
Scritto nel tempo libero da Michael Molinari per la nona edizione della Casual Gameplay Design Competition, …But That Was [Yesterday] è un interessante concept game in flash sul valore dei ricordi e sul superamento di eventi traumatici.

Scritto nel tempo libero da Michael Molinari per la nona edizione della Casual Gameplay Design Competition, …But That Was [Yesterday] è un interessante concept game in flash sul valore dei ricordi e sul superamento di eventi traumatici.
In questo nuovo episodio di Gaming Effect si parla di Rare. Nel prossimo, si parlerà di come far accoppiare il vostro cane senza fargli mettere in cinta la cagna di turno.
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Gaming Effect torna con un nuovo episodio giusto in tempo per il lancio di Kinect in Europa.
Questa volta la redazione vi offre una lunga retrospettiva su Rare, celebre colosso britannico, per ripercorrere la storia dagli albori fino all’acquisizione da parte di Microsoft, che ha portato alla stretta collaborazione per il progetto Xbox 360 prima e Kinect poi.
Abbiamo analizzato molti dei titoli prodotti da Rare, cercando di tracciare un linea che li colleghi tutti, in modo da capire se quelli del passato sono stati più significativi rispetto alla produzione recente.
Un videogiocatore arcor non acquisterebbe mai un titolo appartenente a una serie che da diversi anni si ripropone sempre uguale a se stessa. Infatti, Call of Duty: Black Ops ha venduto pochissimo al lancio e si appresta a diventare un fallimento commerciale.
Il videogiocatore arcor è uno che ama diversi generi: gli sparatutto in prima persona, i tuttospara in prima persona, gli spara spara in prima persona, gli ammazza ammazza in prima persona e i giochi di ruolo in cui si spara e basta (vedi Mass Effect 2). A volte impazzisce, e accetta di giocare in terza persona. Ma solo quando un gioco è veramente arcor.
Ma quanto sono arcor le fiere di settore in cui vengono presentati mille sparatutto in prima persona?
Il videogiocatore arcor segue le nicchie ed è attento all’originalità: infatti, premia con l’acquisto titoli come The Ball o Amnesia: The Dark Descent e non robaccia come Medal of Honor.
Il videogiocatore arcor acquista solo giochi originali, perché sa bene che se vuole altri giochi arcor deve fare in modo che chi li produce sopravviva sul mercato.
Il videogiocatore arcor approfondisce sempre i videogiochi che compra, non si esalta mai per titoli superficiali o per quelli troppo facili, che non offrono alcuna sfida e si finiscono da soli, come Enslaved o Fable III.
Il videogiocatore arcor guarda alla sostanza, piuttosto che alla superficie delle cose. Non accetta le competizioni sul futile. Mai perderebbe tempo a disquisire di schede grafiche nei forum cercando di dimostrare come giocare a 500 FPS sia molto diverso dal giocare a 499 FPS.
Il videogiocatore arcor ha una vasta conoscenza del mondo videoludico.
Il videogiocatore arcor non giocherebbe mai e poi mai ai giochini di Facebook, perché difficilmente ne trova qualcuno in prima persona in cui si spara.
Per il videogiocatore arcor la parolaccia è segno inconfutabile di prodotto maturo.
Il videogiocatore arcor crede fermamente che la guerra virtuale sia molto simile a quella reale.
Il videogiocatore arcor ha una concezione berlusconiana delle donne, anche se non lo ammetterebbe mai.
Il videogiocatore arcor passa le giornate sui forum a criticare o a difendere videogiochi che usciranno tra un anno o due.
Un videogiocatore arcor commenta la notizia del semi-fallimento commerciale di Metroid: Other M: “Hanno cambiato troppo il brand, troppe modifiche , dovevano farlo uguale ma con delle piccole modifiche e una trama degna del nome che porta!”
E voi, sapete altro sulle abitudini della massa dei videogiocatori arcor?
Ogni epoca produce le sue retoriche, che in questo frangente uso nel senso di discorsi poggianti su una visione del mondo diffusa, che hanno facile presa su chi le ascolta, perché fanno appello alla sua cultura e alla sua identità. Per approfondimenti sulla retorica, su come nasce e su come si evolve, andatevi a leggere “La retorica antica” di Roland Barthes. Qui ci interessa l’uso che viene fatto di un certo argomento (il cambiamento) a fini di marketing e come questo abbia attecchito anche tra i critici, ovvero tra quelli che si suppone dispongano di filtri più complessi per proteggersi da certe scorciatoie mentali, invece di essere loro a perpetrarle e nobilitarle.
La parola ‘cambiamento’ (con tutte le sue accezioni e tutti i sinonimi) è uno strumento eccezionale per vendere un prodotto, perché può essere usata per giustificare qualsiasi porcheria. Non che il cambiamento sia negativo a prescindere, anzi, solo mi preme rilevare come questa parola sia ormai adoperata alla stregua di uno schiacciasassi, ovvero per ammazzare qualsiasi critica di merito.
I videogiochi moderni stanno subendo un processo involutivo evidente, in cui qualsiasi meccanica di gioco complessa viene prosciugata e mandata alla deriva verso le sponde dei giochi d’azione. In questi casi si parla di cambiamenti necessari per incontrare i gusti del pubblico e, qualcuno, si spinge a parlare di innovazioni, senza mostrare alcun senso del pudore. Per citare qualche caso del recente passato, come dimenticarsi l’esaltazione per Mass Effect 2? E la recentissima difesa del nuovo assetto che ha preso la serie Gothic?
Immagino che lo stesso accadrà con Dragon Age 2, che meriterebbe un discorso a parte (Dragon Age: Origins è il titolo più venduto di BioWare, eppure la componente RPG subirà una bella sforbiciata), ma diciamo che, in generale, accade con tutti quei titoli che si barbarizzano per esigenze commerciali, anche nei casi nei quali non ce ne sarebbe bisogno (siamo sicuri che Gothic 4 venderà più di Gothic 2 così ridotto?).
L’obiezione principale fattibile ai profeti del cambiamento a tutti i costi, guarda caso sempre unidirezionale, non è un rifiuto a prescindere delle novità, ma una considerazione di carattere sintattico. Se un giorno qualcuno decidesse di cambiare la lingua italiana eliminando i congiuntivi, ovvero eliminando la forma verbale riflessiva per eccellenza, dovremmo accettare la cosa senza opporre una minima resistenza? Immagino di no, quindi davanti a videogiochi depredati di caratteristiche interessanti e, in alcuni casi, fondanti, bisogna fare finta di niente?
Rimaniamo nell’ambito dei giochi di ruolo e passiamo a un esempio concreto. I primi due Fallout (1997, 1998) erano completabili senza sparare un colpo. Il sistema di gioco era così articolato da permettere la creazione di personaggi che riflettessero realmente le aspettative del giocatore, senza costringerlo a scelte di comodo o obbligate, per semplificarsi la vita. Era veramente illecito aspettarsi di avere simili possibilità anche nel terzo capitolo uscito nel 2008, la bellezza di dieci anni dopo? Il fatto di non poter più scegliere come agire è considerabile un fattore negativo? Oppure, poiché viene spacciato come un semplice cambiamento, bisogna accettarlo e lodarlo a prescindere? Badate bene che non sto mettendo in discussione gli elementi più superficiali del gioco, ma quelli strutturali, ovvero quelli che più di tutti plasmano il gameplay. Non per niente, i critici più accesi di Fallout 3 normalmente hanno giocato i primi due episodi, mentre gli apologeti sono coloro che non li hanno giocati o che li hanno solo sfiorati superficialmente (con le dovute eccezioni).
Un discorso simile è fattibile per l’ultimo Gothic (Arcania – Gothic 4). La serie è sempre stata caratterizzata, tra le altre cose, da una buona complessità e tecnicità dei combattimenti, da una serie di risposte dell’ambiente alle imprese del giocatore e da un’ampia libertà di azione e di esplorazione. Invece, il quarto capitolo vira pesantemente verso l’action, con scelte che minano la struttura profonda del gioco e che lo privano di alcune caratteristiche molto apprezzate. È possibile criticare queste scelte? Personalmente, direi che è doveroso, perché in questo e in altri casi simili ci si trova di fronte a una privazione che non riguarda tanto il singolo gioco, ma l’intero medium videoludico. È un assottigliarsi delle possibilità, una perdita di ricchezza delle forme che il videogioco può assumere, in favore di un pensiero unico e barbaro che tiene conto soltanto della soddisfazione immediata. È un cambiamento pilotato verso il noto, un conformismo travestito da avanguardia che trova comodo l’appiattimento. Un’involuzione che appare sempre più evidente e che non sembra volersi arrestare.
Articolo già apparso su Babel 26