho davanti le tre alternative buono/neutrale/cattivo, le conseguenze delle azioni dell’albino sembrano non avere alcun risultato nel breve termine. Solo con il tempo imparo a capire che non è negli altri che devo cercare un effetto, ma in Geralt stesso.

Dopo qualche ora è chiaro che io non sarò mai Geralt, al massimo sarò il suo psicoanalista. Traumatizzato dalla resurrezione, disorientato dai tanti amici che lo vogliono aiutare, incapace di apprezzare la sua natura come un tempo, Geralt si riscopre uomo, oltre che uno scherzo di natura ammazzamostri. È forse proprio in questa profondità che il Geralt videoludico ha una dimensione letteraria maggiore del Geralt dei libri: inzia con un’angoscia esistenzialista e finsice la sua avventura attanagliato dal dilemma morale dettato da una sorta di responsabilità storica. Il personaggio cresce, diventa adulto perde la foga del cacciatore di abomini e si interroga spesso su chi siano realmente i cattivi in un mondo in tumulto. La sua vana ricerca della schematizzazione etica tipica del genere è una metafora che ne suona la campana a morto.

Anche nella relazionalità Geralt è molto diverso dai personaggi-guscio a cui sono abituato: ha un ingombrante passato, relazioni irrisolte, amori mai corrisposti, diversi scheletri nell’armadio. Esiste! I comprimari hanno una dimensione che prescinde dalle meccaniche ludiche. Non sono contrappesi per bilanciare i limiti di un sistema di gioco, ma sono valvole per far sfogare il protagonista ed imparare a conoscerlo meglio. Sono anche delle ottime leve per muovere la storia, certo, ma lo fanno senza costringermi a lunghe sessioni di condiscendenza ipocrita per ottenere gli aiuti o i favori sperati. Su questo terreno, dopo le incertezze inziali, Geralt si muove con molta disinvoltura e i suoi compagni fanno altrettanto. Non lo aspettano alla base pendendo dalle sue labbra ma agiscono autonomamente, perché il mondo da salvare è anche il loro. Soprattutto il loro.

Con queste premesse non mi ha stupito più di tanto che il tema eroico sia stato messo in sordina. Geralt è una leggenda vivente, certo. All’inizio il suo aspetto da uomo oggetto come solo nei peggiori cicli fantasy ha risvegliato in me gli stessi pregiudizi nutriti nei confronti di una certa archeologa tettona. Ma nonostante tutto Geralt non è mai un predestinato, non ha un promettente futuro che l’aspetta, non è assolutamente un vincente. Invidia i suoi amici, cerca vendetta così intensamente che anche io, la sua coscienza, ho avuto molta difficoltà a trovare dei compromessi. Fa anche una marea di cazzate perché, come dice Zoltan, pensa solo o con le spade o con il pisello. Il quadro corale del cast di The Witcher sposta l’eroismo su un piano prettamente personale: i compagni di Geralt sanno quello che ha passato e lo supportano sino in fondo. Anche dopo sacrifici dolorosi che li hanno toccati personalmente continuano a rispettarlo per il dramma interiore con cui convive, piuttosto che per le sue imprese.

Alla fine del viaggio ho dato a Geralt qualcosa di mio. L’ho aiutato a vedere il suo mondo tramite i miei occhi, l’ho aiutato a trovare un senso alle sue domande. Allo stesso modo lui ha dato a me diversi spunti di riflessione sulla natura umana. Alla fine del viaggio posso dire che, in fondo, io e Geralt siamo diventati amici e la sua irruenza ormai quasi mi piace, ha personalità.

Posso dire di essere stato Shepard tre volte, con statistiche eccellenti. Tra qualche anno di quegli Shepard non ricorderò nulla, come non ricordo nulla del protagonista di Baldur’s Gate, di GothicOblivion; nonostante comprimari e caratteristi come come Imoen, Morte, Dak’kon, Ignus e Minsc probabilmente diventeranno protagonisti delle fiabe che racconterò ai miei figli.

Non ho rimpianti nel non essere stato Geralt io stesso.

Lui è molto più bravo.

3 comments on “Gennaio con Geralt di Rivia

  1. Ottime considerazioni fondate sulla percezione emozionale e medesime motivazioni per cui i primi Call of Duty (cito davvero a caso!) sono invecchiati presto e male, mentre capisaldi della propositività radicata all’interno del rapporto giocatore-avatar-ambiente ludico continuano a far discutere a distanza di anni.

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