LUNARCADE FACTORY: LINEE

Riceviamo e segnaliamo con gioia la nuova iniziativa dei Santa Ragione, il dinamico duo, recentemente ospite di Arsludicast, a cui dobbiamo Fotonica. Dal comunicato stampa ufficiale (i neretti sono miei):

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LUNARCADE è un collettivo di promozione di giochi indipendenti : sono consideratigiochi indipendenti quelli che hanno come obiettivo estetiche o modelli di interazione innovativi e che sono realizzati senza il supporto delle majors.

Durante l’anno LUNARCADE organizza due tipi di attività: “INDIE GAMESCIRCUS” in cui vengono presentati dei giochi indipendenti particolari, che abbianotra loro un legame per estetica interazione o signicato e “FACTORY” dei veri e proprilaboratori di creazione di giochi – noti come Game Jams – su temi specici.

Le attività di LUNARCADE sono gratuite e aperte a tutti e sono orientate a mettere incontatto la comunità di autori e designers di giochi, a far conoscere la scena indie ainon addetti ai lavori e ad aiutare chi si vuole avvicinare allo sviluppo indipendente digiochi.

Per il FUORISALONE 2011, il 16 e 17 Aprile, LUNARCADE presenta “LUNARCADEFACTORY: LINEE ” una due giorni di design e prototipazione di giochi sultema delle LINEE, inteso come segno graco, movimento lineare, linearità e forme.

Si potrà partecipare al laboratorio anche a distanza: su www.lunarcade.it ci saranno iriferimenti per unirsi alle comunità online di progettazione di giochi e per partecipareinviando il proprio lavoro. Tutti i progetti saranno presentati durante l’evento e successivamentetutti i materiali realizzati durante il laboratorio saranno consultabili online.

LUNARCADE FACTORY LINEE si svolgerà presso la SANTERIA, via Paladini 8, MILANO.

SABATO 16 APRILE – CONCEPT AND PAPER (nessuna competenze richiesta):
10:00-11:00 Presentazione del tema e introduzione alla scrittura di concept di gioco
11:00-19:00 Elaborazione di progetti per giochi da tavolo e videogiochi e prototipazionecon materiali sici.
20:00-21:00 Presentazione dei progetti realizzati durante la giornata e dei progettirealizzati online

DOMENICA 17 APRILE – DESIGN AND DEVELOP (game developers):
10:00-11:00 Ricapitolazione del tema e consigli pratici per lo sviluppo di videogiochi
11:00-19:00 Sviluppo di videogiochi o, per chi vuole, anazione dei prototipi  sici
20:00-21:00 Conclusione, presentazione dei videogiochi realizzati durante la giornatae saluti finali

La prima giornata è quella dedicata al pubblico più ampio e dierenziato. I materialiper il disegno e la prototipazione sica (carte, cartoni, forbici, scanner e stampante,eccetera) verranno forniti: per partecipare non occorrono competenze speciche. Laseconda giornata è dedicata principalmente a quelli che sono in grado di svilupparevideogiochi – e che possono portare la loro attrezzatura per lavorare – ma anche alpubblico che può provare i prototipi e vedere come vengono realizzati dei minivideogiochiindipendenti.

I posti saranno limitati quindi chi desidera partecipare può iscriversi mandandoun’email a info@lunarcade.it o partecipate online su http://forums.tigsource.com/ o http://indievault.it/forum/

LUNARCADE FACTORY: LINEE è presentato da SANTA RAGIONE (www.santaragione.com) in collaborazione con CRANIO CREATIONS (www.craniocreations.com) designers ed editori di giochi da tavolo.

LUNARCADE è organizzato da SANTA RAGIONE (www.santaragione.com) ed èospitato online al sito www.lunarcade.it dove è possibile consultare i materiali relativiall’ultima edizione dell’ INDIE GAMES CIRCUS.

SANTA RAGIONE è uno studio di design di giochi e videogiochi indipendenti: nel2010 ha pubblicato il gioco da tavolo “Fuga dagli Alieni nello Spazio Profondo”(www.eftaios.com) e nel 2011 il videogioco “FOTONICA”(www.santaragione.com/fotonica)

Per informazioni e iscrizioni: info@lunarcade.it

Bulletstorm

Sviluppato da People Can Fly | Pubblicato da Electronic Arts | Piattaforme: PC (versione provata), Xbox 360, PS3 | Rilasciato nel 2011

Ci ho provato a voler male a Bulletstorm, ma non ci sono riuscito. Lasciando perdere la storia, le battute smargiasse, i protagonisti che sembrano gonfiati come canotti e l’impossibilità di sfracellarsi in qualche burrone che vanifica un po’ la vertiginosa magnificenza degli scenari, non ce la faccio proprio a parlarne male.

Come si fa a rimanere insensibili davanti a un nemico calciato, poi preso al lazo, quindi ricalciato e, infine, trapanato nel deretano dopo che gli abbiamo girato intorno? Come si fa a non adorare la possibilità di spazzare via cinque avversari con un colpo solo facendo salire vertiginosamente il punteggio in un vorticare di numeri e scritte che si accavallano sullo schermo? È gratificazione ormonale, vero, ma funziona.

Bulletstom è gameplay puro, qualcosa di estremamente innovativo nel mondo degli FPS. Paradossalmente non sono stato infastidito nemmeno dall’estrema facilità (si muore pochissimo) e dal recupero automatico dell’energia stile Halo, fattori che solitamente lo fanno.

Il fulcro del gioco è il sistema di combo, intorno al quale girano tutti gli altri elementi. In questo senso Bulletstorm è un gioco sincero che non inganna il giocatore con un preteso realismo, fatto di armi che copiano malamente quelle reali e sparatorie con coperture che sembrano imitare i bambini che giocano ai cowboy.

Le armi di Bulletstorm sono volutamente assurde e tutte finalizzate a creare momenti d’azione coreograficamente nuovi e spettacolari. Anche il classico fucile da cecchino è stato manipolato per non renderne banale l’utilizzo, mentre l’introduzione del cappio energetico è un colpo di genio che non si vedeva da tempo, in un genere da sempre in affanno di idee.

Il fine è il punteggio, con la storia che rimane sullo sfondo pur essendo presentissima. Mentre si cammina si studia lo scenario per capire come sfruttarlo per eliminare i nemici nel modo più fantasioso possibile. Infilzarli, bruciarli, fargli l’elettroshock, farli sfracellare da altezze vertiginose; non ci sono limiti, e i nemici così non sono soltanto ostacoli da superare. Volendo si potrebbero paragonare a dei birilli: quando si gioca a bowling (gli Halo, i Killzone, i Call of Duty e così via) vanno abbattuti, mentre quando sono in mano a un giocoliere diventano delle appendici e si fondono idealmente con il corpo dell’artista/esecutore, diventando un elemento attivo dello spettacolo (Bulletstorm).

Questo uso inconsueto del nemico spinge il giocatore a interazioni creative che hanno senso al di fuori del movente del personaggio che sta impersonando. L’avversario non è più solo un pericolo, oppure lo è solo incidentalmente, e permette di sperimentare le possibilità messe a disposizione dall’interfaccia di gioco. Ad aiutare ci pensano anche i livelli, costruiti con una grande sapienza scenografica e sfruttando una palette di colore finalmente varia e viva, nonostante la presenza di passaggi più cupi e claustrofobici.

Commento: per quel che mi riguarda Bulletstorm è uno degli sparatutto migliori degli ultimi anni, superiore a tanti pretesi capolavori che si scopiazzano a vicenda. Ha dalla sua una certa originalità, possibile grazie allo studio di un gameplay non banale che sa premiare l’abilità del giocatore.

Nintendo 3DS: parliamone!

Ho comprato il 3DS il giorno del lancio, convinto che la console abbia notevoli potenzialità e qualità, all’in fuori dell’effetto tridimensionale.

Chiariamo subito un punto: la terza dimensione, una volta che avrete trovato l’inclinazione e la distanza giusta rispetto al vostro sguardo, funziona egregiamente, donando una sensazione di profondità o un effetto di rilievo ai giochi, menù e tutto ciò che sarà visualizzato sullo schermo superiore. Si dice che l’uso prolungato di questo effetto possa creare dei piccoli fastidi: credo che si tratti di problemi soggettivi, in parte anche attribuibili ad eventuali problemi oculistici del giocatore – ho constatato che un amico miope si stancava più rapidamente di me – mentre, con un uso particolarmente prolungato della console, ho letto di casi di strabismo. Ad onor della cronaca, non avendo competenze oculistiche, devo dire che, empiricamente, non ho sofferto alcun problema.

Dal punto di vista hardware, la console presenta angoli leggermente squadrati, una scocca completamente lucida ed una cerniera particolarmente resistente – una correzione di uno dei principali punti deboli del DS e del DS Lite, come posso testimoniare personalmente. La grandezza della console è quasi uguale a quella del DS Lite, pochi millimetri di differenza, mentre il peso è leggermente superiore: in ogni caso, la portabilità della console non mi sembra esser compromessa.

Lo schema dei comandi riprende quello, ottimo, del DS, mentre i dorsali mi sembrano esser stati ripresi direttamente dal DSi; sono stato piacevolmente sorpreso dallo stick analogico: preciso e comodo da utilizzare, notevolmente migliore rispetto a quello della PSP (come ho potuto constatare con un confronto diretto tra Super Street Fighter IV 3D e Street Fighter Alpha 3 MAX e ripescando l’intramontabile Super Mario 64), anche per merito della posizione in primo piano rispetto al pollice sinistro. Il touch screen è uguale al predecessore, eccezion fatta per la migliore definizione – QVGA, secondo Wikipedia. Da sottolineare il nuovo alloggiamento del pennino che, come nel primo modello di DS, ritorna sul retro della console, a destra rispetto allo scompartimento in cui inserire le cassettine: questa scelta, che definirei eufemisticamente poco efficace e risulta scomoda soprattutto durante gli spostamenti, è determinata dalla scelta di dedicare la parte inferiore della console alla batteria da 1300 mAh.

Dicono che la batteria sia una delle pecche del 3DS: purtroppo confermo anch’io la presenza di questo problema, sebbene credo sia necessario sottolineare alcune particolarità. In primis vi è la possibilità di scegliere il livello d’illuminazione e, anche grazie all’inedita “modalità risparmio energetico”, i consumi della retroilluminazione possono essere notevolmente ridimensionati; anche disattivare il WiFi, al momento una delle caratteristiche incomplete della console, e l’effetto 3D collaborano ad aumentare la durata della batteria. Dopo un uso particolarmente intenso, definirei il 3DS prima di tutto come una console perfetta per i tragitti brevi, da pendolari, e solo in un secondo momento, trovato un compromesso tra le numerose opzioni, adattabile a tratte più ampie.

Credo di poter affermare tranquillamente che l’hardware del 3DS sia ottimo, combinando la solidità del DS “fat” e dei Game Boy al design che l’azienda nipponica introdusse con il Game Boy Advance SP ed adottò completamente con l’uscita del DS Lite.

Il software pre-installato è molto simile a quello presente su DSi e DSi XL. Vorrei soffermarmi però sull’assenza temporanea di un browser web e del Nintendo eShop (ultimo aggiornamento del Wii/DSi Shop) che limita l’uso del WiFi alle modalità online dei vari giochi – realizzata in maniera impeccabile in Street Fighter e colpevolmente assente in PES. Per il resto i menù risultano estremamente semplici e la navigazione è particolarmente veloce: le opzioni principali sono a portata di tocco e, grazie all’introduzione del tasto Home, è finalmente possibile cambiarle senza dover uscire dal gioco.

I minigiochi della Piazza Mii, dei Giochi RA e di Caccia alla Faccia si sono rivelati dei gradevoli scacciapensieri, con i quali ho trascorso un po’ di tempo e preso confidenza con la console. Trovo che l’idea delle card collezionabili con all’interno minigiochi o immagini virtuali dei vari eroi Nintendo è particolarmente interessante e, onestamente, credo che Nintendo stia seriamente accarezzando l’idea di venderle. Altra funzione potenzialmente interessante è quella di player di video tridimensionali: con i giusti accordi e contenuti, ad esempio episodi di telefilm o di cartoon piuttosto che lungometraggi, la casa di Kyoto potrebbe conquistarsi il favore di un’industria che da tempo ricerca una “seconda giovinezza” e colpire al cuore gli appassionati. Ma questa, al momento, è pura fantascienza. Il lettore MP3, nella sua semplicità, cela simpatiche sorprese che però non voglio rovinarvi.

Concludo l’articolo con la mia opinione personale: il 3DS è una console ben realizzata e, sin da ora, si presenta come un degno successore del DS, nella concreta ipotesi di replicarne il successo. Ma, come si è soliti dire all’inizio del ciclo vitale di una console, sarà il software a fare la differenza: non mi riferisco ai soli videogiochi che, almeno per quanto riguarda il panorama Nintendo, sembrerebbero numerosi e ben realizzati, ma anche a quelle aggiunte che potrebbero elevare la macchina da semplice console a vero e proprio strumento multimediale tridimensionale a basso costo. Com’è noto, l’azienda di Kyoto non ha mai puntato realmente su queste aggiunte, ma qualcosa potrebbe cambiare in tempi relativamente brevi.

Un’altra riflessione che ho maturato riguarda la dualità della console: sebbene il 3DS sia, senza dubbio, un portatile, è innegabile che sia possibile divertirsi anche a casa: i Giochi RA o alcuni software in via di sviluppo, come il porting di MGS: Snake Eater o il remake di Ocarina of Time, sembrano suggerire due possibili utilizzi: da un lato il classico uso “mordi e fuggi” e “pendolare”, dall’altro un approccio quasi da salotto, sfruttando al massimo le caratteristiche della macchina. Si tratta davvero dell’ultima console portatile così come la conosciamo? Credo che, citando il poeta, vada “ai posteri l’ardua sentenza”.

ArsLudicast 17: Indie Made in Italy

Iniziamo a parlare di sviluppatori indipendenti italiani, con una bellissima intervista a quattro. Con noi: Nicolò Tedeschi e Pietro Righi Riva di Santa Ragione, gli autori di Fotonica e Escape from the Aliens in Outer Space, nonché organizzatori del periodico evento internazionale Lunarcade a Milano; Stefano Casillo (in arte Kunos) di Kunos Simulazioni, l’ideatore del simulatore di guida hardcore NetKar Pro ed ora titolare dell’azienda che lo sviluppa; Gabriele Piccinino, conosciuto nel mondo come GyppiFX, uno dei modder italiani più famosi, autore dei popolarissimi GTX Graphics Mod per Quake 4 e Doom 3 che ora si sta attrezzando per scendere nell’arena dello sviluppo per mobile.

Matteo AnelliSimone Tagliaferri Alessandro Monopoli cercheranno di capire quali sono le difficoltà e le particolarità di questo mondo sommerso, che vanta tanti professionisti anche in Italia. Si parlerà delle difficoltà di iniziare, di grafici che scappano, di perché pensare un sistema Italia per i videogiochi sia quasi retrogrado, di quanto contino le community e, ancora di più, di quanto sia importante proporsi sin da subito al mondo, piuttosto che localmente. Cercheremo anche di capire quali sono i requisiti per iniziare, se bisogna per forza essere dei grandi programmatori, se bisogna fare per forza solo videogiochi, se il mondo della tecnologia oggi non proponga soluzioni altrettanto valide anche per i non necessariamente addetti ai lavori.

Risposte non banali, date da gente molto competente che ha raggiunto e continua a raggiungere dei risultati di qualità, senza bisogno di amichetti o maldestri appoggi politici.

Vi ricordiamo che se volete assistere come ospiti al podcast, proporre un argomento di discussione o, perché no?, proporre un arrangiamento al Monopoli, potete farlo contattandoci a: arsludicast@arsludica.org o redazione@arsludica.org, oppure utilizzando l’apposito thread sul forum!

Scaricate l’episodio:

Anteprima:
 

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Brano in Apertura:
Operation Flashpoint: Dragon Rising Theme, arrangiato ed eseguito da Alessandro Monopoli

Brano in Chiusura:
Modern Warfare 2 Theme, composto da Hans Zimmer




Dove siamo finiti?

Non venite a raccontarmi che la scena italiana dello sviluppo dei videogiochi non è mai esistita, che l’industria italiana non ha mai prodotto niente di buono e che in fondo Gioventù Ribelle ce lo meritiamo. Evitate, per favore, perché si vede che negli anni 80/90 eravate troppo piccoli per leggere chi avesse sviluppato il gioco che stavate comprando, oppure non eravate stati ancora spruzzati dal pene di vostro padre.

Probabilmente non vi ricordate le tonnellate di titoli sportivi e non prodotti da Simulmondo, la sperimentazione della stessa con i giochi episodici venduti in edicola a prezzi molto bassi, basati su licenze importanti, i cloni di Ghost’n Goblins distribuiti dalla Genias, i giochi di Lupo Alberto, Cattivik e Sturmtruppen della Idea… non scherziamo. L’italia c’era, sviluppava e sperimentava. Chi si ricorda la serie degli I Play di Simulmondo?

A quei tempi, nemmeno troppo remoti, l’industria italiana non era paragonabile a quella americana, giapponese o anche inglese e tedesca per quel che riguarda le risorse impiegate, ma non sfigurava e ha prodotto più di qualcosa di decente, a volte anche dei piccoli gioielli come il racing F17 Challenge dell’italianissima Holodream, distribuito da Team 17.

Magari è stata poco lungimirante l’idea di investire tempo, denaro e talento nei migliori picchiaduro mai realizzati per i sistemi Amiga (Shadow Fighter e Fightin’ Spirit), magari Breathless, il miglior FPS per Amiga (altro che gli Alien Breed 3D di Team 17), se fosse uscito su PC avrebbe portato al successo i Fileds of Vision, che ora affiancherebbero id e Valve tra i grandi sviluppatori del genere.

Certo, con i se e con i ma non si fa la storia dell’industria, figuriamoci l’industry, ma non raccontiamoci balle: la decadenza vera è iniziata dalla metà degli anni ‘90 in poi, quando lo sviluppo dei videogiochi ha fatto un salto in avanti a livello produttivo e la creatività dei pionieri non è riuscita a confluire in progetti industriali di ampio respiro, come possono essere quelli di Electronic Arts, Codemasters o anche una 1C nell’est Europa.

La passione per il medium non è bastata e piano piano le forze produttive del paese si sono rarefatte, disciolte e, tristemente, raffreddate. Costretta a scontrarsi con una realtà in rapida mutazione, l’industria italiana, incapace di creare una sinergia di aziende e di riorganizzarsi per affrontare la sfida internazionale, si è atomizzata ed è oggi vittima di personaggi incuranti del discredito che le gettano addosso.

Andate sull’App Store e ci troverete decine, se non centinaia, di progetti italiani. Cercate tra i web games e scoprirete che il made in Italy è meno raro di quello che crediate. Il problema è che si tratta di isole, spesso di gente che appare e scompare, consumata dalla passione che vorrebbe vedere trasformata in un successo immediato, che invece non arriva, in un mondo in cui la concorrenza è spietata e amplissima. Le eccezioni, ovviamente, ci sono e andrebbero portate a esempio dall’industria stessa, invece di avversarle perché inutili a livello politico e meno controllabili.

La cultura del videogioco esiste, soprattutto a livello economico/sociale, solo che in Italia non è mai fregato a nessuno di diffonderla e, anzi, recenti tentativi hanno solo causato l’ilarità globale. Esiste, come dimostrano le accese reazioni al capolavoro prodotto per celebrare i centocinquant’anni dell’unità d’Italia, veementi al punto da attirare l’attenzione della stampa generalista (Qui, Quò, Quà) e da costringere i responsabili a ritirare il progetto, con la promessa di pubblicarlo quando sarà completo.

A questo punto bisognerebbe impegnarsi a capitalizzare, ovvero a non sprecare quest’unità ritrovata, questa sinergia d’intenti e di sdegno che dovrebbe essere incanalata in qualcosa di produttivo, come ad esempio qualche progetto videoludico di livello. Ecco, magari questo sarebbe il modo perfetto per celebrare l’unità d’Italia attraverso i nuovi media.

Quattro chiacchere con Forge 11

Dopo Darkwave Games è il turno di Forge 11 di rispondere alla domande di Ars Ludica. Insieme ad Alberto Belli, Marketing & Communication Manager dell’azienda, scopriremo tutti gli oscuri segreti di questo studio che sino a pochi mesi fa operava nell’ombra ed ora riscuote pareri positivi da moltissimi utenti su iTunes.

AL: Iniziamo dalle basi: chi è Forge 11? Quando è nato lo studio? Da chi è stato fondato? Chi sono i suoi componenti?

AB: Lo studio è nato nel 2009, fondato da Fabio Filasieno. Fabio si trovava in UK, gestiva i progetti ad alto budget del Ministero dell’Agricoltura britannico. A un certo momento ha pensato di tentare la via imprenditoriale e ha vinto un bando per l’innovazione, legato al Politecnico. Facendo uno studio di mercato, ha deciso di applicare lo sforzo economico e la struttura al settore gaming, perchè era quello potenzialmente più interessante. Il team è costituito da diverse BU: c’è ovviamente il reparto tech composto da diversi programmatori, un reparto art con due modellatori, un animatore e un concept artist, un game designer, un sistemista, la produzione e il management.

AL: Forge 11 opera sia come publisher ma produce anche giochi internamente. Quali sono i progetti che sin’ora avete rilasciato, com’è il mix interno/esterno?

AB: In ordine: Ninja Training, Colorous, Colorous HD, Vikings Can Fly!, NIJI, Wharr. Tutti terze parti, tranne VcF che è stato sviluppato in home. Quasi tutti in doppia SKU.

AL: Ci sono solo italiani dietro i progetti esterni che avete pubblicato sin’ora? Chi sono?

AB: Sviluppatori indipendenti che pensavano di proporre titoli one shot in solitaria, nessuna realtà strutturata tranne nel caso di Wharr che è una IP di un artista italiano molto famoso all’estero, che si chiama Gaetano Leonardi.

AL: Qual è il processo creativo che seguite per la pubblicazione o la produzione in house?

AB: Partiamo ovviamente con uno studio di mercato. Nel caso delle terze parti, valutiamo i concept e procediamo agli eventuali approval step by step. Il ciclo di produzione è suddivisto in vari step che coinvolgono più reparti. Nel caso di produzioni terze parti, molto dipende dallo stato di produzione del prodotto. Ci capita di lavorare anche con giochi finiti o addirittura già pubblicati, che pensiamo possano avere potential per essere rilanciati non avendo goduto della giusta visibilità. In questo caso è più un lavoro di PR ovviamente. Per le produzioni interne, il planning è seguito step by step da un Producer che cerca di matchare le richieste del marketing, con la fattibilità operativa stabilità dai Lead. Una volta stabilite le milestone per la pipeline, si procede (e non si torna indietro).

AL: Facendo una classifica dei vostri titoli, qual è l’ordine di popolarità?

AB: Sicuramente VcF è il prodotto che ha avuto più visibilità e rientri. Era il primo prodotto in home, abbiamo investito molto anche in termini di marketing e l’abbiamo utilizzato come test per capire le dinamiche del mercato mobile, molto diverso dal retail tradizionale e molto mutevole nel breve periodo. Oggi VcF ha da poco superato i 40.000 download, è stato featured in oltre 300 store e ha ricevuto recensioni lusinghiere sui siti specializzati worldwide (e soprattutto su iTunes, per mano degli utenti).

AL: Sin’ora F11 ha operato solo su App Store, presumo anche per una questione di convenienza per le start-up. Avete piani per estendervi altrove?

AB: Ovviamente si, anche se non sono stati ancora annunciati. Vogliamo essere sicuri di poter portare a compimento qualsiasi progetto annunciato naturalmente. Diciamo poi che da pochissimo stiamo rivedendo i progetti sul medio-lungo termine, anche in funzione del nuovo assetto aziendale. Spero di poter comunicare tante buone cose in occasione del prossimo E3. Di certo il 2011 sarà ancora un anno prettamente mobile per noi.

AL: Il vostro standing è stato sin da subito internazionale. Quanto ha pagato essere pronti ad operare nel mercato globale, senza preoccuparsi troppo di una serrata produzione interna?

AB: Avere a disposizione una vetrina globale come AppStore o come qualsiasi altro store digitale, e ragionare in local sarebbe stato ovviamente un controsenso. Lavorare con le terze parti ci ha consentito di proporci subito verso l’esterno preparando il terreno per le produzioni successive e tagliando i tempi. Alla fine, stringere mani ed essere subito operativi, ci ha consentito di impostare subito discorsi importanti con le più importanti realtà della scena mobile, sia parlando di crirtica specializzata (pensiamo ai siti top, da cui di fatto Apple parte per “confiigurare” i suoi store) sia parlando di interlocutori top che ci hanno chiesto prodotti e con cui non abbiamo ancora collaborato per scelta (penso a Chillingo, una realtà disponibilissima, che è da sempre il nostro modello di riferimento).

Colorous

AL: Quanto ha pagato arrivare “primi” su piattaforme innovative come iPad?

AB: I numeri parlano di un 70% di profitto medio in più, per i prodotti presenti al day one di iPhone all’epoca. Stesso discorso sponda iPad. Arrivare primi, in genere, porta dei benefici sul lungo termine se non fosse anche solo per la possibilità di avere accesso ad info e dati che gli altri avranno solo in un secondo momento.

AL: Alla luce della forte disparità di numeri e di modello d’utilizzo delle due piattaforme Apple principali (iPad ed iPhone/iPod), che strategia segue F11 per massimizzare i risultati in entrambi i contesti? Durante qualche recensione alcuni utenti lamentavano uno scarso supporto per gli iPhone 2G.

AB: Dopo una serie di valutazioni, abbiamo deciso di lavorare sui prodotti interni unicamente su SKU universali. Il mancato supporto al 2G in realtà, è stata una scelta forzata al momento della release di VcF, dovuta a una serie di contingenze e al WIP sul nostro motore.

AL: In Italia ci sono molte più aziende e team indipendenti che si occupano di videogiochi (in particolare per quanto concerne le produzioni a basso budget) di quanto si creda. Basta farsi un giro su un market o su Kongregate per toccare con mano che ci sono molti studi competenti che operano a livelli diversi. Qual è la vostra opinione sul fatto che chi fa davvero cose è meno visibile nelle community locali?

AB: Le community indie sono le più attente a queste cose, ma l’utenza tradizionale difficilmente si rende conto di suo già di buoni prodotti indipendenti, figuriamoci dell’esistenza di Kongregate, Newgrounds o chi per loro [Ndr.: i titoli da 4-5 stelle su Kongregate vengono giocati molti milioni di volte]. Esistono poi molti studi che in realtà studi non sono, che non sono interessati al discorso gaming duro e puro, ma si trovano spesso a doversi confrontare con il mercato per esigenze aziendali one shot, legate a ipotetiche commesse. Last but not least: guadagnarsi la visibilità è un lavoro. Per questo ci proponiamo anche come supporto per i terzi. Avere un buon prodotto e fare cose, non è necessariamente indice di notorietà, visibilità e tutto il resto. Spingere una compagnia, un brand o un gioco, è una cosa che porta via tantissimo tempo, in piani articolati lungo l’arco di mesi. E spesso gli indie sottovalutano questo aspetto, partendo dalla convinzione che basti un buon titolo per essere contattati. Fantascienza.

AL: Devo tirarvi l’orecchio su una questione: il community management di F11 nei confronti degli utenti è ancora piuttosto limitato. Avete piani in proposito?

AB: In realtà era una delle priorità, se non fosse che dopo le prime release è subentrata l’opzione acquisizione/nuovo management, quindi è stato tutto un po’ freezato per una serie di questioni prettamente burocratiche. Rischavamo di fare cose che poi avremmo dovuto abbandonare o mettere da parte. Con il nuovo assetto, questa sarà una delle priorità, sia dal punto di vista web che delle app stesse, con un framework comune per ogni prodotto, in grado di mettere in contatto i nostri utenti sulle nostre piattaforme proprietarie, su Facebook, Twitter e compagnia.

AL: Veniamo al publishing. In poche parole, perché in un mercato che premia autonomia e agilità un team di sviluppo dovrebbe aver bisogno di un publisher?

AB: Perchè un prodotto one shot di un dev indie, non ha speranze di essere visto, valutato ed apprezzato, praticamente 9 volte su 10. E per bussare a certe porte, ma anche per avere un tipo di supporto professionale a livello di produzione (con un Producer ad hoc, pronto ad aiutare sotto ogni punto di vista) occorre presentarsi in un certo modo. Forge dopo un anno ha raggiunto l’invidiabile status di “azienda solida” per la critica specializzata e le altre aziende di cui sopra, viene tenuta in considerazione da tutte le key figures del settore ed è percepita come realtà operativa e in crescita. Questo è un plus fondamentale, per i prodotti, ed è ciò su cui abbiamo lavorato dal principio.

Wharr: The Colossus Age

AL: Colorous è stato forse il titolo che ha reso meno dal punto di vista della popolarità, nonostante sotto alcune incertezze ci sia un titolo piuttosto buono. F11 non avrebbe poituto fare qualcosa di più per evitare alcuni dei problemi di lancio (come l’introduzione che non funzionava) o alcuni problemi di User Experience (come la poca leggibilità dei font) che anche Ars Ludica ha evidenziato nella recensione?

AB: In realtà Colorous è stato preso fatto e finito (e quindi anche testato) ed è stato rimesso online nonostante fosse di fatto vecchio di 2 anni e avesse esaurito le sue “scorte” di visibilità e vendita. Nonostante tutto, ha goduto di una seconda giovinezza, facendosi apprezzare e consentendoci di proporci con un ulteriore titolo di qualità in portfolio, che ha portato poi l’azienda a godere di quella credibilità di cui parlavo poco fa. La versione HD arrivata successivamente, non ha per fortuna ereditato i problemi del predecessore che comunque resta un titolo con tutti i crismi IMHO, che infatti ci era stato anche richiesto a livello informale per un porting DS retail. La cosa non si è concretizzata ma il concetto è che “chi fa giochi veri” ha apprezzato, consentendoci di piazzare un altro tassello di immagine molto importante in un’economia di lungo termine.

AL: È difficile bilanciare la responsabilità del publisher e quella dello sviluppatore e gestire le dinamiche (anche di immagine) che ci sono dietro?

AB: Dipende. Con un buon prodotto, ovviamente, è tutto più facile. Nel caso del mobile le responsabilità del dev aumentano, perchè di fatto i prodotti non si esauriscono con il lancio e un paio di aggiornamenti. Un update consistente, può tranquillamente portare a un rilancio del prodotto come se si trattasse di un nuovo titolo ogni volta. Questa è una bella differenza sotto tutti i punti di vista rispetto al solito.

AL: Il bilancio di F11 facendo riferimento ad i vostri comunicati stampa, ai risultati sul campo e alla nostra opinione è sostanzialmente molto positivo. Recentemente l’azienda è stata venduta a Reply, una delle più grandi multinazionali dell’IT Italiano. Perché vendere la gallina dalle uova d’oro così presto?

AB: Non è stata infatti una scelta facile, i discorsi con Reply sono proseguiti per diversi mesi prima di arrivare ad una conclusione. Alla fine ha inciso il bilancio di un gruppo che ci può garantire solidità, budget e la sicurezza di chiudere progetti di livello, minimizzando i rischi. Anche perchè Reply opera con un business model per cui le aziende, di fatto, vengono gestite da partner che somigliano molto più a imprenditori privati che a dirigenti dipendenti. Abbiamo mantenuto l’autonomia, guadagnando sicurezze. La gestione precedente prevedeva comunque dei rischi molto più elevati e abbiamo optato per una soluzione intermedia che ci lasciasse indipendenza, libertà di movimento e progetti granitici. Senza contare la possibilità di occupare stabilmente persone con contratti a termine, definitivamente assunte, che di questi tempi non è poco.

Il nuovo logo di Reply Forge

AL: Non avete paura che finire in un gruppo industriale che ha un core business totalmente differente possa in qualche modo indebolire o modificare i piani dell’azienda? Godete ancora di un’autonomia finanziaria e societaria o siete a tutti gli effetti una Business Unit di Reply?

AB: Questa è una cosa di cui tante persone hanno parlato e che va chiarita: Reply è un’azienda B2B ma ha acquistato Forge per affacciarsi al B2C. Forge Reply farà videogiochi perchè è quello che faceva prima. Di contro, ovviamente, qualora occorresse, si occuperà anche delle commesse B2B in arrivo dal central, essendo comunque il gruppo fornitore di alcune delle più grosse realtà IT e non del globo. Come dicevo sopra, godiamo di piena autonomia a tutti i livelli.

AL: Dati i vostri risultati, conseguiti tutti in una ammirabile autonomia, come valutate chi nel settore privato cerca sempre sostegno politico o finanziamenti pubblici per gestire questo tipo di attività? È un problema di competenze di base o è il frutto di un vecchio modo di pensare, sostanzialmente superato dalle nuove prospettive di mercato del settore videoludico e dei new media in generale?

AB: Io credo che chi lavora nei videogiochi da sempre non ha bisogno di aiuti di nessun tipo. Detto questo, sarebbe un bene riuscire ad avere un qualche tipo di supporto da parte delle istituzioni, ma penso che ad oggi sia impossibile percorrere questa via ancora, semplicemente per il fatto che le istituzioni non funzionano (a livello generazionale proprio) e non hanno di contro neppure ricevuto proposte concrete su cui lavorare. Prendere e copiare il modello francese o canadese potrebbe essere una soluzione. Il problema è che quei sistemi sono arrivati dopo valanghe di titoli, prodotti in un’altra epoca e in un altro contesto, che hanno costituito il punto di partenza di tutto (per estremizzare). Qui, da dove partiamo? Chi fa giochi? Veri, intendo. 15 SKU, console. Milestone. Basta. L’unica soluzione è una crescita per gradi che sarà lunghissima e dolorosa, con tutti i piccoli messi insieme a sharare competenze (che ancora non ci sono IMHO) e idee. L’alternativa è un privato saggio che versi sul conto di qualcuno 40 milioni di Euro per fare CoD. Avendo lo stesso successo di Activision, auspicabilmente, qualcosa potrebbe smuoversi (sempre estremizzando).

AL: Secondo la vostra esperienza è ancora importante avere il progetto rischiosissimo da millemilioni di euro, rispetto a tanti piccoli progetti più gestibili ed adatti ad una realtà emergente che opera in una nazione che ha delle difficoltà oggettive (sia storiche che formative) a livello di qualità dello sviluppo videoludico?

AB: Sono del parere che l’optimum nei videogiochi è entrare con grandi budget e grandi progetti, che garantiscono paradossalmente rientri più sicuri (e più importanti) rispetto alle piccole produzioni. O agli AA, come dice Cliffy B., che finiranno per estinguersi. È chiaro che occorra matchare poi con la realtà e le contingenze. Di sicuro, per esperienza, i team al lavoro sui progetti da zilioni di Euro non sono quelli nati indie. Sono quelli comprati da un publisher che ha bisogno di un determinato prodotto per una determinata fascia d’utenza che copre la squadra di soldi e ha tutto ben chiaro in mente. La cosa che la gente dovrebbe capire però è che facendo le cose per benino, pur non diventando mai Bungie, si possono fare belle cose e vivere tranquillamente di videogiochi. E magari alla ventesima release di successo, avere anche abbastanza forza per fare qualcosa in più, da indie. Difficile, ma non impossibile.

Alberto Belli che prova un tiro salvezza su Riflessi

AL: Dati i recenti sviluppi state allargando l’organico? Volete fare un appello per assumere nuove leve?

AB: Si, siamo in pieno calciomercato. Abbiamo appena inserito nell’organico un Producer proveniente da Black Bean lato produzione, sono in cerca di un assistente per il discorso PR/Marketing e il team di sviluppo sta guardando con interesse le candidature di diverse persone (tutte straniere in verità) che hanno partecipato a “progettini” tipo Halo: Reach, Bad Company 2, FIFA e cose a questo livello. Appena sarà uppato il nuovo sito corporate, saranno plausibilmente pubblicati degli annunci relativi alle diverse posizioni disponibili.

 

AL: Grazie e buon lavoro a tutti!

AB: Grazie a voi!

Gioventù Ribelle – l’emozionante soluzione completa con annotazioni storiche

Una foto d'epoca della Breccia di Porta Pia. La ricostruzione architettonica realizzata per il gioco è talmente accurata che potete usarla come mappa.

Dalle faq ufficiali del gioco, non alterate se non nel colore e nel carattere (ma i geni che l’hanno scritte non hanno le accentate sulla tastiera? Oppure non sanno che esistono? Mistero…):

Gioventu’ Ribelle e’ storicamente accurato?

Si, lo e’. Della fedelta’ della ricostruzione storica si e’ occupato l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Alcuni dettagli possono essere stati lievemente alterati o risultare differenti dai modelli reali per meri limiti tecnici nella realizzazione degli oggetti 3D.

Iniziamo.

Premete fuoco e, dopo il conto alla rovescia, iniziate a correre. Salutate i bersaglieri clonati, correte lungo la staccionata, guardate l’obelisco messo a caso tanto per fare cultura e salite la scalinata. Arrivati davanti al palazzo, andate a destra e scendete nella botola. Abbassatevi per entrare nel tunnel lucidato e andate dritti.

Girate a destra alla seconda svolta. Arrivati in fondo andate a sinistra e seguite il tunnel nutelloso fino alla scala a pioli. Salite, aspettate che carichino tutte le texture per non finire di sotto e iniziare a ruttare a ripetizione, quindi uscite all’aperto.

Vedete i nemici che vi sparano? Sono dei fake senza IA (non hanno fatto in tempo a implementarla perché dovevano curare la ricostruzione storica), quindi non preoccupatevene, tanto non possono uccidervi nemmeno se gli ballate nudi davanti. Superateli e passate il cancello sulla destra, quindi passate un altro cancello sulla destra e, infine, uno sulla sinistra.

Dopo aver plaudito alla capacità dei romani di dividere dei campi di una decina di metri quadrati con delle mura degne di Alatri (qualcuno non deve avere ben chiaro in testa come funzionava l’agricoltura prima dell’abolizione del latifondo), oltretutto costruite proprio davanti a Porta Pia (già all’epoca la speculazione edilizia era una piaga) cercate la scala a pioli dietro la casa e scendete.

Seguite il tunnel svoltando nell’ordine seguente: destra, destra, sinistra, fino ad arrivare alle solite scale. Se vi perdete, siete dei coglioni.

Vi ritroverete dentro Roma, uno strano agglomerato urbano in cui le carrozze sono parcheggiate in vie più strette (come ci saranno entrate? Bisognerà chiederlo a Giacobbo) di loro e in cui i palazzi sono più bassi delle persone. Pare che la città sia stata ricostruita sulla base di foto d’epoca e che di verificare l’accuratezza della ricostruzione se ne sia occupato l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, istituzione evidentemente dalle idee un po’ confuse e che sfrutta foto sulle quali è caduta della varecchina, perché qui della Roma della seconda metà dell’ottocento non c’è veramente traccia.

Per vostra conoscenza, ho aggiunto all’articolo una foto rivelatrice scattata subito dopo la famosa Breccia di Porta Pia e non ritoccata con Photoshop. La foto si trova su internet scrivendo “Porta Pia” e, comunque, è stata in mostra per mesi al museo di Roma in Trastevere insieme ad altre foto d’epoca, dedicate, guarda un po’, proprio al Risorgimento italiano (informarsi e consultare il catalogo in una biblioteca costava troppo all’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano?).

Come potete vedere, intorno alla zona non c’erano campi arati, vigneti pieni di statue romane (capisco che capitava di trovare dei reperti in mezzo ai campi, ma qui si è esagerato) o le altre amenità presenti nel gioco, così come superando la porta non si finiva subito in mezzo a un labirinto di strade e piazze. Ovviamente sono sottigliezze. Le faccio notare non per piaggeria, ma perché il gioco ha la pretesa di essere una “demo culturale” storicamente attendibile, quindi va giudicata anche in base alle promesse riportate in cima all’articolo.

Proseguiamo con la soluzione, perché immagino che alcuni di voi, quelli senza braccia, non siano riusciti a domare la prima sezione cittadina, una delle più difficili. Seguite l’unica strada presente, superando i soliti innocui nemici, per arrivare a un altro buco nel terreno (visto, non era complicato). Anche qui, nel caso in cui vi perdeste, sareste annoverabili nell’insieme dei coglioni.

Annotazione: come mai i bersaglieri hanno dovuto fare la breccia per entrare in città? Non potevano sfruttare questi magnifici cunicoli sguarniti e storicamente accurati (garantisce l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano)?

Avanti Savoia! Seguite il tunnel svoltando a destra e poi a sinistra, quindi salite sull’ennesima scala a pioli per trovarvi dentro quello che dovrebbe essere il Quirinale (che come tutti sanno, si trova a 30 secondi da Porta Pia… a piedi, ovviamente).

Ehi, anche qui ci sono dei nemici innocui! Superateli aggirando le varie barricate per trovarvi davanti a quello che dovrebbe essere Papa Pio IX. Non gli somiglia per niente, tanto per fare un altro applauso all’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Aspettate qualche secondo per essere teletrasportati all’inizio della mappa dal potere di Dio. Bravi, avete finito il gioco e anche voi siete entrati a far parte della Gioventù Ribelle. Ora non vi resta che trovare il modo di uscirne.