About Simone "Karat45" Tagliaferri

Nacqui, e già questo è un miracolo, vista la mole. Da piccolo ero restio al cibo, poi ho smesso (di essere restio). Appassionato di videogiochi sin dalla più tenera età, in cui un Frogger casalingo mi rubò l'anima, sono cresciuto a pane e 8 bit, poi 16 bit, poi 32 bit, poi 64 bit e infine un numero indeterimnato di bit che mi hanno fatto salire il colesterolo ma anche fatto scoprire un sacco di mondi eccezionali (ad esempio quello di Samantha Fox). Ad oggi sono tormentato da una domanda: ci sono più carboidrati in una fetta di pane o in New Super Mario Bros.? Non ci dormo la notte. Ma forse è colpa del caldo (se leggete questo profilo d'inverno sappiate che è stato scritto a fine Giugno). Ho fondato, insieme agli altri tizi presenti in questa pagina, Ars Ludica sperando di poterlo riempire di pornazzi. Ho capito troppo tardi che doveva essere un blog sulla cultura dei videogiochi scritto da sfigati. È l'essere evidentemente sfigato che non mi ha permesso di tirarmi indietro. Così eccoci qua.

Il sonno della ragione genera…

postercryosL’uscita di Cryostasis ha dimostrato tutta l’immaturità e la scarsa conoscenza del medium videoludico da parte della stampa specializzata, perfetta quando deve disquisire sulla dimensione delle texture o quando deve produrre filippiche per attaccare i media che attaccano i videogiochi, ma meno pronta (o capace, fate voi) a cogliere gli aspetti estetici che caratterizzano una produzione inusuale.

Il fatto è molto semplice: Cryostasis riceve un po’ da tutti valutazioni medie, eppure, leggendo i diversi articoli si nota, dove di più, dove di meno, una certa insofferenza rispetto al giudizio finale, quasi “costretto” dalle circostanze. Quali circostanze? Beh, nonostante a giudizio dei redattori si tratti di un gioco eccellente dal punto di vista “drammatico”, ci sono dei difetti che impediscono di farlo assurgere all’eccellenza. Traduciamo: è un fottuto capolavoro ma ha dei valori produttivi più bassi di quella porcata (narrativamente parlando) di Far Cry 2 (per fare un esempio) e quindi va un po’ stroncato; eppure ci dispiace, non ci dormiamo la notte, sappiamo che è possibile trarre di più dal gioco, sappiamo che non abbiamo detto tutto e sappiamo anche che lo preferiamo ai mille giochi d’azione scatola di tonno che sono usciti negli ultimi mesi, ma non possiamo farci nulla, dobbiamo mettergli quel voto.

Rimani un po’ basito e vorresti derubricare la faccenda come il solito caso di appiattimento della critica sui dettami dell’industria, ma ti fermi un attimo e rifletti. Le parole ti ruotano nel cervello e inizi a cercare: comparto grafico guizzo texture atmosfera meccaniche gameplay gestione evocativo tradizionale shader debolezze punti di forza formula eccellente colonna sonora azzeccata qualità narrativa capolavoro sistema di combattimento sistema di controllo…

Uhm.

Mancano le parole, ecco. Alla stampa videoludica mancano gli strumenti linguistici per valorizzare un Cryostasis qualsiasi. Mettendogli voti altissimi non potrebbero giustificarli, perché rovistando tra il campionario delle parole comuni che compongono le recensioni non ne troverebbero di adatte. C’è “atmosfera”, ad esempio, ma atmosfera non significa granché, ovvero, normalmente la si collega a determinati elementi e morta lì. C’è atmosfera in Resident Evil 4 e in Thief: The Dark Project (fa sempre piacere citarlo), ma a ben vedere c’è (non può non esserci) anche in Race Pro, solo che nei primi due casi la si inserisce nel discorso critico senza starci a pensare troppo perché s’incastra bene con i generi, mentre nel secondo caso sarebbe più complicato usarla perché andrebbe spiegata e contestualizzata maggiormente, pena incomprensione totale da parte del lettore.

Sarebbe difficile spiegare come mai un gioco che viene valutato all’interno dello schema canonico grafisonorgiocabilongevità, pur ottenendo voti bassi in alcune voci è migliore di titoli che hanno voti altissimi in tutte. Per poter assegnare a Cryostasis una valutazione critica giusta, che tenga cioè conto della complessità dell’esperienza ludica e non solo della superficie che la presenta, bisognerebbe rivoluzionare gli strumenti utilizzati fino ad oggi per giudicare i videogiochi, metterli da parte, arrivare a considerarli il nulla che sono, ovvero il prodotto acerbo di una comunità, quella dei videogiocatori, ancora con la bocca bagnata dal latte.

Sarebbe un vero e proprio omicidio premeditato, un gesto crudele che getterebbe nel caos l’editoria specializzata, improvvisamente incapace di riproporsi come si è sempre proposta, ovvero parte di quella copula perversa tra lettore / pubblicazione in cui l’odio vicendevole ha sempre mantenuto la parole al loro posto. Uno scontro senza vincitori ma con molti cadaveri che ha prodotto lo stallo attuale, sia in termini di qualità complessiva degli articoli, spesso poco più che comunicati stampa, sia in termini di qualità dei lettori, viziati dalla capricciosa pretesa di capire, senza fare il minimo sforzo per adeguarsi alla complessità.

F.E.A.R. 2: Project Origin (Chi ha paura di Alma?)

Sviluppato da Monolith | Pubblicato da WB GAMES | Piattaforme PC, Xbox 360, PS3 | Rilasciato nel Febbraio 2009

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Alma è una bambina tenera e carina, anzi, diciamo che ormai è un’adolescente, che vuole trombare (figurativamente) come un riccio dopo essere stata rinchiusa per svariati anni in una specie di kebab neuronico. Ovviamente la nostra è casta e pura come la vergine Maria e concepisce l’accoppiamento soltanto come un fatto mentale, quasi platonico, che ha come sola controindicazione la possibilità che la testa del macho di turno salti per aria in un fuoco d’artificio sanguinolento (l’immacolata concezione non riesce bene a tutti).

Nei panni di un soldato oggetto delle attenzioni psicosessuali della nostra, dovremo arrivare alla fine del gioco per vedere il finale che non vi svelo perché altrimenti vi lamentate tutti che vi ho svelato il finale, ecco (ok, la smetto di scrivere come un bambino di tre anni). Comunque sappiate che sarete perseguitati dalla terribile bambina per tutto il corso dell’avventura… che non dura molto.

Cosa si può dire di più di un gioco che si chiama F.E.A.R. (2), che è stato lanciato con la frase “Fear Alma again” e che non crea fear se non per brevissimi momenti? Eppure è un buon gioco, se lo si considera un mero sparatutto vecchio stile con litri di sangue che scorrono sullo schermo (e se lo si gioca al livello di difficoltà massimo, perché già a quello medio è molto, molto facile), capace di regalare anche qualche soddisfazione grazie alle armi realizzate molto bene (il fucile da cecchino è veramente godurioso).

C’è un errore di fondo che pervade tutta l’atmosfera di F.E.A.R. 2: Alma è una rockstar (non la casa di sviluppo). Nel primo capitolo l’angoscia nasceva dal non sapere nulla su questa terrificante presenza che compiva massacri indiscriminatamente. Si avanzava e si assisteva alle visioni con l’interesse di riuscire a carpire qualche elemento in più su quanto stava avvenendo. Nel secondo capitolo i Monolith non ci provano neanche a mantenere un po’ di mistero.

In uno dei primi livelli di gioco ci viene spiegato che le visioni che ogni tanto abbiamo sono causate da Alma e sono solo un fatto mentale. Lo supponevamo, ma per favore, non ditelo (consiglio per qualche sviluppatore in lettura)… soprattutto all’inizio. Le visioni, per essere credibili, devono essere vissute come un fatto fisico, non mentale o, almeno, devono rimanere ambigue, fuori dalla comprensione razionale, togliendo così a quest’ultima la possibilità di raffreddare il senso d’angoscia e di rischio che potrebbero causare.

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Insomma, se appena inizia il gioco mi viene detto: “ehi ragazzo, stai per avere delle visioni molto paurose, ma non ti preoccupare, sono causate dalla bambina terribile, quindi abbastanza innocue”, c’è il forte rischio che tutta la costruzione drammatica dell’azione vada a farsi benedire. E infatti è quello che accade. Le sequenze migliori sono le sparatorie tradizionali che non mettono paura ma, almeno, creano la tensione da scontro a fuoco. Nei momenti horror, invece, si tende a correre perché le luci che se ne vanno e le porte che sbattono sortiscono soltanto l’effetto “luna park”, senza causare troppi sconvolgimenti o portare a una cattiva digestione della cena.

La voglia di raccontare tutto e subito è purtroppo diffusa per tutto il gioco (forse a causa della brevità? Otto ore non sono moltissime) e alcuni momenti vengono rovinati dalla logorrea del mistero buffo che dobbiamo scoprire e dalla presenza fin troppo marcata di Alma la quale, apparendo dietro a ogni porta, diventa una simpatica compagna di viaggio più che una minaccia: ammazzi un gruppo di soldati, poi arriva Alma, poi altri soldati, poi tocca nuovamente ad Alma… con la variante che quanto Alma e i soldati s’incontrano è lei ad ammazzare loro.

Eppure il mondo di gioco è ben costruito, gli effetti dell’esplosione atomica accaduta alla fine del primo episodio sono ben delineati sulle scenografie, a parte qualche ingenuità evitabile, come ad esempio la presenza di fragilissimi uomini ridotti a statue di cenere integre, accanto alla carcassa di un aereo di linea. Per il resto la ricerca visiva è buona e c’è stata una discreta cura anche nel cercare di rendere meno banali i livelli che avrebbero rischiato di esserlo (come la base di ricerca).

Ma in fondo è uno sparatutto e, in quanto tale, richiede di sparare. Come già accennato il livello di difficoltà è basso: a livello normale è difficile morire, mentre a livello massimo si rischia un po’ di più, ma siamo sempre sotto gli standard del genere. Probabilmente con un joypad le cose cambiano (questa è sottile… neanche tanto), ma con il mouse e la tastiera è una passeggiata. Fortunatamente lo spettacolo c’è e il ralenty accresce il sense of wonder (e quello di onnipotenza).

Insomma, pare evidente come F.E.A.R. 2 punti più sullo spettacolo puro che su altro, nonostante le promesse… in effetti le sequenze migliori sono quelle a bordo del robot da combattimento, con buona pace della povera Alma, condannata a essere una star e quindi completamente anonima. Facendo un paragone con la produzione letteraria, possiamo assimilare l’ultima fatica della Monolith a quei libri per ragazzi con le copertine che promettono chissà quali misteri e che, invece, si rivelano essere soltanto la solita storia di fantasmi che parlano.

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[Diario] Follia finale

È un periodo che ho qualche problema con i finali dei giochi. Alcuni non arrivo proprio a finirli per sovvenuta noia, ma in certi casi la situazione è ben più drammatica.
Il primo caso recente è stato Storm of Zehir (la seconda espansione di Neverwinter Nights 2). Arrivo allo scontro finale, lo affronto un paio di volte e vengo sconfitto miseramente. Ricordo che era notte e avevo sonno: “lo riprenderò domani”, mi sono detto ingenuamente. Passa la giornata successiva e arriva la sera, avvio il gioco, carico il salvataggio… corrotto? L’autosave… corrotto anch’esso. Perché? Non l’ho mai scoperto. Le tento tutte ma niente. La mia pessima abitudine di non creare salvataggi intermedi e il volgere degli eventi hanno congiurato contro di me: ho buttato almeno otto ore di gioco. Ovviamente la depressione è tanta e rinuncio di default a riaffrontare tutte le peripezie già superate.

Il secondo caso, più recente, è Shellshock 2: Blood Trails. Qui la colpa non è mia. Il gioco non è molto lungo, ma fa schifo assai. Purtroppo lo dovevo recensire e non potevo limitarmi a installarlo, guardarlo e disinstallarlo. In fondo sono una manciata di ore. Comunque arrivo allo scontro finale (una specie di invasione di zombi che non sembra neanche uno scontro finale, visto che è molto facile). Lo supero abbastanza agilmente, il gioco salva in automatico, parte la sequenza finale, mi viene chiesto di scegliere tra due possibilità di finale e… telefonata. Lascio il gioco fermo sulla schermata di selezione, parlo al telefono, torno indietro e trovo la schermata dei titoli. Ha fatto tutto da solo. Poco male, ricarico la partita e… e niente. Dopo i crediti il salvataggio finale non esiste più e si può soltanto riniziare a giocare. Ovviamente la voglia di farlo è pari allo zero, visto il gioco. Disinstallo e morta lì.

Il terzo caso è S.T.A.L.K.E.R.: Clear Sky (che merita qualche parola in più). Premessa: S.T.A.L.K.E.R.: Shadow of Chernobyl l’ho adorato e l’adoro tuttora. Clear Sky è un titolo furbetto che riprende buona parte del materiale del titolo precedente, lo rilavora un po’ e tenta di proporsi come nuovo. Gli manca comunque un certo impianto filosofico che rendevano bello l’altro, anche se mantiene la stessa descrittività. Probabilmente ne scriverò una recensione. Ma arriviamo al finale. Per farvelo capire vi devo descrivere brevemente alcune dinamiche di gioco: formato da mappe aperte occupate da diverse fazioni, il compito del giocatore, oltre a quello di portare avanti la missione principale, è quello di svolgere missioni per accumulare soldi, così da poter acquistare armi e corazze più potenti. Volendo può anche schierarsi con una fazione. Ecco, detto questo specifico che i soldi sono sempre pochi (a differenza di SoC), le spese tante (munizioni, medikit, fasciature, potenziamenti armi e corazza e così via) e che il sistema di spostamento tra le mappe è scomodo, richiedendo o l’esborso di molti dindini per farsi accompagnare da uno scout, o di ripercorrere per intero due o tre mappe per arrivare a vendere la roba trovata o per andare a prendere una ricompensa. Ma, arriviamo al finale. Svolte un certo numero di missioni secondarie, proseguo la missione principale. Libero un ponte insieme ai Clear Sky (una delle fazioni del gioco) e decido di avanzare, pur avendo l’inventario pieno perché per vendere tutto dovrei ripercorrere parecchia strada. Mi dico “più avanti troverò qualcuno a cui vendere la roba e da cui comprare munizioni e medikit e qualcun altro che mi ripari la corazza e l’arma (ridotte maluccio dopo parecchi scontri a fuoco)”. Scemo io a non leggere le soluzioni. Entro in un tunnel, cambio mappa e… non si può tornare indietro (mettere un messaggio d’avviso per farlo sapere pareva brutto, vero?). Nelle fasi successive nessun negoziante e nessun tecnico. Dopo due ore passate ad arrancare per avanzare (senza corazza bastano pochi colpi per eliminare il personaggio), arrivo allo scontro finale. La corazza è a zero e non ho medikit. Sulla strada ho svolto varie missioni ma nessuno si è degnato di darmi qualcosa di utile come ricompensa (non so, darmi una delle corazze dei cadaveri vi faceva così schifo? Maledetti). Sigh. La missione finale è difficilissima (gioco a livello massimo). Arrivo a una sparatoria praticamente senza coperture. Come la supero? Non la supero. Dopo un altro paio d’ore di tentativi, capito che avanti non si va, convengo di aver sprecato un sacco di tempo e che sono arrivato impreparato. Scemo io a non voler usare il quicksave a manetta per avanzare solo quando non subisco colpi (a giocare regolare si paga… evviva il quicksave). Esco dal gioco e lo disinstallo. Potrei rifare gli ultimi livelli, ma perché dare soddisfazione a una sequenza progettata così male?

Space Phallus

Sviluppato e pubblicato da Charlie’s Games | Piattaforma PC | Rilasciato nel 2009

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Space Phallus è uno sparatutto con una grafica stile 8 bit ma dal tema decisamente particolare: il sesso. L’oggetto intorno a cui ruota tutta la produzione è, più precisamente, il pene maschile. Nei panni della classica astronavina il nostro compito è quello di distruggere ondate su ondate di spermatozoi giganti e famelici, cazzetti schizzanti, torrette spara sperma e così via. I boss, tanto per rimanere in tema, possono avere la foggia di uno scroto enorme che vola grazie a un’elica, di un immenso pisello che spunta dal terreno come un verme di Dune e così via. In realtà non c’è molto da spiegare riguardo al gioco, visto che non ci sono armi extra o particolari evoluzioni nei livelli da commentare. Forse merita menzione la difficoltà, veramente elevata. Ma è soltanto una nota a margine.

Più che altro sembra essere un divertissement dell’autore di Bullet Candy, sparatutto stile Geometry Wars uscito qualche tempo fa, con cui si è divertito a dissacrare il genere rendendone esplicita la metafora sessuale che da sempre gli aleggia intorno. In realtà, giocandoci, si nota la professionalità con cui è stato realizzato e il gusto retrò di cui è impregnato ogni singolo pixel. La scelta di rendere il tema con uno stile grafico estremamente legato all’immaginario videoludico permette di sdrammatizzarne i contenuti, iniettandoli subito in una dimensione ludica che una rappresentazione più realistica avrebbe precluso. Da provare.

SITO UFFICIALE

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Segnalazione: Saggio di Marco Benoit Carbone estratto dal libro “Autori videoludici” di prossima pubblicazione [LINK]

La fine di Tabula Rasa

Avete mai visto un mondo che finisce?

Tabula Rasa non è il primo MMORPG a chiudere definitivamente i battenti, ma è sicuramente quello ad averlo fatto nel modo più drammatico possibile, con gli sviluppatori che hanno pensato uno scontro finale impossibile da vincere per i giocatori, un assalto massacrante terminato con la chiusura definitiva del gioco.

Guardando il filmato che celebra l’evento si prova un’inesplicabile malinconia, quasi che l’ineluttabilità della chiusura e l’abbandono forzato del gioco rappresenti una fine vera; la cessazione di un’esistenza, per quanto fittizia, che si trascina dietro tutte le vite che l’hanno vissuta e le hanno dato forma. Lasciamo perdere i problemi, risaputi, di Tabula Rasa, e concentriamoci sull’evento in sé, in un certo senso molto più drammatico di qualsiasi bad ending pre-programmato visto in un videogioco.

Pur virtualmente, un mondo è stato distrutto realmente. Qualcuno spera possa rinascere, altri gioiscono intonando le note di un requiem degno di moderni mistici dell’apocalisse.

Vedere la grande massa dei giocatori combattere in quegli ultimi disperati momenti è come osservare la sconfitta di Napoleone a Waterloo? Oppure bisognerebbe piantarla di drammatizzare troppo perché, in fondo, è solo un gioco? Ma chi passa così tanto tempo della vita in un mondo virtuale, lo considera soltanto un passatempo oppure gli dedica qualcosa di più del suo tempo libero? In fondo non compie comunque un investimento emotivo? Non si rappresenta in quel mondo per motivi più profondi del semplice passare qualche ora svagandosi? E allora cosa significa per lui una fine così repentina?

Sono domande a cui è difficile rispondere, eppure vengono fuori a getto continuo, perché l’esistenza stessa dei mondi virtuali le ha rese possibili e, in un certo senso, lecite. In alcuni casi assumono addirittura una dimensione di urgenza.

Spenti i server, Tabula Rasa non esiste più. Il DVD del gioco diventa un supporto con dei dati morti, inutili, puro ciarpame senza funzione, codice vagabondo che era e che non sarà più.

Spento il mondo cosa accade alle varie comunità nate intorno ad esso? Dove finiscono tutti quei contatti, cosa ne è delle parole spese per descrivere l’esperienza di gioco, per esporre lodi o rimostranze?

Mettiamo il caso che qualcuno le volesse conservare, tenendole come archivio… chi potrebbe capirle senza il gioco? Diventeranno come i commenti a dei testi perduti, fatti da autori più o meno noti, che rimangono l’unica traccia dell’esistenza delle opere stesse.

Chissà se un giorno, forse fra qualche decennio, nasceranno degli archeologi di mondi virtuali perduti.

Epitaffio

Leggo che finalmente Second Life è morto. O, meglio, è moribondo. Il mondo virtuale che ha fatto eccitare i radical chic di tutto il globo terracqueo, perché permette di scambiarsi pedalini e tanga e di acquistare organi genitali, l’eden che ha prodotto speculazioni ardite su un imminente trasferimento della razza umana in un paradiso fatto di isole e sponsor vettoriali; insomma, quella roba che solitamente veniva usata per il sesso virtuale e per spendere un po’ di soldi in oggetti d’arredamento, non particolarmente belli e utili soltanto per stupire gli amici di chat, ha esaurito il suo ciclo ed è sprofondata nella totale indifferenza dei media… e dei pervertiti, ben più attratti da altri servizi (pare che siti come YouPorn siano tra le cause dell’abbandono di Second Life… ma non ci metterei la mano sul fuoco). I limiti erano noti a tutti, ma si è preferito non vederli.

Qui su Ars Ludica, nonostante la curiosità iniziale, siamo sempre stati piuttosto critici nei confronti del business della Linden e, personalmente, trovavo assurdo che non ci si ponessero alcune domande fondamentali per comprendere l’aleatorietà del fenomeno. Per fare un esempio, non mi era chiaro come mai un artista dovesse scegliere di mostrare le sue opere a un pubblico limitato come quello di Second Life, con tutta la scomodità di un’esposizione all’interno di uno degli ambienti di gioco, quando il Web 2.0 mette a disposizione mille strumenti di pubblicazione e pubblicizzazione più diretti ed efficaci, oltre che più comodi per il fruitore (Flickr… tanto per dirne uno).

Un’altra domanda a cui nessuno ha saputo o voluto rispondere è: l’utente medio, quello che non vuole fare sesso virtuale con un avatar vestito da panda e quello che non vuole spendere soldi nei casinò virtuali, cosa dovrebbe fare di bello in Second Life una volta finito il giro turistico? Chattare? Ma può farlo benissimo in mille altri ambienti virtuali, con interfacce sicuramente più comode, con le quali è più facile tenere i contatti (vedi Live Messenger o Facebook, tanto per buttare nella mischia due nomi a caso). Fare shopping di oggetti virtuali con soldi reali tanto per rendere fattuale quella tanto decantata economia virtuale che avrebbe dovuto dominare il mondo? In realtà l’economia virtuale si è diffusa soltanto in una ristretta fascia di utenza, spesso più attratta dalla novità che dagli oggetti in sé. Era così difficile capire che la maggioranza delle persone non avrebbe mai speso un centesimo per acquistare una giacca intangibile? Era così difficile capire che non essendoci niente da fare in Second Life l’utente medio, passato il periodo in cui entrarci era cool, figo o altre cazzate del genere, se ne sarebbe andato sbadigliando e sarebbe passato a qualcos’altro senza rimpianti, portandosi dietro gli sponsor (che hanno avuto ben pochi riscontri da Second Life)?

Ovviamente le risposte a domande del genere sono rimaste sempre vacanti, snobbate dai più perché, nel momento in cui tutto sembrava andare bene, era considerato assurdo e controproducente porsele. Per un breve periodo Second Life ha incarnato il mito positivo di un altro tassello nell’evoluzione umana. Oggi è una nave in secca, che non riesce a fermare l’emorragia di passeggeri. Con il tempo le falle si sono allargate e il mito della creatività alla portata di tutti è andato scemando, schiacciato da altri servizi. Come già scritto altrove, organizzare una mostra in Second Life era organizzare una mostra in Second Life, qualsiasi opera si esponesse. Ben presto anche gli artisti più legati alla novità si sono accorti che il contenitore fagocitava l’evento e che le opere venivano messe costantemente in secondo piano. Oltretutto hanno iniziato a provare disagio nel vedere il loro valore misurato in base alle visite ricevute; se sei in fuga da un sistema che misura le opere d’arte sul metro del valore economico, tenderai a trovare insopportabile anche un sistema, pur nuovo, che le misura su un altro metro anch’esso slegato dalle opere.

Lo stato attuale del progetto rende difficile capire se Second Life riuscirà a rilanciarsi e a tornare a generare interesse nel grande pubblico. Ad oggi, la strada appare in salita, anche perché la concorrenza, diretta e non, si è fatta più agguerrita.

Foto di: musicmuse_ca