Fairytale Fights, Modern Warfare 2, Metacritic e l’hype

Odio i voti perché non dicono nulla e sono sempre l’oscuro oggetto intorno a cui gira tutto il dibattito critico sui videogiochi, ma anche quest’anno vanno fatte alcune considerazioni.

Quest’anno tocca a Fairytale Fights, nominato all’unanimità il nemico da abbattere. Dopo una serie di giudizi altalenanti, più o meno motivati, la critica si è appiattita su Metacritic e i voti si sono uniformati alla media mondiale. Argomentarli è stato facilissimo: come per magia i divertenti scontri con i boss sono diventati mortalmente noiosi, mentre le fasi platform sono assurte a perno della stroncatura. Il resto fa parte degli omissis, ovvero il gioco è anche altro ma non ne viene salvato. Le annotazioni di massima hanno optato per un “vorrei ma non posso” e se la sono cavata senza problemi, anche perché lì dove non c’è hype il lettore tende ad accettare supinamente le recensioni.

Per Modern Warfare 2 è andata nello stesso modo, ma in senso completamente opposto. Come avvenne per Halo 3, pieno di difetti che avrebbero minato il giudizio di qualsiasi altro titolo ma premiato con voti altisonanti da quasi tutte le testate, Modern Warfare 2 se ne esce con una campagna da cinque ore e con un multiplayer quasi impossibile da provare causa server gestiti a pene di gnu. Insomma, se un qualsiasi altro gioco da settanta e passa euro fosse durato cinque ore e avesse presentato una modalità multiplayer difficile da avviare e sostanzialmente identica a quella del predecessore, non credo che qualcuno si sarebbe intenerito al punto da piazzargli voti sopra il 9,5 (su scala 10).
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I giorni dei remake

Articolo apparso originariamente su Babel#16

BionicCommandoRearmedReviewCos’è un remake? Un tributo? Un modo per sfruttare commercialmente titoli molto vecchi ma il cui nome riecheggia ancora nei forum dei videogiocatori? Un tradimento di un concetto di fondo adatto all’epoca di pubblicazione dell’originale ma superato nel momento del rifacimento? Un modo per sfruttare idee di altri facendole passare per celebrazioni? Ma, soprattutto, a cosa servono i remake? Chi li vuole, chi li compra, chi li desidera?

Il genere abbonda su diverse piattaforme, dal Nintendo DS, su cui ad esempio la Square-Enix non fa che ripubblicare vecchi titoli, al PC, dove giusto ultimamente la Lucas sta riproponendo i suoi titoli classici con buon successo. Perché acquistare l’edizione speciale di The Secret of Monkey Island se si è giocato l’originale all’epoca dell’uscita? Cosa cerchiamo in un mero rifacimento grafico? Il riacutizzarsi di quelle malattie del vivere che chiamiamo sogni? Non sarà l’ennesima dimostrazione che i nostalgici sono anche un pochino idioti? Eppure Dragon Quest IV rigiocato su Nintendo DS qualcosa dice e ci mette di fronte a un limite nemmeno troppo nascosto o impalpabile. Meglio il passato del presente? Beh, per i nostalgici probabilmente sì. Ma, per non scadere nel “non ci sono più i giochi di una volta”, diciamo che, da un confronto con il presente, spettacolarità a parte, è evidente che non siamo andati da nessuna parte. read more

Fable 2 e l’omosessualità

Articolo apparso originariamente su Babel#009

Una dei meriti di Richard Garriott, oltre a quello di aver speso un sacco di soldi per andare nello spazio (beato lui), è di aver introdotto nei videogiochi il concetto di scelta morale. Uno dei demeriti dell’industria è che in trent’anni non è riuscita ad andare molto oltre il sistema introdotto dal buon Lord British in Ultima IV.

Evil_Male_FinalMolti giochi di ruolo occidentali, permettono di compiere delle scelte (solitamente di tipo azione buona, azione malvagia e azione neutra) che influenzano la moralità del protagonista cambiando di conseguenza i feedback dei PNG incontrabili per il mondo gioco. Sei un cattivo? Terrorizzerai tutti gli abitanti di un piccolo villaggio montano, ma non otterrai alcuno sconto dal commerciante locale. Sei buono? I cattivi tenderanno a trattarti come carta igienica usata, ma otterrai frasi amorevoli dai PNG. Ovviamente il sistema è spesso più complesso di così e le scelte morali determinano modifiche ad altri elementi del gameplay, come i personaggi inseribili nel party (Baldur’s Gate 2) piuttosto che le missioni ottenibili e così via.

Comunque, il nodo di questo articolo non è parlare dell’influenza delle scelte morali sul gameplay, quanto chiedersi in base a cosa venga deciso che un’azione sia moralmente accettabile o meno. Ovvero, nella maggior parte dei casi non c’è molto da discutere sulle scelte degli sviluppatori riguardanti l’assegnazione dei punti moralità e, per fare un esempio, diamo tutti per scontato che aiutare una donzella in pericolo sia un gesto degno di lode, così come salvare un villaggio di poveri contadini da qualche mostro pelato e bavoso. Posso affermare senza tema di smentita che, generalmente, ciò che è moralmente accettabile o meno viene deciso in base a una serie di valori condivisi dalla cultura di riferimento a cui andrà venduto il gioco. Non si tratta di valori assoluti e, anzi, ragionandoci sopra e partendo da un minimo di conoscenze culturali esterne ai videogiochi stessi, ci si accorge di quanto siano “moderni” i valori del medioevo fantasy di ultima generazione (ad esempio una certa emancipazione femminile) e di quanto, invece, siano relativamente “antichi” quelli dei giochi di fantascienza (in cui le razze aliene sembrano più delle alterazioni, in positivo o in negativo, di quella terrestre che dei popoli cresciuti in un “altrove” completamente diverso dal nostro), ovvero di quanto siano simili nonostante le differenze di genere. read more

Il lettore

Ho finalmente capito su cosa verte la critica che l’utente medio fa alla stampa specializzata nei videogiochi. Lo so, sono lento a capire, ma finalmente ci sono arrivato anche io. Forse, più semplicemente, non volevo accettare la banalissima realtà che l’utilizzatore finale medio dei videogiochi non è molto diverso dall’utilizzatore finale medio di qualsiasi altro prodotto e che, quando lancia i suoi strali, lo fa più per egocentrismo che per consapevolezza critica. Il nodo scorsoio è il voto e solo e soltanto quello. Del resto non gli interessa nulla.

La stragrande maggioranza di accuse contro siti e riviste specializzate non nasce dalla lettura approfondita degli articoli, dalla messa in discussione di un certo linguaggio e così via, ma dal fatto che il fottuto numeretto messo in fondo al testo è diverso da quello che il lettore ha in testa, a prescindere che il gioco lo abbia provato o meno. Il giudizio su una testata viene dato solo in base alla coincidenza dei numeri con i propri gusti personali, il resto non conta. È probabile che la maggioranza dei lettori gli articoli non li legga neanche. È per questo che dopo anni di sviluppo dell’industria videoludica ancora parliamo di grafica, sonoro e così via; in fondo, oltre a essere categorie di riferimento molto comode, il lettore rimarrebbe spiazzato e contrariato da un approccio diverso e la pubblicazione che decidesse di non tenerne conto commetterebbe un suicidio commerciale. L’unico dato interessante di un articolo è il voto (o la prospettiva del voto nel caso delle anteprime) ed è infatti intorno ad esso che ruota il dialogo/confronto tra industria, stampa specializzata e utente medio.

È il voto che fa la differenza, perché in un articolo puoi scrivere anche che il gioco è pupù di elefante, ma se poi metti un bel novanta tondo allora non ti verrà fatto pesare e, sostanzialmente, non fregherà niente a nessuno di quello che hai scritto, se non a chi pensa che il gioco meriti un voto inferiore.

Ecco, uno dei grossi problemi della stampa in generale è l’idiozia del lettore, viziato da anni di testi barbari (in questo caso non parlo del settore videoludico nello specifico) e da una filosofia di vita della società tutta che tende a giustificare qualsiasi forma di indolenza e a mettere tutto sullo stesso piano. Sembra come se ci sentissimo gratificati dal nulla, magari rivestito di citazioni, a tal punto da non doverci sforzare di capire, perché in fondo speriamo sempre che non ci sia più nulla da capire e, anzi, lo pretendiamo.

In fondo leggere dovrebbe essere in primo luogo un atto volontario di umiltà compiuto con consapevolezza critica sempre maggiore, invece molti lo intendono soltanto come un modo per confermare le proprie insulse certezze, per difendere le quali sono pronti ad aggredire come bestie ferite, anche esasperando i toni ed  estremizzando le argomentazioni, creando dei fronti accesissimi su argomenti insulsi. Non si spiegano altrimenti certi commenti biliosi che si leggono un po’ ovunque, anche qui su Ars Ludica (per biliosi non intendo polemici, sia chiaro) e che, interpretati con freddezza, sono completamente gratuiti e inutili.

In fondo molti videogiocatori/lettori sono veline deformi, ovvero ne condividono la stessa superficialissima mentalità, ma la travestono in modo differente adeguandola al proprio status.

Attese e catastrofismi

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Estate, tempo di sudate e di attese. Anche i redattori di Ars Ludica, da bravi videogiocatori assatanati, hanno le loro aspettative – più o meno elevate – per i titoli in uscita da settembre fino a Natale. Da una serie di accese discussioni e, soprattutto, dal massiccio consumo di oggetti liquidi di tipo alcolico non bene identificati nasce questo post-compendio in cui alcuni coraggiosi fanno sapere al mondo quello che si aspettano dai titoli di punta per la stagione autunnale / invernale. Non ve ne importa niente e non volete leggere l’articolo? E se vi dicessi che tra le righe è possibile vedere una foto del Puglisi nudo? Ma veniamo al listone, che è meglio e più dignitoso (spero sinceramente che qualcuno non scorra l’articolo alla ricerca delle pudenda del nostro Joe).

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Gadget e suppellettili varie

gears-of-war-2-lancer-replica-bigIn queste sudaticcie giornate, povere di news e giochi nuovi da acquistare, mi trovo a riflettere sullo stato attuale del mercato videoludico e sulle mosse effettuate dai grossi Publisher, in un periodo di crisi condito da licenziamenti e fusioni. Durante questa fase di transizione si nota una forte crescita del mercato digitale a sfavore di quello materiale ma, allo stesso tempo, è in atto una vera e propri gara tra i colossi dell’industria a chi inserisce il gadget più pacchiano possibile nella versione da collezione del blockbuster in uscita.

Dalle mappe di pezza, i ciondoli vari, le action figures di orchi ed elfi passando per l’orrendo caschetto in plastica di Master Chief, siamo arrivati al Lancer di plastica macchiato di sangue di Gears of War 2 in scala 1:1, che mi fa venire in mente la pistola giocattolo che mi regalarono per il quarto compleanno: semplici oggetti da esporre nelle vetrine in salotto, e che solo di rado servono a migliorare l’esperienza di gioco.

Ciò che mi lascia perplesso di tutta la faccenda è l’eccessivo aumento del costo del videogioco (già di suo un bene di lusso) quando include un accessorio di un certo peso. Normale, direte voi: i visori notturni inclusi nella versione più lussuosa di Modern Warfare 2 (la Prestige Edition, solo su console, grazie ACTIVISION) sono veri e quindi giustificano il sovraprezzo. Va bene, ma ha senso piazzare sugli scaffali un videogioco con un “accessorio” tanto inutile, per la bellezza di 150 euro? Non sono contrario all’inserire oggettistica varia all’interno della confezione, purché sia possibile in qualche modo un’interazione tra essa e l’azione sullo schermo: in tal caso potrei anche giustificare il prezzo aggiuntivo, purché non esagerato. Uno dei pochi aspetti per cui Nintendo va ancora elogiata è quello di proporre accessori che vengono sempre impiegati nel videogioco, a un costo nullo o comunque molto ridotto; Wii Fit costa 90 euro, è vero, ma se consideriamo che il nuovo Tony Hawk (che includerà uno skate senza ruote, da usare nel gioco) ne costerà almeno 120, si capisce che c’è chi ci vuole speculare più del dovuto. Vogliamo parlare del nuovo Operation Flashpoint: Dragon Rising? La versione limitata conterrà addirittura un vero elmetto militare, con la vostra dog tag personalizzata! Non ho informazioni sul prezzo, ma dubito si discosterà tanto da quello di MW2 PE.

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Tutta questa roba dove dobbiamo metterla? Che me ne faccio di un anonimo elmetto militare? Non sarebbe stato meglio qualcosa di più utile? Sembra che si voglia fare incontrare, a tutti i costi, videogioco e giocattolo; purtroppo non tutti riescono a farli interagire per far crescere l’esperienza di gioco: ad alcuni basta soltanto inserire un accessorio di plasticaccia da quattro soldi e fartelo pagare quanto due giochi full price.

Tutto ciò mi fa venir voglia di tornare bambino.

Ma anche no.

ICO SOCCER

Partiamo dal presupposto che la recensione e le polemiche apparse su Eurogamer.it siano del tutto infondate.

Facciamo finta che il nome non evochi nulla, che i bimbiminkia di GameFAQs siano degli idioti a fare speculazioni assurde. Che sia tutto un equivoco.

Eppure l’idea che il marketing si sia spinto un po’ più in la per qualche soldino facile, dopo una serie di titoli non proprio entusiasmanti in un periodo economico di crisi rimane.

Non è difficile pensare che nella mente della gente, questa copertina:

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Diventi questa:

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A giudicare da quel poco che si legge in giro del titolo sembra buono, anche se tecnicamente non eccelso. Cosa che fa sembrare la scelta infelice del titolo ancora più insensata.

Ricordiamo che sarà uno dei pochi titoli che quest’anno rappresenterà l’Italia videoludica del 2009.

Questo e lo shampoo Neutro Rabers dei discount.

Per fare chiarezza:
ICO (il typing corretto è questo), è un titolo per PS2 che può essere oscuro per i videogiocatori occasionali ma che è considerato uno dei capolavori per quella piattaforma. La critica è quasi unanime e mi trova daccordo.

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ico

Nonostante il pessimo successo commerciale (dovuto anche ad una tiratura limitata) in Europa, ICO è uno dei giochi più discussi tra gli appassionati di videogiochi e, nonostante l’età, rimane uno dei titoli più richiesti e costosi anche nel mercato dell’usato anche in virtù di un packaging molto delicato e particolare.

La notorietà post-flop (relativo, 700.000 copie, vendute per lo più in Europa) di ICO arrivò a livelli tale che per massimizzare le vendite di Shadow of the Colossus (realizzato dallo stesso team) moltissimi siti di E-Commerce preferirono associare il titolo alla dicitura “ICO 2” su indicazioni di Sony, intenzionata a fare cassa sulla fama ormai planetaria dello sfortunato titolo.

Shadow of the Colossus fu un successo senza riserve.

Auguriamo lo stesso ad ICO SOCCER!