L’orrore di Junji Ito

Di Junji Ito avevo letto solo Gyo e la storia non mi aveva lasciato particolari impressioni: perché se scrivi un manga che parla di zombie robot che si alimentano a scorregge un po’ te la cerchi.

Questo inverno ho saputo di un remake hollywoodiano di Tomie, una antologia di storie brevi dello stesso autore e mi sono incuriosito. In pochi mesi ho letto tutto quello che era possibile trovare di questo eclettico autore horror, noto pochissimo in occidente per via del fatto che si diletta prevalentemente in storie brevi e perché è letteralmente osteggiato dalla censura americana, che lo vede come un autore violento e diseducativo. Poco importa che scriva storie per adulti.

Junji Ito, dal vivo, sembra Nobita adulto. O un Tremonti giovanile. Sorriso cordiale, modi gentili e fa ridere pensare a lui come se fosse una minaccia sociale. In realtà è solo un magaka terribilmente bravo, che riesce a creare tensione con ottimi dialoghi e illustrazioni perfette in grado di descrivere l’orrore con una precisione chirurgica.

Un fatto ironico è che, tranne alcuni racconti più estremi, la produzione di Ito è fatta di storie molto tradizionali per l’immaginario giapponese, in cui l’elemento principale non è tanto il gore adolescenziale di Gyo o Uzumaki quanto il terrore cosmico ed inevitabile, il quale è saldamente legato al folklore e alla tradizione letteraria della sua terra.

Il senso dell’orrore di Junji Ito è prima di tutto storico: le sue storie spesso parlano di lasciti generazionali, di espiazioni senza tempo o dell’ironia di un destino che i protagonisti si sono scritti da soli.

Il lato umano delle sue storie è preponderante: l’uomo è spesso vittima e carnefice di sé stesso, il paranormale quasi mai è una forza esterna slegata dai personaggi e quasi sempre ha un forte legame con le loro emozioni, trascorsi e passioni.

La donna è un elemento altrettanto fondamentale del suo immaginario: i personaggi femminili sono i più forti ma al tempo stesso i più pericolosi. Gli uomini sono spesso ritratti come individui deboli ed influenzabili, principalmente per via delle loro ambizioni e rigidità culturali. Per una Tomie che tormenta i maschi c’è spesso una Kirie in grado di sostenere l’orrore di un’esistenza condannata.

L’ultimo elemento comune alle sue opere è il senso di ineluttabilità: i suoi personaggi spesso accettano implicitamente la loro condizione e continuano una cieca routine esistenziale che li porterà inevitabilmente all’oblio. Non sempre c’è sofferenza alla fine del loro tormento, spesso semplice liberazione. Quasi mai un lieto fine. Anche se l’autore (che ama offrire delle interpretazioni per le sue opere) non lo dice mai apertamente, è facile vedere in questa rassegnata routine un parallelo con il rigido stile di vita dei giapponesi e fanno di Ito forse una delle avanguardie principali del senso di disagio sociale che oggi è alla base della cultura giapponese: una specie di Alan Moore nipponico, anche se meno perentorio e aggressivo nei suoi toni di denuncia.

Tra le sue opere più importanti non posso che citare The Enigma of Amigara Fault, una piccola storia d’appendice a Gyo che riassume molto bene lo Junji Ito maturo: pazzia, una punizione ancestrale radicata nella storia dell’uomo e delle illustrazioni che dicono molto più degli stringati dialoghi.

Di ben altro spessore i racconti di Museum of Terror, la maggior parte dei quali sono stati scritti tra gli anni ’80 e ’90 e che ci svelano di un Ito più legato al folklore che all’horror spettacolare. La maggior parte sono storie di terrori personali e psicologici, storie di fantasmi e maledizioni, legate alle aspettative di successo e alla concezione di benessere di un giappone moderno all’inizio della fine.

La raccolta delle storie brevi di Tomie (1987-2000) è basata su un canovaccio quasi banale: Tomie è una bellissima ragazza in grado di ammaliare qualsiasi uomo che però, dopo averla amata intensamente, non può fare a meno di assassinarla. Ito scrive dozzine di storie che arrivano a creare una mitologia intorno alla figura di Tomie, svelando di volta in volta un nuovo tassello della sua esistenza.

Uzumaki (1997) raffina il taglio mitologico di Tomie e si ispira più apertamente ad H.P. Lovecraft, descrivendo le vicende del villaggio maledetto di Kurôzu-cho su cui pende una maledizione ancestrale legata al simbolo della spirale. Per questa serie ad episodi autoconclusivi ma collegati tra di loro, Ito crea un vero e proprio universo parallelo, un tessuto narrativo coerente in cui si svolgono le avventure di Kirie e del suo nevrotico fidanzato, Shuichi. Uzumaki è il primo tentativo di serializzazione in stile classico per Ito, che di solito predilige pubblicare storie brevi sotto le 48 pagine.

Con Gyo (2001-2002), sotto molti punti di vista, Ito fa un grandissimo passo indietro, creando una piccola serie troppo sbilanciata verso l’intrattenimento e il gore per teenager. Ito presenta una vicenda improbabile: un’antica tecnologia da guerra giapponese si rivolta contro chi l’ha creata e riesce a conquistare il mondo. L’umanità è allo sbando e non può fare altro che piegarsi a una volontà superiore a cui ci si può opporre con ben poco. Tranne il tema dell’asfissiante ed apocalittica ineluttabilità, il manga si perde in troppe scene cruente che alla fine anestetizzano il lettore, invece che coinvolgerlo.

Il suo ultimo lavoro, Hellstar Remina (2006), torna sul tema della donna come veicolo predestinato di sventura, ma lo fa in una chiave leggermente diversa. Questa volta al soprannaturale si uniscono i temi dell’ossessione umana e della lotta alla sopravvivenza: un’umanità che sta per venire spazzata via da un’entità cosmica scatena una caccia alle streghe contro la figlia dell’astronomo che l’ha scoperta, in quanto essa porta il suo nome. In bilico tra realismo, apocalisse e sociologia, Ito ci regala una storia futuristica e spaventosa in cui la fragilità umana è fotografata in modo impietoso e realista.

Leggere i racconti di Junji Ito è un’esperienza forte proprio perché l’autore riesce disinvoltamente a varcare il confine della semplice letteratura d’escapismo e approdare in un genere più maturo e completo. Le sponde letterarie da cui possono letti i racconti brevi di Ito sono molteplici, come molteplici sono le citazioni o i temi di approfondimento che giacciono sotto la superficie delle sue opere, temi che spesso pungono il lettore sul vivo, visto che si allacciano a piccole meschinità o difetti che un po’ tutti possediamo.

Gran parte delle opere di Junji Ito sono state pubblicate in inglese in volumi antologici che potete trovare anche nell’aStore di Ars Ludica.

Final Fantasy VII: Dirge of Cerberus

Pubblicato e sviluppato da Square Enix
Uscito a Novembre 2006 | Piattaforme PS2, Mobile

Advent Children è stato una delle cose peggiori mai successe a Final Fantasy VII: un lungometraggio incomprensibile, così intriso di fanservice, citazioni e melodramma che chiunque non fosse un grandissimo appassionato di questa meta-serie vi risulta impermeabile.

Dirge of Cerberus prova un approccio diverso e cala il numero di intermezzi-spettacolo tipici di Advent Children in un mediocre contesto ludico, creando un prodotto equamente suddiviso tra partecipazione passiva e attiva, con intermezzi e parti giocate ciascuno della durata complessiva di quattro-cinque ore.

Delle parti giocate si poteva fare sostanzialmente a meno: sono ripetitive, prive di stimoli e del tutto inadatte a fare un buon corridor shooter in terza persona. I nemici troppo passivi uniti ad un protagonista troppo potente rendono l’azione una cosa meccanica, noiosa ed evitabile, tanto che ho preferito scansare gli scontri piuttosto che perdere tempo a fare tirassegno su bot idioti. Fortunatamente (?) il gioco è pieno di glitch che permettono di evitare di rimanere invischiati nell’ennesima, noiosissima shooting-alley.

C'è anche lui, ma solo per una decina di minuti. Giuro!

Di tutt’altro spessore la storia: Dirge of Cerberus è un monumento a Vincent Valentine. Lo rende più umano, ne spiega le origini, le relazioni con gli altri personaggi e, cosa molto più importante, il suo passato prima della trasformazione. Non esagera con il melodramma e non eccede coi camei degli ex-protagonisti, sempre discretamente sullo sfondo e mai troppo invadenti. Le sequenze narrative alternano 3D in tempo reale a 3D prerenderizzato: dove le prime hanno una regia ed un montaggio accurato, che riescono a creare atmosfera, tensione e suspance, il prerendering ci regala scene spettacolari ma dissonanti rispetto allo stile più pacato e sofisticato delle altre. Il tutto è supportato da una splendida colonna sonora che porta la firma di Masashi Hamauzu e di GACKT (Kamui Gakuto).

Resta da capire perché fare di Dirge of Cerberus un videogioco mediocre, piuttosto che un lungometraggio accettabile.

[Gli ani in faccia] Sony

Immagine di Digicord

Non c’è niente da fare, ci ho pensato su ma Sony questo ano in faccia se lo merita con la rincorsa. Qualcuno ben informato potrebbe obiettare che, in fondo, è colpa dei cracker se sono stati trafugati i dati di decine di milioni di utenti dal PSN e, a quanto pare, da SOE.

Cosa c’entra Sony se il mondo è pieno di gente cattiva?

Mettiamola così: uno che ti ruba in casa è un ladro e merita la galera, ma tu sei tenuto a provare a rendergli il più difficile possibile la vita: se vai fuori casa per un mese e lasci le chiavi attaccate alla porta, facendolo poi sapere a tutto il vicinato, il ladro che ti entrerà dentro casa e ti porterà via l’argenteria sarà sempre un ladro, ma tu hai peccato quantomeno di poca attenzione. E quando poi ripenserai al furto dovrai chiederti se valeva la pena litigare con la banda di ladri più scaltri della città per una stupidaggine (niente Linux su PS3 slim).

Insomma, Sony aveva milioni di account registrati da utenti che non sapevano di aver affidato i propri dati a un sistema di sicurezza che definire primitivo, in senso informatico, è un eufemismo. Inoltre, Sony ha compiuto nel corso degli ultimi anni una serie di errori di comunicazione che definire marchiani è riduttivo.

Quindi, cara Sony, sperando che i vari servizi online che offri tornino presto, appunto, online, ti becchi un bell’ano in faccia, che puoi tranquillamente esporre sulla homepage del PSN; quando tornerà a esistere una homepage del PSN, s’intende.

ArsLudicast 19: Play Senza Network

Doveva accadere prima o poi: dopo il cracking totale della PS3, c’è voluto poco per mandare nel panico i vertici di Sony con una violazione dell’intero network da parte di ignoti. Senza fare pessime dietrologie sull’attribuzione delle colpe (perché non ne sapremo mai niente) e senza andare in panico come i bimbiminchia che hanno scoperto di poter riavere una vita sociale, parliamo semplicemente delle piattaforme online, chiedendoci se sia opportuno ignorare che si stanno erogando dei servizi essenziali all’uso delle console e se sia giusto nascondere DRM e spyware nei giochi su console e in DD. Facciamo anche una breve carrellata di altre violazioni ed exploit accaduti sugli altri network che non hanno seminato panico d’abbandono tra i nerd italiani, e quindi non sono esistiti per i più. Non paghi, in appendice c’è anche un’esaustiva risposta ad una e-mail da parte di un ascoltatore che fa molte domande. Forse Troppe.

Questa puntata è condotta da Vittorio Bonzi e con lui ci sono Simone Tagliaferri, Matteo Anelli e Rudin Peshkopia in veste di troll boxaro.

Vi ricordiamo che se volete assistere come ospiti al podcastproporre un argomento di discussione o, perché no?, proporre un arrangiamento al Monopoli, potete farlo contattandoci a: arsludicast@arsludica.orgredazione@arsludica.org, oppure utilizzando l’apposito thread sul forum!

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Scaricate l’episodio:

Anteprima:
 

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Brano in Apertura:
Crystal Castle (Castlevania II: Belmont’s Revenge), di Hidehiro Funachi, arrangiato ed eseguito da Alessandro Monopoli

Brano in Chiusura:
Lemmings Theme, composto da Cold Storage e remixato da DabombInc.



Compagni di viaggio

Nelle ultime settimane, a causa di alcuni lavori di ristrutturazione, sono stato costretto a risistemare la mia camera e l’incredibile mole di libri, fumetti, album musicali, film e videogiochi stipati in ogni angolo della libreria. Tra una salita ed una discesa dallo scaletto sono stato, inevitabilmente, vittima della nostalgia: ho riletto storie, rivisto copertine, riascoltato vecchie compilation, eccetera.

Ma, mentre continuavo questo piccolo esodo, caricando romanzi misconosciuti, manuali di giochi di ruolo o lussuose edizioni dei Peanuts o di Asterix & Obelix, è nata in me una riflessione sciocca – coadiuvata anche da una serie di strisce comparse sul webcomic Follow The Rabbit.

Tempo dopo, durante quel “tormentato momento di cambiamento” (noto anche come la cazzo di adolescenza) ho spesso incontrato ragazzi e ragazze che, per svariati motivi, consideravano (e alcuni ancora considerano) i videogiochi, i fumetti, alcuni generi cinematografici, qualsiasi cartone animato ed il 99% della letteratura mondiale come qualcosa di fanciullesco o noioso.

In quel periodo, in cui tentai persino di “integrarmi” con questa massa, ero convinto che le mie passioni fossero nate in un periodo relativamente breve e che, quindi, potessi facilmente accantonarle senza problemi. Smisi di comprare fumetti, limitai gli acquisti in campo ludico e chiesi n regalo persino una copia di Tre metri sopra il cielo.

Ma, poche settimane dopo, accadde qualcosa. Al posto del capolavoro di Moccia, mio zio pensò di donarmi una copia di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Scoprii, per caso, una canzone chiamata Beautiful Day di una certa band irlandese. Soprattutto, videro la luce su GameCube due videogiochi particolarmente attesi: Fire Emblem: Path of Radiance e Killer7.

Leggendo le mie parole su questo blog potete già immaginare come si sia conclusa questa storia. Sono felice di definirmi un appassionato di videogiochi, fumetti e lettura. Amo il buon cinema e non ho un genere preferito di musica. M’interesso solo marginalmente di calcio.

Ed ho capito una cosa: mi sbagliavo. Io non ero diventato così, ma lo ero sempre stato: sin da bambino ho letto, sognato, giocato. La mia “differenza” dalla massa non era dovuta a difetti o a momentanei cambiamenti: io sono sempre stato così o, per meglio dire, sin da bambino portavo i semi di quelle che, crescendo, sarebbe diventate le mie passioni ed i miei principali interessi. Passioni ed interessi che, in svariati modi, mi hanno reso la persona che sono ora.

Anche se non posso evitare di “stiparli” in una libreria, non dimenticherò mai i miei “compagni” in questo lungo gioco che è la Vita. Perché, anche se l’Endgame (o il Game Over?) è davvero lontano, non posso non ammettere di essergli profondamente debitore.

Le sigle del Monopoli #4: Golden Axe Theme

Tornano le sigle del Monopoli, ormai un appuntamento giornaliero fisso grazie all’opera meritoria di SonicReducer.

Questa volta l’eroe che vive nudo vagando per le praterie inglesi ha riarrangiato e suonato il tema di Golden Axe, uno dei migliori picchiaduro a scorrimento degli anni ’80.

SEGA, che come sappiamo è un’amante dei progetti amatoriali (li supporta fino a soffocarli) ne sarà entusiasta!