[creazioni] Sogno

Sogno un giorno in cui le redazioni vengano riempite di scatole di giochi con già il voto obbligatorio stampato sopra, ovviamente dieci, così che il videogiocatore sia costretto a leggere prima di delirare il suo commento in preda all’hype più sfrenato e gettarti letame addosso per un centesimo di voto che gli è andato storto.

Sogno il giorno in cui non dovrò più leggere il commento: “Mio al Day One”, con Day One scritto rigorosamente maiuscolo, come se la data di uscita di un gioco fosse il giorno del giudizio e nell’atto stesso dell’acquisto non fosse già implicito l’iniziare a desiderare ciò che verrà dopo, ovvero il Day One successivo. L’insoddisfazione perenne è il loro migliore amico.

Sogno il giorno in cui l’utente medio si renderà conto che le immagini e i video promozionali sono necessariamente edulcolorati e presentati al meglio, quindi non sono indicativi del gioco e, anzi, spesso lo nascondono dietro una patina di mera spettacolarità.

Sogno il giorno in cui il lettore si renda conto che senza soldi non si va da nessuna parte e che il gratis a tutti i costi impone dei limiti che spesso portano alla morte dei progetti migliori.

Sogno il giorno in cui le notizie saranno distinte dal marketing.

Sogno il giorno in cui i materiali per la stampa non siano dati dai PR ma vengano obbligatoriamente messi in un sito deposito dal quali tutti gli operatori del settore possano attingere liberamente, in modo da evitare pressioni sotto forma di simpatici consigli e concessioni.

Sogno il giorno in cui la parola embargo sarà riservata solo alle dittature.

Sogno il giorno in cui non vivano più geni che sono tali solo perché sfruttano il lavoro degli altri.

Sogno il giorno in cui la critica specializzata si renda conto che è possibile esaminare un videogioco al di là delle questioni produttive.

Sogno il giorno in cui venga abolita la parola “divertimento”, seguita da “intrattenimento”.

Sogno il giorno in cui l’espressione “voglio solo staccare il cervello” diventi motivo di interdizione permanente.

Sogno troppo, e per questo vivo poco e male, ma non riesco a fare a meno di farlo, perché in fondo i videogiochi, come i sogni, piacciono perché provengono da un lato nascosto e intangibile del nostro esistere, di cui necessariamente celiamo l’oscenità.

 

Per Bioware Final Fantasy XIII non è un RPG

Dopo il pessimo exploit di Mass Effect 2, la figuraccia con Awakening e quella ancora più grave dopo la patch 3.30 su PS3 (ricordo che su PS3 Dragon Age è passato dal funzionare male al non funzionare affatto), cosa fa una software house in crisi palese?

Inizia di nuovo una sterile polemica contro uno dei suoi più acerrimi avversari al botteghino: Final Fantasy XIII, illudendosi che mettere le parole in bocca ai suoi fan più accaniti possa colmare il divario di vendite tra un Mass Effect 2 ed un Final Fantasy XIII (indizio: il triplo). O tra un Mass Effect 1 ed un Mass Effect 2, se vogliamo giocare in casa.

La tesi: lo staff Bioware di Old Republic, forte di un franchise che fa vendere milioni di copie anche alla tazza di Jar Jar Binks, pensa che Final Fantasy XIII non sia un RPG, che detto da uno che lavora ad un MMOG è un’affermazione di un certo peso. Resta da capire quale sia il nuovo, inarrivabile standard di Bioware per gli RPG. Un clone di Call of Duty 2 con progressione predeterminata ed un sistema morale inesistente? Con le spade laser?

Nonostante tutto, lo staff di Old Republic non fa proprio una figuraccia, visto che anche The Escapist fa loro notare che Square Enix stessa ha dichiarato a 1UP di non aver creato il gioco seguendo i canoni degli RPG tradizionali (e purtroppo si vede) al fine di orientarlo ad un mercato più vasto.

Resta da capire perché anche Old Republic sia entrato nel giro dell’hype da strapazzo di stampo EA. L’annuncio del ritardo del gioco e questo tipo di uscite farebbero pensare alla preparazione ad una release affrettata per limitare i danni, come fatto per Mass Effect 2.

Intanto il pubblico pagante si chiede perché invece di sprecare risorse per interviste idiote Bioware non rimedi al caso Dragon Age: tra meno di una settimana escono i nuovi DLC (speriamo funzionanti, stavolta) ed il gioco freeza ancora ogni 10 minuti.

Vota Kratos, cazzo

Le elezioni si avvicinano, e allora perché non votare un candidato di peso che sappia come trattare amici e nemici? VOTA KRATOS! Altro che i politici merdine che caratterizzano la scena italiana.

In alternativa è possibile votare anche la bella Madison, che a differenza di Kratos pare avere anche un programma elettorale (sempre che per voi un programma elettorale non sia spargere morte e distruzione).

Finalmente la Sony torna agli antichi fasti e propone una campagna promozionale capace di attrarre l’attenzione… perché se non lo avete capito, si tratta di manifesti pubblicitari veri, come dimostra la foto qui sotto:

Sapete qual è l’unico problema? è che viste le alternative “reali”, mi tocca votare sul serio uno dei due… ma non so quale scegliere!

Videogames a Scienze della Comunicazione

crazy-sackboy

Mercoledì 04/03 nella facoltà di Scienze della Comunicazione (università “Sapienza”di Roma) si è svolto un evento dal titolo “Social networks, game & business”, titolo altisonante per presentare una ricerca finanziata da Sony e commissionata all’università per indagare sul rapporto tra il videogioco e il social networking e le possibilità di business che questo binomio può suggerire.

Da studente di queste tematiche e appassionato di videogame non potevo mancare, soprattutto era un’occasione ghiotta per vedere come il videogame viene visto dal mondo accademico. Di contorno c’è ovviamente il discorso sulla ricerca in sé, ma in questa sede mi sembra più opportuno concentrarsi sulla percezione del medium videoludico.

A caldo mi è venuto da pensare: più o meno ci siamo. Al videogame viene riconosciuto un minimo sindacale di status culturale che permette di parlarne prescindendo dalla faciloneria che i media generalisti ci propinano regolarmente. Qualcuno potrebbe pensare: “ci mancherebbe altro”, ma quanto appena detto è un assunto tutt’altro che scontato. Basti pensare al fatto che nella facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza che vanta corsi molto attenti all’analisi e all’interpretazione dei prodotti dell’industria culturale si sente parlare di videogame solo nei corsi di nuovi media, e quasi mai entrando nel merito.

Purtroppo le note positive si limitano a questo. Alla domanda: “dobbiamo considerare il videogame un media?” del giornalista del Sole 24 Ore Marco Mele è seguito un imbarazzante silenzio da parte degli altri relatori, spezzato solo dal preside Mario Morcellini che ha parlato dell’importanza di affrontare il problema della definizione di “nuovo medium” in modo da dare una risposta precisa alla domanda. Per il resto l’evento è stato un altalenarsi piuttosto confuso tra i proclami di Sony sul fatto che loro sono il deus ex machina dell’entertainment e le velleità di una ricerca (mai espresse in modo chiaro) che si è riconosciuto essere molto ambiziosa ma a cui (aggiungo io) manca un’elementare concezione dell’oggetto di studio e proporzione dell’impresa. A intervalli regolari si affastellavano affermazioni sconnesse sul videogioco e il social networking piuttosto imbarazzanti, specie  le seconde visto che il contesto avrebbe imposto maggiore padronanza di una tematica ben più sdoganata ma anche più rilevante per la facoltà.

Tirando le somme:
si poteva fare di meglio (e parecchio). Ogni volta che si è parlato del videogioco come artefatto culturale significativo la competenza in materia non ha affatto impressionato (me la cavo con un eufemismo). Ci si è impelagati prima sul concetto di simulazione, poi sull’eterno patema virtuale vs. reale (stemperato solo dall’intervento di Luca Giuliano), poi su pasticci interpretativi sulla dimensione sociale del videogame, il tutto contornato da diversi altri equivoci che testimoniavano una grande difficoltà a padroneggiare le tematiche emerse.

Eppure l’ingresso del videogame all’università (non che questo sia il primo caso…) è un dato da non sottovalutare a prescindere dalle critiche che possiamo farne da gamers “informati dei fatti”; quando si dice “l’importante è che se ne parli” è difficile negare che sia un’affermazione fondamentalmente vera.

In ogni caso la domanda rimane: ce lo facciamo bastare?

photo credit: mediamolecule