Se la vita fosse davvero un videogame

Leggendo l’articolo “Qualche proposta per un mondo videoludico” di Matteo Bittanti su Game Pro 16 qualcosa mi suonava strano.

Matteo, nell’immaginare “un mondo videoludico”, fa riferimenti alla letteratura, alle serie televisive, al cinema e in generale all’immaginario sci-fi per delineare una realtà in tutto e per tutto simile a quella descritta da William Gibson in “Neuromancer” (1984); i riferimenti ai videogame, però, latitano. Si parla di mappe in riferimento ai radar di GTA, delle relazioni in The Sims e di GamerScore, ma qualcosa non mi convince.
Non mi convince per il semplice fatto che il mondo dei videogames non è così. Tuttavia non è mia intenzione fraintendere gli intenti dell’articolo, semplicemente vorrei prenderlo come spunto per fare qualche riflessione su come sarebbe davvero la vita se fosse un videogame.

another world

ME:
Il primo problema sarebbe capire chi sarei.
E’ troppo semplice immaginare di mantenere il mio corpo in un videogame, gli avatar ci somigliano, ok, ma fino a un certo punto: non posso certo aspettarmi di essere il Michele di ora, tale e quale.
Se di punto in bianco venissi catapultato in una realtà videoludica, inizierei a cercare di capire cosa posso fare in quel nuovo mondo, a interpretare il senso del mio essere lì, rapportandomi al mio nuovo corpo/avatar (ammesso che ne abbia uno). Probabilmente potrei fare delle cose straordinarie, avrei delle vite, qualcosa mi indicherebbe il mio stato di salute, il mio mana, delle abilità.
In pratica dovrei reimparare a usare il mio corpo o capire come interagire col mondo.
Fico : )

oblivion

L’AMBIENTE:
E il mondo? Le ambientazioni dei videogames sono tra le più varie, difficile immaginare come potrebbe essere l’ambiente che mi circonda. Potrebbe essere particolarmente evocativo con grandi lande inesplorate, ma anche con immense città futuristiche; in qualche modo sarebbe familiare ma sicuramente dovrei esplorarlo. Potrebbe essere più o meno ostile, qualcosa o qualcuno potrebbe voler interagire con me, in ogni caso starei decisamente all’erta. Non sono abituato a passeggiare in un videogame senza aspettarmi dei pericoli dietro l’angolo: senza scomodare i survival horror è difficile che il senso del gioco non preveda minacce più o meno diffuse; non vedo perchè in un mondo videoludico mi dovrei aspettare un trattamento di favore. Meglio stare all’erta insomma… mmh l’ipotesi di vivere in una realtà videoludica inizia a diventare inquietante.

call of duty 4

LO SCOPO DEL GIOCO:
Si ok, sono dentro, cerco di capire come funziono e com’è l’ambiente ma che devo fare? Ci sarà uno scopo no? Boh, nella realtà non è che mi spiegano che obiettivi ho e come raggiungerli. Istintivamente per capirci qualcosa mi viene da premere esc, ma se non ho nessuna tastiera davanti, che faccio? Mh, vabbè.. free roaming? Qualcosa succederà (forse), spero di non essere finito in un sandbox game, altrimenti sai che palle.. A dire il vero sono pochi i videogame in cui troverei piacevole vivere nella vita reale (se solo penso che sto giocando a Call of Duty 4 in questo periodo…).
Okok, torniamo alla realtà che è meglio.

Questo piccolo viaggetto ha presentato dei risvolti più inquietanti del previsto.
L’idea di vivere in un mondo videoludico a pensarci bene non è proprio così cool come l’intuizione potrebbe suggerire in un primo momento. Un’altra cosa poi: i videogames sono artefatti culturali piuttosto stereotipici; pensarli in un contesto reale fa perdere loro tutto quel fascino che riescono a trasmetterci attraverso i pixel dello schermo. Mi sembra quasi paradossale: la realtà è molto più viva e varia ma ci sentiamo poco liberi, tutto sommato; in mondi virtuali in vario modo limitanti invece riusciamo a trovare così tanta libertà.
Strano vero?
Un dubbio su cui riflettere… ma anche no, forse è meglio dormirci su.

14 commenti su “Se la vita fosse davvero un videogame

  1. Mi sembra quasi paradossale: la realtà è molto più viva e varia ma ci sentiamo poco liberi, tutto sommato; in mondi virtuali in vario modo limitanti invece riusciamo a trovare così tanta libertà.
    Strano vero?

    Non è poi tanto strano. Nella vita di tutti i giorni interpretiamo un personaggio in un “gioco di ruolo” che non ha salvataggi, né vite o caricamenti a farci tornare sui nostri passi. E’ un ruolo che si gioca una volta sola e le cui scelte possono non essere prive di conseguenze, né modificabili. Nella realtà non mi sognerei mai di aggredire una persona, perché non rientra nel mio spirito: in videogioco posso però divenire un soldato con una missione, un delinquente che si aggira per le vie di una città, un mago guerriero dall’allineamento caotico malvagio che pone sé stesso avanti a tutti… e molto altro ancora, senza paura di conseguenze. Questo non significa essere repressi, perché c’è un motivo se dal vivo non farei nessuna di quelle cose. Se avessi voluto fare il soldato avrei potuto benissimo arruolarmi nell’esercito.

    Alla fine è come dici sopra… in un videogioco non ci vorrei mai vivere davvero.

  2. Già, poi un mio pallino è proprio lo scarso coinvolgimento con cui affrontiamo i videogame, il giocare è un’esperienza troppo mediata e artefatta perchè gli si possa dare un rilievo di un certo tipo; è per questo che quando sento parallelismi col mondo reale mi viene da storcere il naso.. : )

  3. Hai preso l’esempio sbagliato.
    Potrei vivere in Guitar Hero ed essere una rockstar idolatrata e riverita che alterna esaltanti sessioni di guitar solo a lunga, faticosi e appaganti threesome con diverse groupiez.

  4. Se la vita fosse davvero un videogioco… sarei uno di quei bastardi rombi verdi di Geometry Wars che ti seguono ovunque.

  5. La questione dell’assenza di libertà dove sembrerebbe esserci e viceversa non è poi così strana. La maggior parte degli anelli che formano le nostre catene reali sono regalate dai nostri coinquilini, mentre nel videogioco in linea di massima sei solo, o comunque il solo che conta. Appena si va online le cose iniziano già a cambiare, fino a ritrovarsi a dipendere da regole restrittive tali e quali a quelle del quotidiano (basta pensare ai compromessi a cui bisogna sottostare quando si entra a far parte di una gilda, clan&C). Comunque si tratta di un argomento interessante, compreso il punto di vista del pezzo di Matteo Bittanti citato.

  6. Si, strano nel senso di suggestivo, non come sinonimo di assurdo.
    Cmq riflessione interessante maxlee, effettivamente i vincoli sociali sono quelli che ci costringono maggiormente nella vita reale, nei videogame sono piuttosto blandi, anche nei giochi online (salvo alcune eccezioni) ma l’ingresso in comunità più strutturate inizia a rendere più stringenti le regole.
    Quando i videogame riusciranno a proporci logiche “più umane” tramite AI evolute (ma non solo) magari troveremo gli stessi limiti che fin’ora riscontriamo solo tramite l’interazione con altri player.

  7. @Michele i vincoli che vengono a crearsi online sono spesso molto forti. I livelli di pressione sociale che esistono all’interno dei gruppi (Gilde, Clan, ecc) sono spesso causa di stress tanto quanto le pressioni sociali offline. La cosa interessante è che non esistono solo all’interno dei gruppi più hardcore, non è necessario essere in una super raiding guild per sentire la pressione di gilda giocando a WoW. Poi è vero che uno può sempre fregarsene ma i giochi sono spesso progettati per rendere la collaborazione ( e quindi il mantenimento di una qualche relazione sociale) necessaria. Questo è imho un aspetto interessante: in molti MMO (riduco qui un po’ il campo del ragionamento) il livello di dipendenza dall’aspetto relazionale è stabilito a livello di programmazione e come tale è variabile. Nella vita è un po’ più complicato. 😀

  8. Ecco, sapevo che qualche lettore attento lo avrebbe sottolineato.
    Le eccezioni alle quali accennavo nel commento precedente sono esattamente queste LR, e sono assolutamente significative e interessanti. Wow come hai giustamente sottolineato è pensato esattamente per proporre un’esperienza di gioco collaborativa, le modalità con cui gilde e clan la declinano in regolamenti e pratiche di gioco/interazione sono molto varie ma sono quanto di più assimilabile alle interazioni sociali nella real life.
    Ovviamente quest’ultima è e resterà senza ombra di dubbio estremamente più complicata, ma la linea di confine si sta assottigliando…

  9. Bell’articolo (linkato sul mio blog) e ne sta uscendo fuori una bella discussione.

    Io credo che una delle cose belle dei videogiochi è che, ad un certo punto, possiamo spegnere e fare qualcos’altro. Questo è il grande vantaggio ma, come dicevate in molti prima di me, anche io non potrei vivedere dentro un videogioco, nessuno forse. Basta vedere come è stressato il soldato di Hero’s Duty in Ralph Spaccatutto 🙂

  10. Pings/Trackbacks Se la vita fosse un videogame... | Rocco Petrigliano

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