Batman: Arkham City. Pipistrelli e pupe.

Questo articolo contiene spoilers sulla trama del gioco.

Videoludicamente parlando la carriera di Batman oscillava tra il mediocre e il penoso, molti titoli senza troppe velleità basati sul character design della pluripremiata e amatissima “Animated Series” (ancora adesso insuperata come qualità realizzativa), qualche tie-in ispirato alle uscite cinematografiche, menzione d’onore al titolo della sempre divertente serie Lego e poco altro.
Poi nel 2009 esce Arkham Asylum, e finalmente tutti i ciccioni delle comic convention possono indossare i panni dell’uomo pipistrello degnamente, senza sudare copiosamente nelle parti intime a causa dello spandex.

Un successo che porta all’inevitabile seguito: lo vogliono i fan, lo vogliono i videogiocatori e lo vuole anche la DC, che rincorre affannosamente la Marvel nei campi extra-cartacei (leggasi: fallimenti ignominiosi al botteghino con Superman e Green Lantern).

La chiamata è di quelle importanti: bissare un successo e nel contempo tenere alto l’onore di una licenza pesante come quella di Batman. Rocksteady coglie la palla al balzo e porta a scuola l’intera industria videoludica, con interrogazioni a sorpresa per certi assassini incappucciati che dovranno venire accompagnati dai genitori.

Arkham City amplia tutto l’ampliabile rispetto al suo predecessore, ma quel che è più importante, affina l’affinabile, oltre a fornire una mappa di gioco più grande (ma non immensa) liberamente esplorabile fin da subito; inoltre ribilancia sensibilmente i combattimenti e la potenza dei gadget a disposizione del pipistrello per rendere la sfida, nel limite del possibile, più equa, pur continuando ad alternarsi tra sessioni stealth e risse da bar.

A questo, che fondamentalmente è il nocciolo del gioco, si aggiungono diverse note piacevolissime, come il deciso miglioramento nel design dei puzzle-trofei dell’Enigmista: là dove infatti in Asylum rappresentavano soltanto una tediosa routine che si fondava esclusivamente sul raggiungimento di determinati punti della mappa per avere accesso al trofeo e raccoglierlo, ora ci troviamo davanti a veri e propri quesiti da risolvere basati sulla fisica e sull’uso dei gadget a disposizione. La possibilità poi di indossare anche i panni (aderentissimi) di Catwoman non è solo un mero cambio di skin, ma un’esperienza di gioco molto differente che, causa la penuria di gadget e la minor forza e resistenza in combattimento, ci costringe a vivere il quartiere di Arkham City da una prospettiva diversa.

Il punto di forza, a mio avviso, risiede nella città, visivamente gargantuesca: non solo è un’ottimo esempio di level design, ma è anche oltremodo piena di dettagli e puntellata di chicche che renderanno felici gli appassionati del fumetto e ci caleranno dentro il marcio di Gotham fino a percepirne quasi gli odori (o forse sono io che ho passato troppi giorni al PC trascurando l’igiene). I motivi per esplorarla sono molteplici, le sidequest sono ben caratterizzate e  il gioco occupa un discreto numero di ore, incrementate come prima dalle sfide singole da rigiocare fino alla definitiva morte delle vostre relazioni sociali.

Sguardo proiettato all'orizzonte, qualcosa ci suggerisce che stavolta non possiamo sbagliare candeggio.

Una nota negativa invece è la trama, che troppo spesso appare come un pretesto per mettere insieme l’intero (o quasi) pantheon di pittoreschi bat-nemici: gli antagonisti, ma anche gli alleati, non godono di una scrittura mirabolante, il doppiaggio italiano (il gioco non permette l’installazione in lingua originale) si avvale di doppiatori più adatti al colorato cartoon che non ad un gioco dai toni scuri come questo, senza contare che nel turbinio di colpi di scena sul finale manca poco per sentire qualcosa di melò tipo “Bruce, sono il tuo padre biologico”.

L’incalzante ping pong tra i nemici a cui Batman è messo di fronte fa spazio a varie riflessioni, non ultima quella che lascia perplessi riguardo all’effettiva pericolosità dei supercriminali che ci tengono in scacco. I vari Pinguino, Due Facce e Joker sembrano più persi alla deriva nelle loro manie e follie che non seriamente impegnati a perseguire qualche atto criminoso o a farci la pelle: non è per fare la solita critica del “genio criminale che straparla mentre l’eroe si slega le mani”, ma ci si chiede davvero come personaggi così inetti e dalla psiche così fragile abbiano potuto mettere a ferro e fuoco Gotham City per decenni alla testa, per altro, di assassini e criminali sani di mente. Un atteggiamento che forse poteva andare bene per la serie televisiva degli anni ’60, ma che sembra completamente fuori luogo per l’atmosfera da lunghe gotiche orecchie a punta e mantelli strappati. Insomma dove sono i pazzi leader sanguinari che dovrebbero rappresentare una minaccia?

A fianco a questo gli stereotipi del caso sono tutti lì anche per gli eroi.
Capitalista caucasico di giorno, nero giustiziere di notte, Batman, da sempre l’eroe più fascista del roster DC, mena cazzotti con piglio littorio e non vacilla davanti a nulla se non (spoiler) per l’amor romantico, reazionario della prima ora rifiuta la modernità del geniale piano di Strange e congeda il volenteroso Robin poichè indegno della divisa da Balilla, al grido di “Molti nemici, molto onore!”. Alfred mantiene l’aplomb, mentre Catwoman cammina sulla lama oscillando tra il “troppo sexy” e il “facile costume” aderendo pienamente alla visione videoludica dei personaggi femminili.

L'algido dottore e quella frigidona di sua moglie non riescono ancora ad avere un dialogo costruttivo.

Sul finalissimo non temete, c’è un vecchio detto nel mondo degli autori di fumetti che recita: “Tutti possono tornare dalla tomba tranne Bucky, Jason Todd e Zio Ben”, e contando che i primi due sono stati comunque riportati in vita in qualche modo non c’è molto di cui preoccuparsi, per il prossimo titolo (Batman: The Claim of Abissinia) saranno di nuovo tutti li con le loro catch line dozzinali.

 

Vi saluto consigliandovi la visione di questo video:

http://www.youtube.com/watch?v=o6hRwV7jzyU
Banane a sfera per tutti voi

 

tette di gatta: 8

chirotteritudine: 10

tonalità di blu scuro: 9.5

fiori che spruzzano: 6

icone omosessuali: 8.5

valori del ventennio: 16

questo articolo è stato scritto ascoltando: Death Grips – Exmilitary


Enslaved: Odyssey to the West

Prodotto da Namco Bandai | Sviluppato da Ninja Theory | Piattaforme Xbox 360, Playstation 3 | Rilasciato nell’ottobre 2010

Di Enslaved, visto il ritardo con cui esce questa recensione, si è già detto tutto. O meglio, sarebbe più appropriato insistere sul fatto che, ovunque se ne sia parlato, si sia dato particolare risalto agli aspetti negativi di questa produzione inglese. Da un certo punto di vista, quindi, è quasi inutile soffermarsi, ad esempio, sui difetti della telecamera, che invece di spaziare e restituire la giusta profondità agli scenari si chiude su sé stessa, quasi soffocando il giocatore costretto a muovere lo stick analogico per capire dove si trova. Oppure, si può tranquillamente glissare la sporcizia tecnica con cui è stato realizzato il mondo di gioco, che non assomiglia in minima parte a quello sviluppato per altri titoli che usufruiscono dello stesso Unreal Engine che lo muove. O ancora, e con questo chiudo coi difetti, è superfluo anche accennare al frame rate traballante (ed è già un complimento), alla pessima calibrazione dei volumi audio e alla scarsa intelligenza artificiale pensata per i nemici. Davvero. Inutile affondare il coltello in una ferita già aperta da altri e che io, invece, vorrei ricucire.

Sì. A me Enslaved è piaciuto. E parecchio. Fermo restando quanto detto in precedenza, il titolo possiede non solo alcuni espedienti narrativi decisamente sfiziosi, ma anche delle dinamiche che io definirei, tanto per sparare parole roboanti a caso, degne di un filone da post modernismo del videoludo.

Partiamo dal primo punto e soffermiamoci sull’incipit che dà il via alle danze. Nei primissimi momenti di gioco, la presenza dell’HUD, la facoltà di rilevare mine e nemici e la possibilità di fare upgrade fisici e tecnici vengono introdotte da una narrazione che, per quanto fine a sé stessa, accoglie il giocatore introducendolo dolcemente alle meccaniche previste dal gameplay. Niente che non si sia già visto o che sia innovativo, ma è un aspetto che mi ha fatto sentire protagonista di quanto andavo ad esperire. Da non sottovalutare anche la qualità del doppiaggio, che riesce a infondere un alito di vita in quella bellissima attrice che ha nome Trip. Espressivo, dolce e innocente, il volto della giovane “schiavista” trasuda emozioni e tristezza, molto più di quanto hanno saputo fare altre femmine del videogioco tipo le ragazze di Uncharted. Prima di arrivare al vero busillis, vorrei anche fare un applauso ai responsabili della palette grafica utilizzata per dipingere New York e dintorni. Tanto saturi da essere esplosivi, i colori costituiscono un vero e proprio elemento dello scenario, che rimane costantemente presente quasi fosse la scia scarlatta inseguita da Faith in Mirror’s Edge. A mio avviso, eccellente. Ma questi son gusti.

Arriviamo, quindi, al piatto forte di questa produzione, ovvero il gameplay x based: non si può cadere, non si può scivolare, non si può sbagliare un salto, non si può… e quindi, per questo, va criticato? Ora, capisco che chi fosse alla ricerca di un action adventure in terza persona con un livello di sfida sufficientemente alto da risultare impegnativo, sia rimasto deluso da quanto proposto. Ma se qualcuno, come me, fosse stato alla ricerca di un prodotto intrattenente, senza sbattimenti, senza frustrazione, senza caricamenti estenuanti, senza “cazzo ho mancato l’ultima piattaforma e devo rifare tutto da capo come vent’anni fa in Super Mario”, allora avrebbe trovato in Ensalved un titolo più che onesto in cui investire i propri quattrini (ecco, magari non a prezzo pieno).

Chiariamoci: non è che tutti i giochi in terza persona con la possibilità di saltare e combattere devono riproporre pedissequamente le stesse meccaniche. Diamine, che noia sarebbe! Enslaved se ne sbatte di chi sta cercando la sfida. Non è quello che offre. Offre un’esperienza fluida, non intramezzata da morti continue, che si possa fruire tranquillamente anche dopo essere rientrati a casa dal lavoro, dove magari sei stato costretto davanti al monitor per otto ore. Come capita a me e, onestamente, di stare attento al pixel non ne ho mai la minima voglia.

Ensalved possiede il germe di quello che potrebbe diventare un genere vero e proprio: quello dei prodotti pensati per chi ama il divertimento e l’intrattenimento ma è stanco di perdere tempo. Parallelamente a quanto fatto dal Prince of Persia in cel-shading che tutti hanno criticato per la mano salvifica di Elika, il gioco di Ninja Theory salta a piè pari il discorso del “se clicchi male ti puniamo” e si concentra all’amplificare e semplificare il godimento di un’esperienza ludica senza noiose curve di difficoltà. Certo, se si stesse cercando un qualcosa di impegnativo, questa non sarebbe la riva del fiume sulla quale approdare, ma suppongo che la cosa sia analoga anche per gli altri media. Se si fosse alla ricerca di uno scacciapensieri, credo che A Serbian Film, tanto per restare sull’attualità, non sarebbe la scelta migliore. No?

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Castlevania: Lords of Shadow

Pubblicato da Konami | Sviluppato da MercurySteam e Kojima Productions
Piattaforme PS3, X360 | Rilasciato il 7/10/2010

C’è una cosa che i giapponesi non sanno fare: le demo. Esattamente come per Bayonetta la cosa che ha seriamente penalizzato la percezione di Castlevania per molti utenti, oltre alla campagna razzista fatta dalla stampa occidentale, è una demo che, seppur non pessima, è limitata alle fasi iniziali di gioco (cioè del tutorial) così da risultare una spoglia e dimenticabile esperienza videoludica.

Dopo pochi minuti di gioco, quello vero, però non si può non apprezzare Castlevania, sebbene quasi tutto il suo impianto sia derivato dai più grandi classici action dell’ultimo decennio. Beninteso, questo non è affatto un male: nessuno si lamenta se l’ennesimo Medal of Duty ha le stesse armi, modalità e ambientazioni degli altri venti usciti nell’ultimo decennio, nessuno si lamenta mai se in un gioco di guida si guidi o se Halo continua a propinarci sempre gli stessi avversari. Dalla sua, Lords of Shadow ha il pregio di migliorare quasi tutto quello che prende dagli altri giochi reinventando così l’action game, rimanendo piuttosto fedeli allo spirito della serie e trovando quella convergenza (ormai innegabile) con il vecchio genere degli action adventure che sta tornando prepotentemente di moda dopo anni di violenza adolescenziale e poco altro. Le citazioni si sprecano e vanno da Shadow of the Colossus a Zelda (a cui, sorprendentemente, è dedicato un capitolo intero in chiave gotica), passando per God of War e Uncharted, quasi a sottolineare la volontà di sintesi del team creativo.

Una delle prime cose che si nota è che la tridimensionalità di Castlevania ha coinvolto anche la storia, e non solo per il casting stellare del doppiaggio inglese. È una storia d’amore, vendetta e passione, con moltissimi personaggi e una buona dose di horror gotico condotta sulla base di una regia e di una scenografia che definire impeccabile è sminuirla (pare che sia proprio qui che Kojima Productions abbia dato il suo contributo più grande). La storia vede Gabriel Belmont, un templare della Fratellanza, in piena crisi mistica: ha da poco perso la moglie ed è tormentato dalle sue apparizioni notturne, inoltre ha dolorosamente preso coscienza del fatto che Dio ha abbandonato gli uomini, lasciati in balia dei Signori delle Tenebre che li hanno scacciati dalle città e costretti a vivere come profughi sull’orlo dell’estinzione. Deciso a cercare vendetta o un preferibile oblio che lo sottragga alle sofferenze dell’esistenza, vagabonda per il mondo sfogando la sua frustrazione sulle creature delle tenebre inferiori, sino a che il fantasma di sua moglie e l’intercessione della divinità pagana Pan non lo coinvolgono, insieme al suo confratello Zobek, in una crociata volta a mettere fine una volta per tutte all’esistenza dei Signori delle Tenebre, svelandone l’origine e i poteri. Per Gabriel il viaggio consisterà in una costante altalena tra bene e male che lo porterà a mettere in discussione le cose e le persone in cui crede.

La storia si dipana in una serie di set-pieces che quasi mai sono livelli nel senso più becero del termine: sono situazioni più verosimili (nei limiti del genere), varie e quasi sempre avvincenti (Chupacabra vi odio!), non sempre incentrate al combattimento (in alcune si esplorerà e basta), che con il tempo crescono in complessità e varietà. Ad impreziosire le ambientazioni ci sono alcune delle migliori scenografie videoludiche di sempre: esse raccontano la decadenza della razza umana e delle civiltà che l’hanno preceduta indugiando su monumentali strutture in disuso, intrappolate in una natura che si sta riappropriando del pianeta, quasi gioendo dell’oblio dell’uomo.

Le locazioni sono collegate l’una all’altra da un atlante con il quale sarà possibile rivisitarle (a volte con variazioni nella fauna locale) per recuperare power-up nascosti o per affrontare le sfide aggiuntive che ricompenseranno Gabriel con punti esperienza extra. Se volete ricevere il massimo dell’esperienza di gioco ed avere vita facile dopo il sesto o settimo capitolo il backtracking rimane una scelta obbligata, anche perché il gioco è sadicamente crudele nel mettervi al corrente di tutti i power-up o oggetti speciali che non avete potuto raccogliere al vostro primo passaggio in una zona.

Tridimensionale è anche il combattimento, vagamente ispirato a God of War e Devil May Cry.Vagamente” perché è proprio qui che è Castlevania: i nemici non perdonano e più che sulle combo e sulle abilità speciali (come in Bayonetta) il giocatore dovrà vedersela con la propria abilità di creatività, tempismo e precisione. Gabriel non è Kratos: in Castlevania se si spammano mosse a casaccio si muore, o comunque si conclude molto poco.

L’ampia gamma di azioni e gli incontri complessi che andremo ad affrontare fanno intuire che Lords of Shadow non è un gioco per tutti i palati: io stesso, seppure già svezzato dalla solida palestra che è stato Bayonetta, ho fatto realmente fatica ad aggiustare il mio stile di gioco all’esigente sistema di combattimento di Castlevania. Non c’è niente che non vada nel gioco in sé, anzi, definirlo brutto, frustrante o sbagliato è solo una dichiarazione di incompetenza critica. È solo diverso e c’è bisogno di un po’ di tempo per capirlo, tanto siamo abituati al conformismo dei generi. Probabilmente non tutti i giocatori abituati al press A to win” di giochi più cinematografici apprezzeranno la richiesta di impegno e concentrazione di questo titolo.

Anestetizzato da anni di button mashing frenetico, per me è stato un piacere trovarmi di fronte ad un titolo in cui la stragrande maggioranza dei nemici non subiscono danni se affrontati con la Kratos-way. Ogni abilità ha il suo campo di applicazione ed il sistema di combattimento è così vasto e vario da presentarci ogni volta una nuova, piccola sfida. Il bilanciamento ha del maniacale: i boss più ostici hanno diversi checkpoint (anche mezza dozzina) perché gli scontri sono epici e molto lunghi. In alcuni casi ho pensato di essere finito in cul-de-sac senza uscita: mezzo morto e destinato a subire l’ultimo contrattacco senza speranza alcuna, tranne scoprire che il sistema di gioco si adatta a queste situazioni ed offre soluzioni molto efficaci per far fronte alle contingenze di un combattimento prolungato, senza diventare eccessivamente frustrante.

C’è da dire che l’impressione di combattere e non di giocare è inizialmente destabilizzante, ma poi regala molte soddisfazioni. L’importanza data alle strategie di difesa è unito ad un uso dei pattern molto realistico: sia Gabriel che i suoi avversari hanno tempi di recupero lunghi dopo una sequenza di attacco, quindi prima di caricare a testa bassa bisogna amministrare le proprie risorse con parsimonia ed oculatezza, considerando sempre dove finiremo dopo la combo che pensiamo di portare al nemico. Una schivata di troppo può sottrarre tempo prezioso per inserirsi tra uno slancio dell’avversario e l’altro, come un affondo ulteriore può risultare in un instant-kill a nostro svantaggio. Affrontare gli scontri è come  seguire un ritmo snervante che si alterna tra attesa, difesa, controllo degli spazi e fulminei attacchi. Spesso il modo migliore per contrattaccare è difendersi attivamente e invertire momentaneamente il flusso della battaglia, anche perché i nemici più potenti raramente saranno scalfiti da attacchi portati senza prima averli indotti a scoprirsi.

Sopravvive anche un sistema di progressione delle abilità. Sostanzialmente Gabriel ha quattro famiglie di abilità a disposizione: la magia, le reliquie, le combo e le armi secondarie. La magia nella sua forma più basica gli permette di infliggere più danni o di curarsi mentre li infligge. Le reliquie aggiungono poteri speciali alla frusta o aumentano le potenzialità esplorative di Gabriel con salti più alti, forza potenziata, abilità di distruggere parte dello scenario e via discorrendo. Le combo fanno da collante al tutto, proponendo sequenze con la frusta (ma non solo) sempre più articolate e integrate con il resto delle meccaniche, senza mai trascurare la necessità di precisione e tecnica, elementi imprescindibili per la loro esecuzione. Le armi secondarie presentano caratteristiche a metà strada tra quelle delle reliquie e quelle magiche: il loro utilizzo viene modificato ed amplificato se utilizzate insieme ad una scuola di magia, creando strumenti offensivi devastanti ma limitati per frequenza di utilizzo.

L’avventura di Gabriel Belmont è epica anche per la sua durata: il gioco è suddiviso in dodici capitoli, composti da un numero variabile di atti. La durata complessiva del gioco si aggira attorno alle venti ore se si vuole completarlo quasi del tutto, un significativo investimento di tempo che però è mitigato dalla natura episodica dei capitoli, che permettono di centellinare il gioco lungo ampi archi di tempo (cosa consigliatissima, dato l’impegno richiesto dal titolo). Per i nostalgici, tra gli extra è possibile abilitare i classici indicatori fluttuanti dei danni e delle comode barre di energia per tenere sotto controllo il livello dei danni dei vostri avversari, rendendo l’esperienza di gioco più simile ai vecchi (ma ormai stantii) Metroidvania.

A livello tecnico, Castlevania è uno dei giochi più belli mai visti su console HD. Questa scelta estetica ha il suo prezzo, però: nonostante la resa grafica sia identica sulle varie piattaforme, su 360 il gioco soffre di alcuni strani problemi di caricamento che rendono l’esperienza di gioco un po’ discontinua, oltre allo svantaggio di essere immagazzinato su due DVD. Su entrambe le console ci sono cali di framerate in alcune fasi di gioco. Su PS3, incrociando la mia esperienza (più che accettabile) con quella di amici e utenti della nostra community, sembrerebbe che la mancanza di fluidità in alcune sezioni dipenda anche dalla generazione di console posseduta. Ad ogni modo si tratta di problemi circoscritti, che non ledono in alcun modo la giocabilità o la spettacolarità del titolo.

In definitiva, Castlevania è un capitolo convincente per avviare un nuovo corso nella storia della serie. Seppure non abbia la volontà di innovare, riesce lo stesso a raffinare le meccaniche note agli appassionati del genere fornendo una visione personale ma anche molto convincente del genere action, che non mi dispiacerebbe vedere emulata anche in altri titoli (Assassin’s Creed?). Consigliatissimo ai veterani dei giochi d’azione che sono stanchi delle solite cose ma anche ai neofiti che vogliono impersonare qualcosa di più di un semplice adolescente coi muscoli.

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Zenonia

Pubblicato e sviluppato da Gamevil | Uscito il 24 Maggio 2009
Piattaforma: Symbian, iPhone OS, Android, Windows Mobile

Lo scenario dei giochi su piattaforma iPhone OS non è dei più rosei: decine di buoni titoli si perdono tra decine di migliaia di cloni, titoli semplicemente mediocri o sperimentazioni amatoriali. Quando una software house accreditata sbarca su AppStore può succedere di tutto, indipendentemente dalla qualità o diffusione del titolo proposto.

Zenonia ha avuto una sorte inizialmente avversa: port occidentale di un ottimo action/adventure coreano che debuttò anni fa per Symbian e Java, passò quasi del tutto inosservato durante i suoi primi mesi di esistenza. Il tam tam degli appassionati, unito ad un supporto tardivo ma virtuoso di alcuni network videoludici internazionali ha fatto sì che Zenonia riuscisse a ricavarsi la sua nicchia di popolarità, non senza meriti effettivi, solo nel periodo di Natale 2009.

Apparentemente abbiamo tra le mani un titolo hardcore fino al midollo: la grafica semplice che richiama stilisticamente Zelda per GBA, il sistema di gioco supporta quattro classi, ognuna con il suo piccolo skill-tree. Questi elementi farebbero pensare ad un titolo per espertoni del genere, se non ad un nostalgico tributo a Diablo.

Sebbene ci siano molte parti action con una buona spruzzata di RPG, Zenonia dimostra di essere un titolo progettato da professionisti del gaming mobile tramite un bilanciamento pressoché perfetto che calza a pennello con le modalità d’uso dei dispositivi su cui gira. Molto intelligentemente gli autori hanno optato per un sistema di combattimento che perdona moltissimo ma al tempo stesso diverte. Piuttosto che punire il giocatore distratto o incauto con una morte repentina, il gioco premia quello attento accorciando la durata ed il dispendio di risorse necessari agli scontri. Proprio per adeguarsi alle frequenti pause e sospensioni del gioco mobile, Zenonia è indulgente anche nel ritmo e nella struttura di gioco, che è un inanellare fasi di avventura più o meno corte (sempre sotto i dieci minuti), in cui è possibile salvare in qualsiasi momento.

Zenonia investe tantissimo anche nella narrazione, con moltissimi dialoghi e, cosa inusuale per un gioco del genere, molte scelte morali che influenzeranno lo sviluppo della storia. Il protagonista ha dei legami con una stirpe demoniaca che in passato ha quasi distrutto il mondo e la sua condotta metterà a fuoco i suoi rapporti tra le fazioni coinvolte nel nuovo conflitto che sta montando. E’ molto difficile perdersi o non sapere cosa fare, grazie ad un diario comprensivo di mappe che permettono al giocatore di districarsi abilmente nelle circa due dozzine di regioni che compongono il territorio di gioco.

E’ arduo trovare difetti in Zenonia se non quello del pad virtuale che è essenziale per navigare qualsiasi elemento dell’interfaccia – menù e inventario inclusi. A dirla tutta la scomodità è più una questione di abitudine ed è da imputare alla mancanza di un feeback fisico durante l’utilizzo dell’input, tuttavia potrebbe richiedere un periodo di adattamento.

Zenonia riesce a mantenere quel delicato equilibrio che permette ad un gioco di essere amato dai giocatori di tutte le fasce ed inclinazioni. Non essendo facilmente incasellabile in un genere preciso, riesce ad accontentare tutti. Se siete dei fan degli action adventure, amate Zelda e non disdegnate qualche RPG leggero che non mette la storia in secondo piano, avete trovato un titolo che vi piacerà sicuramente.

Prince of Persia

Sviluppato e Pubblicato da Ubisoft | Piattaforme Xbox 360, PS3, PC | Rilasciato a Natale 2008

Quando da bambino giocavo a guardia e ladri (o a pistoleri e indiani) con i miei amici e con mio fratello, seguivamo una serie di regole implicite, di cui parlavamo soltanto quando venivano violate. Avevamo tutti delle pistole giocattolo, ma spesso utilizzavamo le dita. Ci dividevamo in due gruppi e ci nascondevamo dietro delle barricate improvvisate, ricavate solitamente dal mobilio della casa terreno dello scontro. Il gioco era molto semplice: bisognava sterminare la squadra avversaria facendo finta di spararsi addosso. Come fare a determinare chi veniva colpito e chi no in mancanza di armi che sparassero effettivamente qualcosa (al massimo avevamo quelle con gli “scoppietini”, che facevano solo rumore)?

Il gioco consisteva nello sporgersi e sparare (urlando bang bang o facendo altri versi simili). Se qualcuno era più veloce di te, diceva “bang” prima e ti freddava inesorabilmente. I colpiti venivano momentaneamente esclusi dal gioco per rientrare a fine partita.

La meccanica di gioco funzionava ed era divertente quando tutte le condizioni venivano rispettate: nel momento in cui qualcuno decideva di deviare dalle regole, ad esempio non volendo uscire dal gioco una volta colpito o affermando di aver colpito prima lui in uno scontro frontale in cui aveva palesemente perso, oppure non uscendo mai dalla copertura, creando di fatto noia e frustrazione negli altri giocatori, bisognava discutere delle regole, come solo i bambini sanno fare, per tentare di riportare la partita alla normalità, mettendo in riga i disobbedienti.

Immaginiamo però che, di comune accordo, fosse stata decisa una regola per cui nessuno doveva morire e, quindi, uscire dal gioco. Probabilmente i primi minuti dello scontro sarebbero trascorsi normalmente, ma ben presto le cose sarebbero degenerate. Se non fosse stato possibile morire, perché affannarsi a cogliere di sorpresa l’avversario? Il tutto si sarebbe risolto in un continuo “bang bang bang” a viso aperto che sarebbe venuto a noia dopo pochi secondi, rovinando il gioco.

I videogiochi non sono democratici per loro natura e non lo saranno mai, nonostante gli sforzi. Tutti possono avviarli (e non è neanche detto… ma sorvoliamo) ma non tutti possono arrivare a fruirli fino alla fine o al 100%.

Prince of Persia è un capolavoro. Non sto scherzando. Basta interpretare correttamente la parola capolavoro per capire che ho ragione: la Ubisoft ha realizzato la massima espressione di una tendenza dominante, che da anni si è insinuata nel mondo videoludico.

In Prince of Persia non si muore. Non c’è niente da fare, il protagonista non ne vuole proprio sapere di trapassare. Non gli riesce. Burroni, laghi di un liquido nero puzzolente, lampi, nemici feroci come hostess Alitalia davanti a un quadro di un dirigente CAI… niente. Qualsiasi idiozia tu possa commettere, c’è sempre la mano amica che ti salva.

Qualcuno ha subito sentenziato: “è pensato per i casual gamer!” Ma proprio per niente, viene da dire esaminandolo meglio.

Il casual gamer gioca a titoli in cui le partite sono relativamente brevi (la sua massima fonte di approvvigionamento ludico è Facebook o qualche sito con giochi in flash), le cui meccaniche sono semplici ma… che sono spesso molto difficili. “Casual gamer” non corrisponde a “giocatore che non sa giocare”. Solitamente un gioco pensato per tutti ha delle regole semplici ma che non impediscono complicazioni in termini di difficoltà relativa. Provate a giocare a Oasis o a Tower Bloxx ai massimi livelli di difficoltà, tanto per fare due esempi, e poi fatemi sapere se riuscite a finirli con una sola partita. Oppure fatevi un favore e regalatevi World of Goo

Prince of Persia non è per casual gamer: è lungo, il sistema di controllo è discretamente intricato e appartiene a un genere che non ha un grande appeal su quelli che si divertono solo con Wii Sport e affini. Oltretutto è chiaro che non è pensato per le partite fugaci, ma richiede sessioni più lunghe per essere apprezzato.

E allora cos’è Prince of Persia?

Un gioco per cellulari.

Andate sul sito di Gameloft, scegliete un action platform recente (ad esempio Assassin’s Creed… che ho provato direttamente) e provatelo per qualche livello. Scoprirete che le azioni del protagonista di turno sono una serie di micro sequenze scriptate, attivabili premendo un tasto al momento giusto (solitamente appaiono indicazioni a schermo per chiarire quale premere). Per micro sequenze scriptate intendo azioni avviate dal giocatore su cui non c’è alcun controllo diretto una volta partita l’animazione dell’azione stessa, che produce una serie di micro filmati precalcolati, pur diluiti nel gameplay. Probabilmente si tratta di una definizione piuttosto rozza, ma credo che renda bene l’idea di quello che si vede sullo schermo.

Sui cellulari una soluzione del genere è necessaria, oltre che consigliata. Il motivo risiede nella natura stessa dei telefoni, i cui tasti sono spesso posizionati (giustamente) senza tenere conto dei videogiochi, e quindi sarebbe deleterio per l’esperienza ludica richiedere velocità e precisione per superare determinati passaggi.

Prince of Persia, versione maggiore, sposa completamente questa filosofia e trasforma la ricerca di dinamismo presente nel primissimo episodio e in Sands of Time, in una serie di semplificazioni decisamente eccessive e spesso deleterie. Ma ciò non toglie che sia perfetto.

Come già detto non si muore. Il gameplay è descrivibile in: premi uno o due tasti combinati al momento giusto e guarda cosa succede sullo schermo (generalmente qualcosa di spettacolare), se non riesci a imbroccare la giusta sequenza non ti preoccupare, la tizia che ti viene dietro ti salverà e tu potrai ritentare di superare l’ostacolo quante volte vorrai (sia esso composto da una serie di salti da compiere o da un nemico da eliminare).

Il non morire crea qualche problema di tipo “drammatico”… in uno dei primi livelli bisogna salire in cima a una specie di torre infilata in una specie di grosso pozzo che va riempendosi di un mefitico liquido nero. Una sequenza di fuga, per funzionare dal punto di vista ludico, deve avere delle caratteristiche precise, ovvero deve dare al giocatore il senso di urgenza della situazione, suggerendogli di sbrigarsi se non vuole fare una brutta fine.

Ora, nei videogiochi il senso di urgenza nasce dal fatto che, rallentando troppo, si subiscono delle penalità, siano esse la morte (come in Warrior Within) o la perdita di qualche oggetto di valore (come ad esempio in LEGO Indiana Jones), o ancora l’impossibilità di accedere a un livello speciale. Nel caso di Prince of Persia una sequenza di fuga non ha alcun senso perché… non c’è nessun elemento che crei l’urgenza di sbrigarsi.

È vero, il liquido sale, ma se arriva dal principe parte la solita sequenza di salvataggio e si ricomincia da un punto sicuro. Che urgenza dovrei sentire se prendermela comoda non comporta alcuna penalità? Perché dovrei vivere la scena con la frenesia suggerita dalle parole della principessa se proprio lei rende di fatto nullo qualsiasi accenno di tensione?

Portiamo queste domande all’estremo, che poi è quello che ci serve per capire veramente il gioco: perché davanti a un baratro dovrei riflettere sul da farsi se tanto posso tentare a caso quante volte voglio e stare semplicemente a vedere quello che succede? Se non c’è penalità, non c’è gioco, e quindi non c’è alcun senso nell’interpretare mentalmente la situazione in senso “drammatico”, ovvero non ha senso immedesimarsi con il personaggio sviluppando una visione contestuale e un’empatia con il mondo finzionale. Non per niente nei videogiochi l’immortalità è sempre stata considerata un cheat, ovvero un modo per barare che rovina l’esperienza ludica, non certo una caratteristica di pregio. Tutto il resto delle considerazioni vanno fatte ruotare intorno ad essa, perché si tratta di una scelta precisa fatta in fase di progettazione, che definisce da sola il target del gioco.

E qui arriva la perfezione di Prince of Persia, il suo essere sublime.

I primi videogiochi erano spesso sviluppati dagli stessi videogiocatori che erano definibili dei guru. I guru si lanciavano sfide a vicenda, cercando di creare sfide molto impegnative per gli altri. Con l’allargarsi del mercato è nato il problema di come permettere a tutti di fruire un videogioco dall’inizio fino alla fine, da qui la tendenza generale alla semplificazione, che ha di fatto fatto deragliare molti generi verso l’action (perdonate la superficialità di questo periodo, so bene che il discorso meriterebbe un paio di libri a parte).

Prince of Persia porta all’eccesso il concetto di semplificazione, e pensa il suo utente tipo come “incapace” o meglio con delle difficoltà di controllo, arrivando a sfruttare di fatto la stessa concezione di game design dei giochi per cellulare, solo applicandola a un contesto più ampio.

Il giocatore non viene gratificato dal riuscire a superare una difficoltà, ma dalla spettacolarità pura dell’esecuzione passiva che avviene sullo schermo, cioè dall’apparato scenografico e coreografico condito da un’infinità di effetti speciali. Ovviamente non ha niente a che fare con gli stylish Game tipo Viewtiful Joe, dove la spettacolarità è legata all’abilità del giocatore: in Prince of Persia anche il più goffo tra gli incapaci può ottenere a schermo delle immagini di sublime bellezza.

Niente di raffinato (la violenza è moderata, i dialoghi sembrano usciti da una brutta serie d’animazione, l’oriente esiste solo come luogo comune), ma di sicuro impatto.

Ciò che lo rende grande, per concludere, non è quindi il gameplay vecchio e limitato e non è neanche la trama banale e telefonata. L’averlo definito capolavoro dipende dal fatto che oltre è quasi impossibile andare (ma non indico limiti perché credo che avrò presto il piacere di essere smentito) e che nessuno aveva mai osato tanto, nemmeno Heavenly Sword, a meno di non ammettere che l’unico modo per rendere un videogioco fruibile da tutti è quello di eliminare completamente la parte ludica, ovvero di renderla una mera contingenza: avvia il gioco e guarda, dove di ludico rimane soltanto il gesto di “avviare”.

Fable II

Per un gioco di Lionhead Studios c’è sempre molta attesa. Così è stato per i due Black & White, per The Movies e per il primo Fable, volendo citare solo i più memorabili. Poco importa se i giochi di questo brillante studio britannico si siano poi rivelati poco più che titoli discreti o belle rivelazioni. In ogni caso, avendo a che fare con il team diretto da Peter Molyneaux, c’è sempre da aspettarsi qualcosa di notevole. Oggi analizziamo Fable II, il seguito del gioco di ruolo e d’azione uscito circa cinque anni fa su Xbox riscuotendo un certo successo a livello mondiale per le innovazioni che seppe apportare ad una tipologia di gioco già allora diffusissima.
E’ bene capire, anzitutto, quali siano le novità introdotte da questo seguito, cercando di cogliere gli aspetti che maggiormente lo differenziano dal suo predecessore. Il metodo del “contagocce” con cui Lionhead ha dispensato informazioni ogni volta nuove sul titolo, con i vari video diari di sviluppo e via dicendo, ha sicuramente fatto crescere in noi il desiderio di mettere le mani su questo gioco. E, stando a quanto lo stesso Molyneaux ci aveva promesso, ci saremmo dovuti aspettare un sistema di combattimento migliorato, una gestione delle relazioni interpersonali approfondita, un mondo più vasto con il quale interagire maggiormente rispetto al primo capitolo, una trattazione di temi decisamente più “adulti” e la tanto chiacchierata modalità cooperativa online.
Ebbene, per quanto tali promesse siano state più o meno mantenute, pur con qualche eccezione, è anche vero che mi sarei aspettato un risultato finale che potesse discostarsi in maniera più evidente dal primo Fable; invece, il secondo capitolo della saga si presenta come un’evoluzione dei risultati già conseguiti dal titolo per la prima scatola magica di Microsoft.

Sono trascorsi cinquecento anni rispetto ai fatti narrati nel primo episodio, ma Albion cela ancora qualcosa di oscuro. In quel di Bowerstone vestiremo i panni di un ragazzino di circa dieci anni (o di una ragazzina, a scelta – qui la prima innovazione) in compagnia della sorella maggiore Rosaspina, povero (o povera) e alla ricerca di qualche lavoretto per racimolare i soldi per un po’ di pane. Le misere vite dei due fratelli saranno sconvolte dall’arrivo in città di un mercante e di un’oscura donna incappucciata conosciuta come Theresa. Un carillon apparentemente innocuo cambierà il loro destino.

Dopo questo incipit, ed evitando di rovinarvi la sorpresa rivelandovi ulteriori particolari, anche in questo capitolo il nostro personaggio crescerà, poiché nella narrazione passeranno alcuni anni in più di una fase di gioco. Il bello di Fable, sia nel primo che nel secondo capitolo, non è solo il fatto di vedere crescere il nostro eroe, ma soprattutto nella possibilità di far sviluppare quest’ultimo a seconda dei nostri atteggiamenti, del nostro comportamento, delle nostre scelte morali, delle nostre gesta, e influenzarne l’aspetto fisico subendo danni in battaglia o semplicemente mangiando qualcosa.
Nel corso della maturazione del nostro alter ego virtuale dovremo stare attenti a gestire bene le due barre di Purezza e Corruzione e di Bontà e Cattiveria. Nello svolgersi della storia decideremo se essere compassionevoli o refrattari al perdono, pii o malvagi, e all’interno dell’apposito menu le due barre indicheranno ora un maggior grado di purezza e bontà, ora una più spiccata malvagità e corruzione. Essere più o meno puri, poi, dipenderà anche da ciò che mangeremo: se ingurgiteremo una torta al cioccolato o una grassa fetta di carne dovremo tenerci pronti, oltre a ingrassare a dismisura, a vedere diminuire i punti purezza e ad assistere ad un aumento dei crediti relativi alla corruzione. Viceversa, sgranocchiando un sedano, una carota o delle mele, potremo non solo dimagrire, pur se di poco, ma anche vedere diminuire la corruzione che è in noi. Ovvio che alimentarsi non serve solo ad aumentare o diminuire i punti, ma giova anche tantissimo durante i combattimenti, in mancanza di pozioni con cui curarsi. Un sedano curerà sensibilmente meno di una gustosa fetta di formaggio, ma ingozzandoci, anche durante il combattimento, ingrasseremo; certo che, in alcune fasi, neanche penseremo a cosa mangiare, decisamente impegnati a sopravvivere. Essere più o meno buoni d’animo o più o meno puri farà cambiare anche il nostro aspetto fisico e, onestamente, spesso il risultato sarà diverso da come noi vorremmo che l’eroe cresca. Prepariamoci a far colorare la nostra iride di un verde smeraldo se saremo troppo corrotti, di un rosso scarlatto se saremo troppo cattivi, d’azzurro se saremo buoni o di un semplice castano se saremo a metà strada tra il puro e il corrotto. Anche l’espressione del volto cambierà a seconda del nostro comportamento.

Il sistema di combattimento è stato migliorato rispetto al primo episodio, e Lionhead ha insistito molto su di esso, presentandoci la possibilità di agganciare i nemici con più successo e combo più divertenti e facili da eseguire. Durante un accerchiamento, ci basterà agganciare il nemico da uccidere con LB per poi farlo fuori con X. Quest’ultimo pulsante, se tenuto premuto e poi rilasciato, ci permetterà di effettuare mosse speciali, tanto più efficaci e spettacolari quante più ne avremo sbloccate nel menu relativo all’assegnazione dei punti dell’eroe. Ogni nemico ucciso lascerà cadere delle sfere verdi, rosse, gialle e blu, che potremo assorbire tenendo premuto il tasto RB e che andranno ad aumentare la nostra esperienza generale, la nostra forza, la magia e le varie abilità. Utilizzando il menu potremo poi scegliere se assegnare queste sfere ad una magia piuttosto che ad un’altra, a seconda di quella che vorremo sviluppare per prima (Tornado, Inferno, Fulmini ecc.); allo stesso modo, per la forza, potremo decidere se assegnare le sfere alle mosse speciali o alla possanza fisica. Potremo incrementare anche la nostra precisione nella mira, la nostra agilità e via dicendo. Ci accorgeremo di essere più forti non soltanto durante i combattimenti, ma anche osservando il nostro eroe che potrà essere ben equilibrato, con un fisico muscoloso ma anche scattante; se decideremo di utilizzare tutte le sfere per il fisico, allora il nostro amico sarà si una roccia, ma anche tanto lento e irritante durante i combattimenti.
Parlando, invece, della dipartita del nostro alter ego, possiamo davvero dire che la scelta del buon Molyneaux di non far morire mai il protagonista è stata coraggiosa. Quando la barra dell’energia si svuoterà l’eroe non morirà, ma sarà messo K.O. dai nemici, per poi rialzarsi dopo qualche secondo. Le uniche penalizzazioni in caso di morte saranno un paio di cicatrici in più sul corpo, che diminuiranno l’appeal del personaggio, e la perdità dei soli punti esperienza lasciati sul campo di battaglia e non assorbiti prima di morire. Davvero un ben misero deterrente. Non saranno sporadiche, specie all’inizio, le occasioni, in combattimento, in cui preferiremo desistere per farci mettere al tappeto e poi ricominciare con qualche cicatrice in più ma anche con la barra dell’energia rinnovata. Le pozioni per non morire, o il cibo, servono allora solo per evitare le cicatrici e per non perdere le sfere dell’esperienza ancora non assorbite sul campo di battaglia (non perderemo mai qualcosa che abbiamo già, solo ciò che potremmo avere).

Insomma, Fable II propone una gestione del personaggio e dei combattimenti, nonché un sistema di crescita passo dopo passo, davvero intelligente, forse un tantino esagerata in termini di immediatezza tra causa ed effetto, ma sicuramente efficace. Tuttavia, questa serie di caratteristiche è più che altro un’evoluzione del primo Fable, non una vera rivoluzione o innovazione.

Invariato è rimasto, invece, il tanto pubblicizzato sistema di gestione delle relazioni tra le persone. Anche qui, come nel primo episodio, potremo scegliere tutta una serie di espressioni da un menu a ruota. E ci basterà fare dei gesti dolci e simpatici per accrescere la nostra fama di conquistatori di cuori delle donzelle (anche altrui) oppure cominciare a emanare una serie di odori e rumori sgradevoli per correre il rischio di sembrare poco attraenti oppure producendo l’effetto opposto. Se poi ricorreremo a gestacci (dito medio in primis), espressioni di rabbia, uso delle mani et similia, saremo additati come temibili ed evitati da tutti nel villaggio.
La cosa veramente fastidiosa di Fable II è l’impossibilità di rivolgersi ad un solo personaggio in fase di utilizzo delle espressioni sopra citate. Se per esempio vorremo rivolgere un gesto gentile ad una donna, nel tentativo di farla innamorare di noi, a tale gesto reagiranno anche tutte le persone nelle vicinanze, aumentando o diminuendo la simpatia nei nostri confronti. Questo è davvero poco realistico e, anzi, piuttosto aprossimativo e superficiale. Neanche evidenziando con il tasto LB un singolo abitante di un villaggio, per conoscerne gusti e preferenze, saremo immuni dall’influenzare anche coloro i quali si troveranno attorno a noi. E così, se per esempio vorremo dichiarare il nostro amore ad una donna, potremo farlo, a condizione di accettare il rischio di far innamorare anche le persone nelle vicinanze, che reagiranno all’azione come se ci stessimo rivolgendo a loro. Divertente ma snervante.
In Fable II è possibile sposarsi, come nel primo, e anche qui basterà trovare una casa da acquistare, dichiararsi ad una donna (o uomo, è possibile anche l’amore omosessuale), comprarle un anello all’altezza della classe sociale di appartenenza e andare ad abitare insieme. Certo, ci si può sposare anche più volte, a condizione di non essere colti in flagrante dalle consorti. Si possono anche avere figli, più di uno con una stessa persona e anche più figli con più persone (di sesso diverso dal nostro, è ovvio). La prole crescerà e ci adorerà o odierà, così come farà la moglie, a seconda del nostro atteggiamento. Potremo persino fare e ricevere dei regali, con conseguente aumento di affetto nei nostri confronti. In Fable II potremo anche decidere di avere rapporti sessuali con una prostituta, protetti o non protetti. A tal proposito troveremo i profilattici fatti con intestini animali. Se non vorremo usare questi ritrovati della tecnica, potremmo rischiare una malattia, da curare poi mediante un alchimista (se ne trovano in quasi tutte le città).
Fable II ci lascia anche la possibilità di cambiare il nostro guardaroba, di vestirci come meglio ci aggrada, ma in pieno stile gioco di ruolo, i vestiti non saranno soltanto un semplice passatempo, ma contribuiranno soprattutto a far aumentare o diminuire determinati parametri, quali l’aggressività, l’attraenza, la cattiveria o la bontà e così via.

La vera novità di Fable II è il cane. Questo inseparabile amico non solo non ci abbandonerà mai (tranne se non sarete voi stessi a volerlo, ma non vi anticipo nulla), ma si rivelerà di fondamentale utilità per scoprire tesori sepolti e casse altrimenti invisibili. Il nostro amico a quattro zampe dovrà essere sempre coccolato (o rimproverato nel caso in cui si comporti male – cosa che non mi è mai capitata), curato se ferito (non morirà mai, ma si potrà ferire in battaglia restando indietro) e nutrito con qualche croccantino. Il cane sarà spesso utile anche ad affondare il colpo finale su un nemico ormai in fin di vita. La bestiola è realizzata in maniera superiore al resto del gioco, sia come poligoni che come fisica e movenze, risultando molto realistica e discostandosi, quasi troppo, dal resto dei personaggi.

Da un punto di vista tecnico Fable II è piuttosto controverso. I paesaggi sullo sfondo sono bellissimi, poetici, romantici ed evocativi, specie quando il sole lascia spazio al crepuscolo inondando di un caldo arancione la fitta vegetazione. Quest’ultima è ben realizzata e alberi, cespugli e fiori saranno una delizia per i nostri occhi. Non noteremo molte differenze con il primo episodio dal punto di vista dei poligoni, non moltissimi per quanto riguarda i personaggi, sia il nostro che gli NPC (non giocanti) e delle movenze, sin troppo “old generation”. Qualche texture ci farà storcere il naso se osservata da vicino e i rallentamenti saranno frequenti in prossimità di una cascata o in conseguenza di un tuffo o esplosione. Gli sviluppatori hanno voluto insistere più su particolari quali il trascorrere del tempo, l’alternanza del giorno e della notte e il cambio delle stagioni. Il risultato nel complesso può lasciare entusiasta chi ama le ambientazioni fantasy con un tocco di realismo che non guasta, ma potrà lasciare l’amaro in bocca a chi avrebbe desiderato un motore fisico più convincente.
La colonna sonora, affidata a Danny Elfman (quello del tema dei Simpson) e Russel Shaw, lascia senza parole, e rende giustizia ai paesaggi evocativi del mondo di Albion. Bene anche il doppiaggio in italiano (anche se troppi personaggi avranno la voce uguale perché doppiati dalla medesima persona) e gli effetti sonori.


Guadagnare denaro in Fable II è molto importante, non solo per comprare nuove armi, cibo, case, mobili e via dicendo, ma anche per portare a termine alcune quest secondarie, che lo richiederanno. Ci sono molti modi diversi per guadagnare, primo fra tutti il lavoro: potremo trovare impiego presso un fabbro, forgiando spade e coltelli, come taglialegna, come barista oppure lavori decisamente più “sporchi”, facendoci reclutare da una setta oscura o da uno schiavista. Per racimolare grosse somme è consigliabile acquistare tante abitazioni o attività lavorative (potremo comprare il bar, per esempio) per vederli fruttare nel tempo, per poi investire il denaro guadagnato in altri immobili con i quali produrre nuovo denaro, affittandoli o cedendoli in gestione. Il denaro sarà guadagnato anche quando non giocheremo a Fable II, ogni cinque minuti, a console spenta.
La modalità multiplayer online è, secondo il mio modesto parere, una mezza delusione. E’ possibile recarsi nel villaggio di un amico collegato online o in locale, ma solo con un personaggio del tutto estraneo, predefinito e che nulla ha a che spartire con quello da noi creato. Insomma questo sistema serve solo a visitare la Albion di un amico e a interagire, seppur limitatamente, con il suo “mondo”. Non potremo intrattenere una pseudo conversazione con gli abitanti, né comprare oggetti o case. Potremo solo assistere il nostro amico nelle missioni della main quest e delle quest secondarie uccidendo nemici, ricavandone denaro ed esperienza. Non male come scelta, per carità, ma ci saremmo aspettati di poter usare il nostro personaggio, creato e curato con tanto amore.

Il gioco può contare su una buona longevità, tra main quest, avvincente per quanto un tantino troppo semplificata verso le fasi finali, e missioni secondarie, tutte molto ben studiate. I difetti principali sono da ricercarsi nei diversi bug che affliggono il gioco, alcuni dei quali ci impediranno di andare avanti, oltre a freeze che in più di un’occasione capiteranno a tutti, in tempi di caricamento tra una zona e l’altra di Albion davvero eccessivi e snervanti e nella mancanza di più slot di salvataggio, che avrebbero permesso di salvare più volte in maniera da considerare poi le diverse strade alternative da prendere prima di andare avanti nel gioco in maniera definitiva.

Fable II è un gioco che mi sento di consigliare assolutamente a chi ha già apprezzato il primo capitolo per Xbox. Le promesse di Molyneaux e di Lionhead Studios però sono state mantenute solo in parte. Non noterete tutta questa grande innovazione, e capirete come gli elementi che distinguono questo titolo dagli altri dello stesso genere sono i medesimi, eccezion fatta per qualche aggiunta, che già rendevano il primo Fable diverso dalla concorrenza cinque anni fa. Farete caso a come il buon Peter abbia voluto perfezionare un gioco già notevole, rendendolo piacevole, assuefacente e particolarmente ben riuscito sotto molti punti di vista. Niente rivoluzione insomma, ma una grande “evoluzione della specie”.

Lego Indiana Jones: Le Avventure Originali

Sviluppato da Travellers Tales | Pubblicato da Lucasarts | Piattaforma PC, Xbox 360, Nintendo DS, Playstation 3, Wii, | Rilasciato nel 2008

Lego Indiana Jones: Le Avventure Originali è Lego Star Wars in salsa Indy con grafica next gen. A partire dalla strutturazione dei livelli (sei per ognuno degli episodi cinematografici) le somiglianze sono talmente tante che si fa prima a descrivere le differenze: la frusta come oggetto feticcio al posto della spada laser, un solo protagonista per tutti i livelli nonostante i numerosi comprimari, enigmi più inerenti al diverso contesto e… basta. Per il resto il gameplay è rimasto sostanzialmente invariato, il che non è propriamente un male visto che i due Lego Star Wars erano molto divertenti, nonostante l’inevitabile aspetto fanciullesco.

Si salta da una piattaforma all’altra, si riparano oggetti formati dai mattoncini lego, si affrontano boss e, inevitabilmente, si raccolgono monete di lego di diversi colori distruggendo i vari oggetti di lego degli scenari. Non mancano i segreti, che permettono di accedere ai numerosi extra disponibili nell’università del professore Jones, ovvero lo scenario-limbo che fa da raccordo fra le tre serie. I livelli vanno completati una prima volta per la modalità storia ma, se si vogliono trovare tutti i segreti, vanno riattraversati nella modalità libera con i personaggi adatti per risolvere tutti gli enigmi.

Come già successo con le due trilogie di Lucas, anche in questo caso i Travellers Tales sono riusciti a catturare a pieno lo spirito delle pellicole, nonostante la rilettura in chiave ironica delle diverse sequenze. L’unica assenza di rilievo è quella dei nazisti, trasformati in un generico e anonimo esercito di militari di non si sa bene quale nazione. Necessario farlo per non turbare i più piccoli? O forse la Lego non voleva associare il suo marchio alle svastiche? Chissà…