Archivi autore: Simone "Karat45" Tagliaferri
Outcast: Chiacchiere Borderline – Episodio 01
Altro giro, altro podcast. Oggi vi segnaliamo il rinnovatissimo Outcast, con Sonic in copertina. Pare che i ragazzi che lo conducono siano riusciti a intervistare il famoso porcospino blu, quindi aspettatevi almeno venti minuti di silenzio. Ahem, scherzo. Scaricatelo e state ad ascoltare!
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Outcast: Chiacchiere Borderline – Episodio 01
Terrorizzato dall’annuncio di Sonic the Hedgehog 4, lo staff di Outcast si riunisce attorno a un falò e prova a sdrammatizzare raccontandosi storie dell’orrore. Ed è così, mentre un Bortolotti si assenta un attimo per investire un povero ciclista e un Antonelli affoga nella melma della (non) connettività abruzzese, che nasce il nuovo Outcast. Un Outcast snello, frizzante, croccante, velocissimo e sviluppato da Dimps, ma per conto di Sonic Team.
In questo episodio:
Outcast, le novità [00:42], Sonic the Hedgehog 4 [04:39], i protagonisti timidi [10:30], il Millennium bug di PlayStation 3 [19:47], il marketing di Heavy Rain fa male ai videogiochi [24:32], gli sviluppatori indie sono antipatici [34:23], l’ennesima stronzata di Peter Molyneux [50:25], siamo tutti dei pipponi [55:36], così poco tempo, così tanto da videogiocare [63:52].
Soundtraccia: Losing Hope – Paolo Giacci / Outcast – Andrea Babich / Title Screen – Sonic The Hedgehog OST / Yesterday of Tomorrow – Paolo Giacci / Star Light Zone – Sonic The Hedgehog OST / Marble Zone – Sonic The Hedgehog OST
Altri modi per ascoltarci:
Outcast su iTunes
Il link diretto all’mp3 di questo episodio
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Per contattarci:
Scrivi ad Outcast – outcastlive@gmail.com
Il blog di Andrea Babich: The Babich Playground
Il blog di Andrea Maderna: L’Edicola di giopep
Il blog di Elena Avesani: Puffetti rosa
Il blog di Lorenzo Antonelli: Bunker
Il blog di Luigi Marrone: E-Self Electronic Self
Il blog di Mattia Ravanelli: Zave’s
Castlevania: Lords of Shadow – nuove immagini e artwork
Bangai-o
[Creazioni] La tosse
Le poggiò la testa sul cuscino e lasciò che i lunghi capelli neri fluissero sulle coperte rifatte da poco. L’aria era inumidita dalla mattina che entrava dalla finestra aperta. Le poche auto che passavano in lontananza rompevano brevemente il silenzio che era sceso sulla casa. Dallo schermo del televisore gli sembrava arrivare lo scherno di quel buffo personaggio blu che dalla sua infanzia non lo aveva mai abbandonato. Ogni volta che lo vedeva sentiva nella testa le parole della madre che gli ordinava di smettere di giocare per fare i compiti. Non le aveva mai dato retta e ricordava bene la sua apparente durezza svanire nel chiacchiericcio telefonico. Succedeva sempre così. Maria, Antonella, Lorena… quante amiche aveva? “Perché non sparisci?” L’ultimo pensiero dopo ogni discussione. A irritarlo non era tanto la litigata in sé, quanto l’idea che finisse sempre nell’indifferenza: “fai un po’ come ti pare”, gli diceva girandosi. Poi via. Sembrava ogni volta recitare una parte che non era sua e da cui usciva con un sollievo ben percettibile nel suo modo di muoversi, ma in cui non poteva evitare di entrare.
La leggera tosse che non lo abbandonava da giorni lo distolse dal ricordare. La console era rimasta accesa tutta la notte. Pausa. Perché l’avevano lasciata accesa? Non ricordava neanche dove erano arrivati. Dopo qualche ora di gioco erano usciti. Chiacchiere da bar, risa, birra. Il copione di sempre. “Sembriamo due impiegati – diceva sempre lei – solo che invece di tornare a casa storditi dal lavoro siamo storditi dalla birra e dal rumore”. “Fatti e ubriachi” chiosava lui storcendo la bocca (perché sprecare tante parole?). Lei ridacchiava sempre, anche dopo le battute meno riuscite. Poi gli si faceva sotto per abbracciarlo. Lui si tirava indietro, almeno inizialmente. Non la sopportava quando compiva quei gesti d’affetto automatici, però non poteva fare a meno di cedere. Lei lo prendeva come un modo per giocare. In fondo giocavano sempre. Colpo di tosse.
Si misero insieme per gioco, quasi per scommessa. Una festa, alcol, un bacio “Tu non staresti mai con me”. “Scommettiamo?” Quanto doveva durare? Non lo ricordava più, ma sapeva che erano passati tre anni da quella notte. Anche la prima volta fu per gioco, al mare, di sera, poche ore dopo essersi messi insieme. Un’altra scommessa. Poi la vita insieme.” Vieni a vivere con me?” “No, non credo di essere pronta.” “Hai ragione, non ci riusciresti. Scapperesti via dopo un giorno.” Aveva imparato che se voleva ottenere qualcosa da lei doveva motivarla, trasformarlo in un obiettivo che le desse la soddisfazione di credere di vivere in un costante stato di sfida. Lei amava giocare, qualsiasi fosse il gioco. Colpo di tosse.
Le passò una mano sulla bocca. Non respirava più. Qualche passo per la stanza, qualche immagine confusa. Poi lo sguardo fisso sul suo corpo nudo e insanguinato. Le gettò sopra un lenzuolo. Come l’aveva uccisa? Non lo ricordava. C’era del sangue. L’aveva accoltellata? Probabile, viste le ferite e visto che non aveva altre armi in casa. Perché? Era l’unica cosa che ricordava. Si era girata e stava per abbandonarlo. “Ti lascio” “Non potresti mai” “Scommettiamo?” Poi il black-out.
Prese il cordless, si mise seduto sul divano e chiamò la polizia. Confessò quello che aveva fatto. Senza alcuna esitazione o resistenza, diede l’indirizzo quando gli venne richiesto. Attaccò senza sprecare parole. Afferrò il joypad e tolse la pausa. Il porcospino blu finì subito in un burrone. “Che deficienti che siamo stati – disse parlottando tra sé e sé – abbiamo messo in pausa davanti a un precipizio”.
Foto di: Claudia Perilli
The Dishwasher: Vampire Smile
Cosa resta da scoprire?
Il mondo dei videogiochi è attraversato da una sincera apatia da cui non si riesce a trovare via di fuga. È un rapporto difficile con il creato a dettare regole ferree di convivenza sullo schermo, ma gli obblighi creano indifferenza e anestetizzano la volontà, già predisposta all’accettazione della repressione.
Ogni progetto è un fuoco che viene spento e portato verso la normalizzazione, i falò diventano fuocherelli che rischiano di spegnersi con la prima pioggia. Se conto i sequel che ho acquistato quest’anno mi vengono i brividi (sia per il loro numero, sia perché li ho acquistati senza battere ciglio). I videogiocatori sembrano coinvolti in un gioco di ripetizioni continue che non accennano a spezzarsi. Il modello di business dominante ha trasformato una possibilità in sistema, rendendo di fatto nulla ogni forma di resistenza. I mondi possibili si sono ridotti per inerzia e il fascino della ricerca è stato fagocitato dai centri commerciali.
Rimbalziamo sulla superficie di qualcosa di comprensibile, mostruoso, ma per questo ineluttabile. Rassegnati cerchiamo di dare un senso al vecchio, mascherandolo da nuovo. Siamo diventati maestri a girarci dall’altra parte, come se il dispettoso Prometeo ci avesse fatto l’ennesimo dono.
Non ci resta che ragionare di tanto nulla, cercando di riempirlo con le parole e frugando altrove, prima che anche gli altrove vengano consumati e riempiti dal nulla da cui fuggiamo (ma fuggiamo veramente? Oppure, in fondo, ci piace essere quello che siamo diventati perché era lo scopo della ribellione sin dall’inizio? Ovvero non c’era nessun desiderio di diversità ma soltanto la voglia di entrare nella normalità passando da un’altra porta?).
Articolo già pubblicato su Babel 16
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