Humor, che fine hai fatto?

Sono passati alcuni anni dall’ultima volta che un videogioco mi ha strappato più di un sincero sorriso. Purtroppo le recenti produzioni della nostra amata industria poggiano su temi talvolta troppo seriosi e realistici, fenomeno che pian piano ha contribuito ad allontanare la risata genuina dai nostri monitor. E tutto ciò è un vero peccato. Se c’è una cosa che rimpiango del passato, è proprio il sense of humor che permeava molti titoli, in cui la storia e la caratterizzazione dei personaggi rappresentavano le fondamenta su cui costruire il resto del gioco. Facendo una rapida analisi al genere principe dell’umorismo sano d’altri tempi, quello delle avventure grafiche, notiamo un amaro appiattimento di idee che ha contribuito al decadimento del genere che godette di tanto successo tra la fine degli anni ’80 e la prima metà dei ’90.

Humour

Oggi giorno i publisher (badate bene, non gli sviluppatori) pressano per l’inserimento in quasi ogni titolo, dei clichè tipici del gioco moderno che alla fine rendono il titolo più vendibile. Spesso e volentieri questo fenomeno coincide con il voler tagliare lo humor sano e classico per dar spazio a quello più prevedibile, più dark, cool e meno “ingenuo”. Inoltre si cerca di basarsi, quando possibile, su brand ben conosciuti e di conseguenza più sicuri. Ne è l’esempio più lampante la LucasArts, pioniera dell’umorismo demenziale in passato e oggi zoppicante software house che si è adagiata sulla comodità di un’esclusiva quale quella del brand di Star Wars. Risultato? Fuga di cervelli creativi verso migliori lidi ove poter dare sfogo alle proprie idee e abbandonare le vecchie frustrazioni.
Un uomo in particolare ha dimostrato che l’umorismo ha ancora molto da dire nel videogame, che non per forza deve essere un’avventura grafica per far sorridere come ai vecchi tempi. Tim Schafer (Day Of The Tentacle, Full Throttle, Grim Fandango) ad esempio, ha messo su una software house (Double Fine) composta da gente capace (alcuni ex LucasArts) ed entusiasta di lavorare in questo settore, senza grossi vincoli. Il loro primo parto si chiama Psychonauts, ed è un platform con elementi action e adventure. Tutto in questa produzione trasuda originalità, creatività e passione, dal design ricercato dei personaggi (super deformed, in pieno stile Schafer) al comparto sonoro, che vanno a formare un titolo al passo coi tempi ma con un retrogusto d’annata che ti lascia qualcosa che difficilmente si dimentica, in particolare la sua vena umoristica genuina. Proprio come nei vecchi titoli LucasArts.

Humour 2

È stato un gioco premiato dalla critica e che è andato incontro a grandi difficoltà per evitarne lo snaturamento; pensate che il titolo è approdato in Europa quasi un anno dopo della release statunitense e purtroppo manca di localizzazione nostrana (comunque è stato da poco avviato un progetto di traduzione amatoriale).

Ci terrei a sottolineare che la denuncia di cui poco sopra vale principalmente per la sfera occidentale del videogioco, in quanto in Giappone si conserva ancora un occhio di riguardo nei confronti dell’umorismo genuino e demenziale. È il caso di titoli come Viewtiful Joe e Katamari Damacy che fanno del loro design superdeformed e fuori di testa il loro forte, accessori (in questo caso) da incollare ad un impianto di gioco accattivante e mai noioso.

Humour 3

La mia speranza è che in futuro venga offerto più spazio a brand originali e umoristici, perchè a furia di prendersi troppo sul serio, questa industria comincia a mostrare segni di cedimento sotto il profilo puramente artistico. E tutto ciò non è per niente un bene, se vogliamo che un giorno il nostro intrattenimento preferito venga trattato alla stregua del cinema o addirittura dell’arte.

Lara Croft mostra (ancora) le sue nuove curve…

Lara Croft mostra (ancora) le sue nuove curve a 360°

Una notte con Lara Croft

Nuovi scatti alle curve di Lara Croft

Immagini e appuntamenti al buio per Lara Croft

Lara Croft si mostra negli ultimi screenshot

Warren Spector esce con Lara Croft?

Quelli che avete appena letto sono alcuni titoli di articoli o di news tratti da vari siti riguardanti l’ultima incarnazione di Lara Croft (in uscita per vari formati)… mi chiedo quando si riuscirà ad andare oltre questo fastidioso sessismo nei confronti delle eroine dei videogiochi. Ogni volta che si parla di una protagonista donna (ma anche antagonista o semplice personaggio secondario) sembra scattare la molla della battuta maliziosa che viene vista quasi come una necessità o il segno di brillantezza da parte di chi scrive. Il superamento di questo modo adolescenziale di affrontare la sessualità nei videogiochi dovrebbe essere un obbligo per la stampa specializzata… ma si sa, le scorciatoie del pensiero sono difficili da abbandonare. E allora è meglio partorire il solito titolo con doppio senso annesso (che, va detto, fa molta presa sul lettore urlante e sbavante) piuttosto che rendere un qualche altro contenuto del gioco. Vabbé, è vero anche che i publisher non aiutano, visto che non riescono a rifuggire da certi stereotipi di personaggio… in fondo devono tutti vendere… i problemi dovrebbe porseli chi compra. Utopia.

Silenzio

Il silenzio è angosciante… è per questo che i migliori momenti horror dei videogiochi (e non solo) sono sempre incorniciati dal silenzio. Quando l’azione prevale la tensione si smorza sostituita dalla frenesia e, magari, dalla paura. Il senso d’inquietudine va però smembrandosi. L’ignoto diventa noto ed eliminabile. Quei lunghi attimi che causavano un groppo al cuore vengono sostituiti da una scarica tanto più liberatoria quando l’eliminazione della minaccia è veloce.  L’orrore è sapere che qualcosa è in attesa, ma non sapere cosa… è un’ombra che sguscia in lontananza, è una figura evanescente non identificata che occhieggia da dietro un muro… quando il principio d’identità è sospeso si cammina nel vuoto, in una placenta di emozioni asfissianti ma piacevoli. Lo stato di cui ci si vuole disfarre è quello che rende unica un’esperienza… dove viene a mancare la tensione viene a mancare il gioco e subentra il giocato. Aspettarsi che accada qualcosa e vedere le proprie previsioni rivelarsi vere fa parte dell’effimero, come leggere una descrizione di una persona che si ha davanti in carne ed ossa, senza degnarla di uno sguardo.

Ideologia giocante

Qui nella fogna in cui vivo le cose non appaiono mai chiare. Non che sia più difficile definirle rispetto alla superficie, è solo che la melma altera le forme e i colori inglobando la natura delle cose ridefinendole nella loro forma primigenia. Quando la natura torna ad imperare sull’oggetto questo diventa parte di un tutto da cui è un crimine estrarlo… i segni della lavorazione umana rimangono ma vengono mutati e adattati all’ambiente… Non voglio certo continuare ad ammorbarvi con quanto sia interessante una scatola di scarpe coperta di merda. Non è di questo che voglio parlarvi oggi anche se, volendo, c’è qualcosa di quanto sto per dirvi anche in una scatola di scarpe qualsiasi.

L’idea che un videogioco possa essere usato a fini ideologici è avulsa ai più. Molti vorrebbero considerare il medium elettronico come un territorio vergine in cui l’influenza di fattori esterni, come la politica (giusto per fare un esempio), non è arrivato ad inquinarne la purezza. Giocare pretendendo di rimanere candidi come fanciulli fa parte di un retaggio che dovrebbe essere superato presto per arrivare a comprendere che una certa influenza sull’individuo un videogioco la ha. La deve avere per forza altrimenti non esisterebbe come oggetto culturale.

Il videogioco è veicolo di una visione del mondo formata dai diversi elementi che lo compongono. Un videogioco può essere usato per veicolare dei messaggi come accade per libri, sculture, quadri, cinema ecc. Noi scrutiamo una forma e in essa ci perdiamo accondiscendendo alle leggi che la determinano. Entriamo in gioco. In esso siamo chiamati a svolgere dei compiti, superare ostacoli, risolvere enigmi, vincere campionati ecc. dal giocare traiamo un piacere che va oltre il gioco in sé.

Arriviamo ad essere sospesi e a condividere un ‘mondo’ che, come tale, richiede una sua coerenza. Dai principi di questa coerenza nasce il messaggio… esplicito o implicito che sia.

Sono un mercenario e devo uccidere un gruppo di terroristi per salvare il mondo.

Mercenario = americano.

Terrorista = arabo.

Due soli fattori hanno già rinchiuso parte della visione. Anzi, i due fattori di cui sopra sono presi dalla cultura comune e, quindi, sono fattori preesistenti al gioco. Ma andiamo avanti.

I terroristi non si pongono alcuni limite per raggiungere i propri scopi. Vendita di armi, vendita di droga, omicidi, contatti con la mafia. Sono tutti elementi raccontati nel gioco anche quando il gioco sembra non raccontare nulla. Il racconto sussiste anche quando il giocatore sta agendo e molti degli elementi che formano I’ immagine’ di un personaggio sono elementi desunti dall’azione vera e propria che funge anche da descrizione continua.

Terrorista = senza scrupoli.

Ovviamente il terrorista soffre di delirio di onnipotenza.

Difficilmente verrà mostrato alle prese con la religione (per ovvi motivi politically correct) ma facilmente si riconosceranno in lui tratti culturali mediorientali che vengono dall’immaginario collettivo più che dalla realtà. L’associazione non è ovvia ma è sicuramente pilotata da molti fattori esterni che non possiamo certo approfondire in questa sede.

Lo svolgimento del gioco è lineare. Avanzando nei livelli avanziamo anche nella follia del nemico che svela sempre di più e solo il suo lato sadico… bestiale verrebbe da dire.

Ucciso il nemico l’ordine è ristabilito con catarsi annessa. Nemico ucciso = preservazione.

Alla fine del gioco non abbiamo solo giocato. Abbiamo accettato un sistema e lo abbiamo attraversato. Se non lo avessimo fatto non avremmo preso parte al gioco. Acquistandolo lo abbiamo nello stesso tempo determinato. Lo abbiamo affermato nel suo essere e lo abbiamo giustificato in quanto tale.

Ne siamo usciti indenni?

Forse ci abbiamo giocato e abbiamo voluto giocarci proprio perché cercavamo qualcosa che era già dentro di noi. Forse eravamo troppo innocenti per distinguere e applicare una qualsivoglia forma di critica e capire dove si voleva arrivare. Forse volevamo solo provare un’esperienza gratificante di cui non ci interessava il substrato culturale…

Ma ne è nato un seguito e molti doni. Decine di doni.

L’idea eterea

Ciò che ci rende videogiocatori è un’idea eterea, un rapporto morboso e patologico tra noi e quello che accade al di là di uno dei tanti schermi possibili. Muovo lo stick verso destra e il personaggio si gira verso destra. È logico pensare in questo modo. In qualsiasi videogioco muovendo lo stick verso destra qualcosa si deve spostare verso destra (o ruotare o fare altro… ma sempre in quella direzione), così come muovendolo verso l’alto qualcosa deve compiere un movimento in avanti o all’insù (astronavebiondomuscolosoantieroesparaparolaccedonninasexypocovestitaautovetturasportivaconturboincorporato… Fate voi…). Ad ogni movimento leghiamo una serie di reazioni possibili che anni di esperienza con questo medium ci hanno insegnato a considerare come naturali. Naturali? Che pessima parola. Diciamo che la nostra immaginazione ludica non può prescindere da questi schemi, logici quanto convenzionali. Mi sembra fin troppo scontrato dire che, tranne in alcuni casi specifici in cui alcuni schemi subiscono delle variazioni (ad esempio il ribaltamento dell’asse Y nei simulatori di volo), dovute ad esigenze particolari che di solito hanno a che fare con la verosimiglianza, lo schema mentale convenzionale condiviso viene sempre rispettato.

Non preferisco God of War a Onimusha (ad esempio) per una semplice questione estetica. In entrambi, trovandomi un nemico sulla destra, sposterò la levetta del joypad in quella direzione e premerò il tasto attacco per colpirlo con l’arma a disposizione. Non ho bisogno di abilità particolari per eseguire quest’azione e l’azione è sostanzialmente identica in entrambi i giochi. Quello che cambia è il risultato percettivo. Da God of War ottengo un output più soddisfacente che mi porta a preferirlo all’altro. Ovviamente la questione non è così semplice. Il concatenarsi di input e di output crea un ritmo preciso in ogni gioco. Serious Sam (uno qualsiasi) ha un ritmo differente rispetto a Doom 3, pur appartenendo entrambi allo stesso genere e richiedendo al giocatore di compiere le stesse azioni. La discriminante è sempre la stessa: non tanto quello che devo fare, ma quello che ottengo “facendo”. Se la risposta percettiva, se l’idea, l’illusione suscitata dal gioco riesce ad essere soddisfacente, allora posso andare avanti dando un senso all’atto stesso del videogiocare. Ovviamente in questo discorso entrano in campo mille variabili differenti, che partono dall’aspettativa stessa del giocatore toccano il suo background culturale (sia generale che specifico) e arrivano a considerazioni di tipo maggiormente sociale. Vedrò di tornarci sopra nei successivi articoli.

Il peso di un idraulico

Nintendo è furba. Quale console migliore per far uscire il primo platform 2D di mario dopo 10 anni? Proprio il DS, quella console foriera di innovazione ma lanciata con un remake, sempre di Mario, guarda un po’. Dopotutto… chi ha bisogno di innovazione se c’è di mezzo Mario? E’ la serie più amata… basta che un gioco abbia scritto Mario nel titolo e almeno un centinaio di copie lo vende.

Ma i platform no. I platform di Mario sono tabù. Il peso di un nuovo Mario bidimensionale è diventato enorme, dopo quel 1995. E con gli anni, con la nostalgia sempre più asfissiante, il peso si è fatto incommensurabile. Avete idea di cosa chiederebbe la gente ad un Mario World 3? Gli sviluppatori verrebbero linciati qualunque cosa facessero, senza appello.

Mario Bros


Ed è così che Nintendo prende una decisione: dare una spallata al peso storico di Mario. Non con un Mario nuovo, ma con un Super Mario Bros. nuovo. Semplice. “Ripartiamo dalla base ed evitiamo confronti diretti”, pare dirci Nintendo. Migliaia e migliaia di nostalgici festeggiano, le donne acclamano il ritorno alla semplicità, i patiti dell’innovazione gongolano vedendo i “nuovi” mostri, le “nuove” mosse e i personaggi elefantiaci. Il target è centrato. 100 punti.

Ma… io? Io che ho iniziato a giocare a 16 bit? Io che non sono un nostalgico, non dell’epoca 8 bit o della preistoria videoludica? Io che non fremo di fronte ad una manciata di pixel? Io, che sono stato viziato dalla magificenza di Yoshi, non mi accontento.

Mario Bros 2


È troppo poco.
Mario non è riciclo di mostri o di idee. Mario non è multiplayer. Mario non è cacofonia grafica.
Mario è genio e innovazione, è gameplay solido e longevo, è coerenza e poesia grafica.

Ma Nintendo sa che avrei scritto queste parole. Qualunque cosa avrebbe fatto, qualunque, il peso di Mario avrebbe fatto il suo effetto.

Onimusha 3: Demon Siege

Prodotto e sviluppato da Capcom | Piattaforme Playstation 2, PC | Rilasciato nel 2004 (PS2)

Onimusha 3 è come i film Hollywoodiani dal grosso budget: pomposo, banale, trascurabile ma assolutamente eccellente negli elementi che tanto piacciono ai videogiocatori. Se cominciassimo a porgli domande lo vedremmo arrossire e disgregarsi. Negandogli ogni pretesa gli rendiamo merito per i suoi valori produttivi e per la sua sublime inutilità. Scorre via e muore senza lasciare traccia. Solo dopo averlo finito e dimenticato ci si rende conto che non ce n’era nessun bisogno… Ma ormai è tardi e l’assenzo è già stato dato e, come per i fuochi artificiali, il colore e il rumore hanno lasciato il posto al fumo… e la notte riprende le sue tonalità non curandosi più di quel solletico e del suo frastuono.