Cargo! – The Quest for Gravity

Piattaforme: PC | Uscito a Aprile 2011 | Pubblicato da bitComposer Games, Viva Media | Sviluppato da Ice-Pick Lodge

I buddies vivono in un mondo tutto loro fatto di balli e canti

Dopo Pathologic e The Void, Ice-Pick Lodge crea l’ennesima opera sopra le righe, alla ricerca di un’originalità nel gameplay che possa anche essere critica feroce alle forme consolidate dei titoli tripla A. Nonostante l’apparente spensieratezza dello scenario di gioco, Cargo! – The Quest for Gravity mette in scena il mondo degli umani e la perdita di gravità che lo caratterizza, una realtà decadente e senza peso che un gruppo di divinità vorrebbe ricostruire intorno a un gruppo di nani nudi e pervertiti, la cui deformità esteriore riflette quella interiore, i buddies (ma guarda un po’), dediti al solo divertimento e ignari di tutto ciò che li circonda e che non soddisfa il loro ego malato.

Insomma, sono degli idioti compulsivi che amano essere presi a calci e che per soddisfare le proprie voglie non esitano a lasciarsi sacrificare in un vulcano acceso, farsi spappolare da una turbina, lasciarsi schiacciare da dei pinguini giganti o farsi prendere a violenti calci nel culo: praticamente i videogiocatori moderni e, per estensione, l’uomo occidentale in tutte le sue declinazioni. Chi non amerebbe vivere cantando e ballando tutto il giorno?

Nei panni di un ingegnere meccanico, Flawkes, il giocatore deve lavorare per fondare la nuova realtà voluta dagli dei e ridare peso ai pezzi del pianeta che ormai orbitano intorno alla terra in totale anarchia. Per farlo dovrà svolgere diversi compiti, molti dei quali richiederanno lo sfruttamento o la protezione dei buddies. Tra le capacità di Flawkes c’è quella di costruire veicoli: sia tramite progetti prestampati, sia in totale autonomia grazie a un editor.

Persa la gravità, il mondo diventa un'insieme sconnesso di elementi associati in modo post moderno. Un affascinante e insensato cumulo di luoghi comuni che hanno perso la loro funzione originale.

Ogni veicolo è formato da diversi pezzi acquistabili dal negozio degli dei, spendendo il divertimento accumulato dai buddies. Le missioni sono piuttosto varie e vanno dal recuperare delle casse cadute in mare in seguito all’abbattimento del dirigibile di Flawkes, a delle corse sulle lande ghiacciate o al riattivare dei vulcani spenti dopo averne trovato gli ingressi sottomarini. L’importante è fare divertire i nani, costi quel che costi.

Impreciso, a tratti poco rifinito, ma eccezionalmente profondo, nonostante la patina di colori sgargianti che lo ricopre, Cargo! – The Quest for Gravity è l’ennesimo gioco frainteso di Ice-Pick Lodge che mette davanti alla critica videoludica la sua inadeguatezza a comprendere qualsiasi titolo che cerchi un approccio differente al medium. Non prestandosi bene alle futili questioni di lana caprina che solitamente riempiono gli articoli di questo settore, quelli che scrivo io compresi, è stato massacrato e derubricato con una certa sufficienza, in molti casi ignorato. Un peccato? No, cos’altro vi aspettavate?

S.T.A.L.K.E.R. Call of Pripyat

Sviluppato da GSC Game World | Distribuito da Koch Media | Piattaforme: PC | Pubblicato Febbraio 2010| Sito ufficiale

Con S.T.A.L.K.E.R.: Call of Pripyat la GSC Game World apporta finalmente alcune delle migliorie che i fan dei due episodi precedenti (Shadow of Chernobyl e Clear Sky) chiedevano da tempo. La prima cosa che si nota è che a differenza dei predecessori, entrambi divisi in una moltitudine di territori differenti, qui ci sono soltanto tre mappe molto grandi. Quello che su due piedi potrebbe sembrare un difetto, si rivela la prima miglioria perché va ad equilibrare enormemente il gameplay eliminando il backtracking continuo e spesso ammorbante che piagava gli altri due, in cui spesso bisognava ripercorrere diversi territori prima di poter svuotare l’inventario. Ogni mappa ha un edificio di riferimento, posizionato al centro dell’area, in cui è possibile curarsi, acquistare rifornimenti di armi, cibo e medicine e, essenziale, potenziare l’equipaggiamento (dopo aver trovato dei set di strumenti ben nascosti).

Sempre pensando al backtracking, è stato reso più semplice e veloce l’accumulo di soldi, con missioni che danno ricompense più interessanti del passato e commerci più fruttuosi per il personaggio. Tutto questo si traduce in un’esplorazione più distesa, in cui il bottino acquisito diventa meno problematico da gestire e non impone continui ritorni alla base.
Per venire incontro alle critiche ricevute in passato, è stata migliorata anche la ricerca dei manufatti, meno banale di quella di Shadow of Chernobyl, ma più abbordabile di quella di Clear Sky. Le anomalie, sempre pericolosissime, sono però meno letali e sono ben localizzate sulla mappa. Il sistema di rilevamento dei segnali è rimasto lo stesso, ma con la difficoltà diminuita diventa meno frustrante infilarsi in un’area radioattiva per cercare una reliquia.

Insomma, sembra che tutti i cambiamenti apportati al gioco siano stati mirati a renderlo meno punitivo per i giocatori. Le stesse missioni sono meno generiche e non vengono create casualmente partendo da alcuni modelli predefiniti, ma sono scritte con cura e hanno una funzione attiva in termini narrativi, perché non solo consentono di ottenere corpose ricompense, ma servono anche per modificare i rapporti tra i personaggi, rapporti che determineranno il finale.

Insomma, dietro le evidenti similitudini con i predecessori si intravede un grande lavoro di raffinamento del materiale ludico. Il risultato è veramente degno di nota e permette di consigliare Call of Pripyat anche a chi aveva trovato qualche difficoltà ad approcciarsi agli altri S.T.A.L.K.E.R. a causa di alcune scelte sbagliate a livello di meccaniche di gioco.

Per il resto ci troviamo di fronte a un FPS più complesso della media, sia a livello di gameplay che di visione filosofica di sfondo all’azione. Rimange quindi la necessità tanto di fare manutenzione all’equipaggiamento, quanto di non sprecare le munizioni perché, soprattutto all’inizio, si rischia facilmente di rimanere senza. Rimane la grossa quantità di armi e corazze, tutte migliorabili in diversi modi. Soprattutto, rimane la Zona, territorio dell’ex-URSS modificato dal disastro nucleare di Chernobyl.

Come in passato, bisogna girare per i resti della ex super potenza comunista frugando nella carcassa della sua utopia. Gli scenari sono formati da paludi radioattive, edifici un tempo gloriosi ormai caduti in rovina e tana di una fauna mostruosa, macchinari agricoli in preda alla ruggine abbandonati su terreni un tempo fertili, laboratori in disuso e ponti crollati sferzati dalle radiazioni. In giro per questo sfacelo si trovano solo sciacalli appartenenti a diverse organizzazioni e gruppi organizzati. Tra questi c’è il protagonista di Call of Priapyat, militare americano in incognito che deve scoprire cosa è successo a uno stormo di elicotteri caduto nell’area. Travestito da Stalker dovrà indagare su quanto accaduto creando una rete di contatti che gli garantiscano le informazioni e gli aiuti che gli servono.
Nel corso dell’avventura, che si colloca cronologicamente dopo Shadow of Chernobyl, il giocatore viene chiamato a compiere numerose scelte. Giocare in modo superficiale non serve a niente ed è soltanto controproducente, bisogna cercare di capire lo spirito del gioco: a differenza del passato ci sono meno sparatorie – non che manchino, ma l’enfasi è posta più sull’esplorazione. Ci sono meno nemici casuali in giro per le mappe, ma più locazioni da perlustrare a dovere senza dover percorrere chilometri di strada senza vedere niente di interessante. Alcuni oggetti nascosti sono essenziali per rendere abbordabili le fasi avanzate, come i già citati kit che permettono ai meccanici di migliorare l’equipaggiamento.

Le missioni principali sono piuttosto guidate, mentre spesso quelle secondarie sono più vaghe e richiedono una maggiore dose di iniziativa personale: sono queste ultime, comunque, che danno i vantaggi maggiori e che, di conseguenza, permettono di mettere le mani sui migliori pezzi di artiglieria. Tentare lo speed run senza curarsi di nulla è da folli, perché si rischia di arrivare ad alcune missioni avanzate impreparati e sguarniti. Soprattutto la missione finale può essere sia enormemente difficile che discretamente facile a seconda dell’equipaggiamento di cui si dispone. Inoltre, perdersi le missioni secondarie significa tralasciare buona parte delle sotto trame inserite dagli sviluppatori, piccoli spaccati che danno un quadro più ampio della vita nella Zona.

Commento: pubblicato a prezzo ribassato ed estremamente raffinato rispetto agli altri due, Call of Pripyat è quello che S.T.A.L.K.E.R. avrebbe dovuto essere da subito. L’impatto complessivo è sicuramente inferiore rispetto a quello del primo episodio, vuoi per una questione meramente tecnica, vuoi perché la bellezza inquietante dello scenario è già stata esplorata in passato; ma si tratta comunque di un titolo consigliato perché capace di offrire un gameplay fresco e culturalmente diverso (i paesi dell’est stanno producendo molte cose interessanti). Se dovessi trovargli un difetto, a parte l’essere un terzo episodio, direi che manca un po’ di cura negli elementi di contorno, soprattutto nelle sequenze filmate realizzate con il motore del gioco, in cui le animazioni lasciano un po’ a desiderare. Ma per il resto mi sento di consigliarlo senza riserve, anche a quelli che non avevano digerito alcuni difetti degli altri due, qui fortemente mitigati.

https://www.youtube.com/watch?v=GhVwPGFMLq8

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