Videogiochi alla radio. Un mercato ancora inesplorato.

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Potrebbe essere l’uovo di Colombo, quell’idea semplice, ma geniale, cui nessuno ha mai pensato prima, tuttavia destinata a rivoluzionare il settore dell’intrattenimento mediatico: video-giochi alla radio. Una contraddizione in termini? Un ossimoro di un qualche artista post-industriale in vena di burle? A sentir l’ideatore, pare proprio di nò. James Cagney (così si fa chiamare il brain-manager) illustra, ad una platea equamente ripartita tra il “ma figurati” ed il “adesso ci facciamo due risate”, la sua meravigliosa visione del futuro. La prima slide sentenzia che il video ha ormai esaurito le proprie potenzialità, essendo tristemente arrivato alla soglia del fotorealismo. Perduta per sempre quella sensazione d’insostenibile gravità alla mascella inferiore nel vedere gli ultimi progressi della grafica computerizzata, all’uomo post-mediatico non resterà che tornare al passato, per ripercorrere le vecchie vie dello stupore, laddove potrebbe ancora esserci spazio per l’immaginazione. Basterà sintonizzarsi sul canale voluto, inserire la smart card, acquistare l’evento, sedersi sulla propria poltrona preferita, chiudere gli occhi. Quando partirà la narrazione, ci si troverà immersi in un fitto sottobosco di ricordi ancestrali, neurologicamente solleticati dalla voce suadente di un antico cantore, con cui si potrà interagire tramite un’apposita antenna bi-direzionale sviluppata in collaborazione con Microsoft. “Sarà un po’ come tornare nel ventre materno, in cui si udiva il mondo attraverso un filtro protettivo ed assolutamente non stressante. Ma con il valore aggiunto di poter scegliere l’evoluzione della storia.” Chi storcerà il naso additandola come una semplice riproposizione dello sceneggiato radiofonico degli anni trenta-quaranta, dovrà ricredersi, perché Cagney ha già in mente tutta una serie di periferiche per rendere l’esperienza sempre più coinvolgente. Stimolatori corticali, emettitori d’odori, tessuti vibranti. Ma perché tutta quest’avversione per l’immagine, qualcuno si chiederà. Cagney spiega che l’idiosincrasia nacque quando capì che stare ore ed ore davanti ad un monitor, per lavoro o per svago, poteva creare seri disturbi alla sfera affettiva per via degli antiestetici occhi arrossati e l’aspetto epititeliale simil-cadaverico che ne derivavano. Ride, chissà se diceva sul serio? Quando poi afferma che ha già in mente di fare un ulteriore passo indietro nella storia dell’information technology, alla ricerca di sentieri poco battuti, volendo lanciare il videogioco su tavolette d’argilla, qualche dubbio viene. “Ci si passerà la tavoletta su cui si saranno intrecciati due binari di linee parallele. Poi, con un apposito pennino fornito in dotazione, si segneranno dei cerchi e delle ics, con l’obiettivo di metterne tre in fila, in verticale, orizzontale o diagonale. Uno strategico a turni con funzioni fittil-touch. Pensiamo di brevettarlo e di lanciarlo sul mercato al prezzo concorrenziale di 99 euro.” Quando qualcuno obietta ridanciano che la tavoletta è una cosa che si guarda, Cagney chiosa sdegnato: “Ovviamente bisognerà giocare ad occhi chiusi e percepire il gioco con il solo ausilio del tatto.” Brail tris. Geniale e dal sicuro successo…a patto di non scendere sotto il miliardo di euro come budget pubblicitario.

23 commenti su “Videogiochi alla radio. Un mercato ancora inesplorato.

  1. Molto bello il concetto secondo il quale il fotorealismo è il capolinea del videogioco: il continuo correre verso questo scopo ha annichilito l’obiettivo. Ricordo che tanti anni fa lessi su una rivista (Zzap! o Videogiochi, non ricordo) che una radio locale italiana emetteva giochi a puntate per C64: si doveva registrare la cassetta e poi, sperando che la famosa vitina del Datasette fosse ben calibrata, la si caricava sul C64; un esempio di radiogame?

  2. Che cagata. L’uovo di Colombo, davvero.
    Audiofiabe, audiobook, radioromanzo erano cose che non hanno mai cessato di esistere. Il signor Cagney aggiungerà solo qualche gadget idiota e la necessità di pagare cose che adesso si possono avere gratuitamente.

  3. Urka! Non ero a conoscenza di questi giochi.

    Però su quello su tavolette d’argilla voglio il copyright…a meno che qualche assiro-babilonese non venga contattato tramite Necronomicon e mi citi in giudizio…

    Edit: una precisazione epistemologica. Il video è ineludibile. Anche un cieco dalla nascita crea immagini mentali partendo dalle sensazioni che gli arrivano dagli altri sensi.

  4. Mi sebra la versione audiobook di un librograme. Cosa che non ‘è necessariamente malvagia anzi. L’idea di sedermi davanti al camino con un qualcosa di fortemente alcolico nella mano mentre ascolto la narrazione e faccio evolvere la storia con le mie scelte un po’ mi attira….

    il resto……..bah

  5. mmmm in fondo però non è un comune gioco di ruolo da tavolo con una radio al posto di un master?

  6. Edit: una precisazione epistemologica. Il video è ineludibile. Anche un cieco dalla nascita crea immagini mentali partendo dalle sensazioni che gli arrivano dagli altri sensi.

    Qui mi sembra che tu stia parlando di spazio e ambienti, più che di video.

  7. Uhm…forse qualcuno non ha capito che non c’è mai stata nessuna conferenza stampa e che tale James Cagney è un parto della mia fantasia. Infatti, lo ho taggato come polemica perché è una presa per i fondelli dell’arte post-moderna in cui la ricerca esasperata dell’originalità conduce direttamente alla schizofrenia.

    Per quello che riguarda l’ineludibilità del video, spazio ed ambiente sono percepiti, quindi rappresentati, attraverso la costruzione di immagini anche da un nato cieco (vedi anche alla voce Quesito di Molyneux). Quindi il video è sempre presente, anche quando è coinvolto un solo senso. Forse non ne siamo consapevoli, ma abbiamo tutti capacità sinestetiche innate.

  8. Io l’avevo capito. 8)

    (Tra l’altro, quando dicevo che la definizione di “videogioco” è in parte inadeguata al medium mi riferivo anche e soprattutto a situazioni tipo OXO, il “tris” realizzato da A.S. Douglas per EDSAC, che secondo alcuni (molti?) non sarebbe un videogioco perché, pur coinvolgendo in qualche modo il senso della vista, “non ci sarebbero immagini in movimento su un vero e proprio monitor/TV, bensì solo dei led accesi”… cosa che non condivido, in quanto le conversioni degli staticissimi board game sono storicamente sempre considerate videogiochi. Stesso ragionamento se un domani facessero [chessò?] un gioco a ologrammi, o nel quale si interagisse con la macchina in modo ora inimmaginabile, senza per forza essere legati a un monitor/TV classici…)

  9. In effetti al posto di “videogioco” ci sarebbe il termine “gioco elettronico”. Per esempio. Ne coniamo un altro?

  10. Per rispondere a ABS
    è vero che si possono fare audiogiochi (avevo già letto l’articolo relativo a The Pit), ma io direi che non si può transigere dal visuale. Anche se è vero che si possono generare indipendentemente “immagini mentali” che completano ciò che è carente come dice NEO-GEO nel pezzo su bit-generation, ma trovo che un game audio-based dev’essere definito in un’altra maniera, videogioco certamente no, gioco elettronico sì (anche se è un po’ generico).

  11. Beh, intanto se è vero che si possono fare audiogiochi (ed è vero) vuol dire che per interagire con una macchina “a scopo di intrattenimento” non è indispensabile guardare uno schermo, e questo potrebbe avere degli sviluppi (i sensi sono cinque… un po’ di lungimiranza e di immaginazione 😀 , non è che non possa essere inventato null’altro a parte quello che già esiste, siamo su AL, non su “guida-all’acquisto-graficasonorolongevità” 😛 ).

    Poi, secondo me, anche gioco elettronico va bene ma è riduttivo per definire il medium, per me potrebbe essere un “videogioco” anche un titolo dove vai semplicemente in giro per la città senza scopo, senza uccidere, risolvere enigmi, sorbirti dialoghi preconfezionati e tutto il resto. O qualcosa di ancora più estremo e distante dal concetto di (video)gioco attuale.

  12. No, è solo il primo nome pescato con funzione random nel mio molle-disk.

    Ribadisco il concetto: il video è ineludibile. Anche una persona cieca dalla nascita, toccando una forma qualsiasi, crea un “video a colori” di quella forma. Per cui, se mettessimo un cieco dalla nascita a giocare a Sex Files, questa persona giocherebbe comunque ad un videogioco, perché la voce di Selen creerebbe un’immagine nella sua mente, magari molto lontana dalla procacità della nota pornostar, ma comunque e sempre, nei secula secolorum, un’immagine. Vorrei infatti ricordare che l’etimologia ci dice che quella che il nostro cervello produce è sempre e solo un’imitazione, anche quando guardiamo uno schermo LCD.

  13. Questo è OK. Quello che “contesto” è che le immagini nel cervello si debbano produrre *per forza* guardando un display video, e non per esempio uno tattile o con gli “audio giochi” (che non sarebbero “videogiochi” secondo Mando, mentre per me sì… come detto, ritengo sia “inadeguato” il nome affibiato al “giovane” medium per i motivi precedentemente illutrati).

  14. Stiamo dicendo la stessa cosa. L’immagine si genera sempre, quindi la tua contestazione è fuori luogo, visto che il cieco NON guarda il display video ma “vede” comunque una serie di fotogrammi indotti dalla percezione di qualcosa che è al di fuori di sé.

    Appurato questo, la questione del nome viene meno. Posso prendere uno yo-yo, darlo in mano al solito sfigatissimo cieco dalla nascita ed avrò sempre una persona che gioca ad un videogioco, mentre non potrò mai avere qualcuno che gioca solamente ad un audio-gioco o ad un gusto-gioco. Non c’è niente da fare: il nostro cervello è un generatore di ologrammi.

  15. Stiamo dicendo la stessa cosa. L’immagine si genera sempre, quindi la tua contestazione è fuori luogo, visto che il cieco NON guarda il display video ma “vede” comunque una serie di fotogrammi indotti dalla percezione di qualcosa che è al di fuori di sé.

    Stavo “contestando” quello che ha detto Mando, cioè “l’audiogioco non è un ‘videogioco’”.

    Appurato questo, la questione del nome viene meno.

    Per quanto mi riguarda, no, perché:

    1) “video”, usato in questo contesto, viene storicamente ricollegato non alle immagini generate mentalmente ma molto più terra-terra al fatto che si usufruisca del medium su un monitor/TV (c’è perfino una sentenza di tribunale che dà ragione a Baer, il padre della console Magnavox, su questo, mi pare… addirittura nemmeno “Tennis for two” che “girava” sull’oscilloscopio di Highinbotham sarebbe un videogioco, in teoria); e rimando al mio secondo commento per ulteriori delucidazioni;

    2) “gioco” lo considero quantomeno riduttivo, in quanto il medium non si esaurisce *necessariamente* nel giocare, perlomeno in modo “canonico”, nel senso che è sempre stato dato al termine, e andando avanti questo secondo me diventerà sempre più evidente (già noto un certo imbarazzo a definire Second Life: gli “hardcore gamer” ovviamente lo schifano e sostengono che non sia un videogioco, ma personalmente questo lo vedo più come un modo per esprimere disprezzo e distacco, per dire “guardate che noi videogiocatori non siamo come quelli che ‘giocano’ a SL!! guardate che i videogiochi sono molto meglio di quella porcheria nazionalpopolare!”; inutile dire che per me invece fa parte della “grande famigghia” dei “videogiochi”, non in senso stretto, certo… ma è appunto per questo che dico che il nome è inadeguato a definire il medium).

  16. 1) Immagini generate mentalmente? Ne esistono di altro tipo?

    2) La realtà non è altro che una simulazione, un’illusione, un divino passatempo…un gioco, appunto. La radice, pare, sia la stessa. Se poi si vuole volare bassi, allora, sì, i videogiochi sono quelle cose che trovi nei negozi di elettronica e che costano tot euri. Fate voi. Io ritorno in quota…ehi, Visnù, come te la passi laggiù?

  17. [per me potrebbe essere un “videogioco” anche un titolo dove vai semplicemente in giro per la città senza scopo, senza uccidere, risolvere enigmi, sorbirti dialoghi preconfezionati e tutto il resto]

    Sì, probabilmente sì, l’accezione “ludica” che tu vuoi mettere in crisi con il tuo enunciato secondo me è molto meno labile di quella di “video”. Il “ludere” non è per forza legato al divertimento giocoso (“fun”) in senso stretto (derivato da un sistema di regole e situazioni ludiche ben determinate). E qui si potrebbe citare chiunque da Huizinga fino a Goffman. Ma non è obbligatorio XD

  18. 1) Immagini generate mentalmente? Ne esistono di altro tipo?

    Intendevo: “non viene ricollegato al tuo discorso sul cervello che genera comunque delle immagini ecc. bensì…”.

    2) La realtà non è altro che una simulazione, un’illusione, un divino passatempo…un gioco, appunto. La radice, pare, sia la stessa. Se poi si vuole volare bassi, allora, sì, i videogiochi sono quelle cose che trovi nei negozi di elettronica e che costano tot euri. Fate voi. Io ritorno in quota…ehi, Visnù, come te la passi laggiù?

    Sì, probabilmente sì, l’accezione “ludica” che tu vuoi mettere in crisi con il tuo enunciato secondo me è molto meno labile di quella di “video”. Il “ludere” non è per forza legato al divertimento giocoso (”fun”) in senso stretto (derivato da un sistema di regole e situazioni ludiche ben determinate).

    OK, ora vaglielo a spiegare a tutti quelli che sostengono che Second Life NON è un videogioco (tipo il 95% dei videogiocatori “attivi”) appellandosi al fatto che non bisogna ammazzare mostri, salvare principesse, ecc. ed è “carente nel level design”.

    “Videogioco”, oggi, c’è poco da fare, è un tizio seduto davanti allo schermo di una PC o di una console che gioca (come si giocherebbe a dama, calcio, ai giochi da tavolo, ecc., solo che lo fa utilizzando le moderne tecnologie informatiche) perseguendo determinati obiettivi, rispettando certe regole, ritrovandosi in determinate situazioni, ecc. che ben conosciamo e dalle quali non ci si può allontanare granché (altrimenti ti diranno in coro con livore “ma non è un videogiocooooooooooooo”, appunto).

    Il termine, quindi, ha una storia, che pesa come un macigno e che tutti hanno ben presente e non può essere ignorata quando si usa questa parola. Non ci si può allontanare, a meno che non sia il “pubblico” a volerlo, a decretarlo.
    Non posso essere io a dire solingo “OK, oggi con ‘videogioco’ intendo anche questo e quello”. Cioè, posso farlo, ma il linguaggio serve per comunicare, e se uso un termine dandogli un’accezione o delle sfumature molto personali, anche se in qualche modo corrette, rischio semplicemente di non intendermi con gli altri.

    Il linguaggio genera ambiguità. Se do del “negro” al primo sconosciuto alto sei metri “perché è il termine più corretto per indicare chi appartiene alle diverse razze del ceppo negride africano ecc.”, non posso meravigliarmi se questo poi fraintende e mi cambia i connotati avendo percepito invece qualcosa di un po’ diverso. xD

  19. Il fatto è che non c’è niente di peggio d’una definizione per fraintendersi. Se non ci fossero definizioni, nessuno fraintenderebbe niente. Definizione=pregiudizio=errore.

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