[Diario] Sulle tracce del capitano Qwark

(Anche se lo sanno tutti che esiste un solo capitano e si chiama Jack Harkness)

Il gioco è agli sgoccioli, Ratchet ha rintracciato il Capitano Qwark ed è rimasto deluso. Il suo role model in realtà è un cinico mercenario, sedotto dal denaro e dal potere. Qwark non esita a togliere di mezzo i due avventurieri attirandoli in una trappola e Ratchet decide di lasciar perdere tutto, tramando vendetta contro l’odiato supereroe. Dato il personaggio di Qwark io avevo optato per la tesi del finto eroe codardo e non per quella dell’eroe mercenario, ma forse è meglio così.

Il risultato della cocente delusione di Ratchet è che quest’ultimo si trasforma in uno stronzetto inutile, che Clank deve prendere a calci ogni tre per due, mentre continua a provare faticosamente a salvare il mondo. Le tinte si fanno un po’ più fosche: dopo aver dato del novellino a Obama, Drek annuncia alla galassia che ha trovato un posto per il suo nuovo pianeta, posto già occupato da un altro mondo, che si provvederà a disintegrare con un bel missilone. Dopo qualche ora di piagnistei e capricci, Ratchet capisce che deve lasciar pedere la vendetta personale e cercare di salvare la galassia, non senza tenere gli occhi aperti per scoprire dove si stia nascondendo Qwark.

https://www.youtube.com/watch?v=ZS9ff1VaPuM

Dopo il secondo boss (un po’ meno deludente del primo ma comunque molto poco sfidante), il gioco si trasforma in qualcosa di molto più impegnativo e complesso. Premesso che sono una schiappa con i platform 3D, le sequenze di gioco sono molto più articolare ed i combattimenti più affollati e frenetici. L’entrata in gioco del jetpack, degli stivali magnetici e di differenti tipi di terreno e di level design rendono ogni zona un misto di puzzle ambientali e sequenze action impegnative. A volte addirittura frustranti. La frustrazione deriva dai checkpoint, che a volte sono molto ravvicinati ed altre sono così lontani da costringermi a rigiocare le sequenze d’azione anche una dozzina di volte di seguito (Orxon è un esempio esasperante del problema). Senza mai poter salvare.

Ora il missilone è vicino. Speriamo che ci sia un boss degno a difenderlo, questa volta.

Shadow of the Colossus

Sviluppato da Team ICO | Pubblicato da SCE | Piattaforma PS2 | Pubblicato (EU) il 17/02/2006

Una nota prima di cominciare: qualora decideste di riprendere l’attività videoludica dopo un lungo periodo di stop, assicuratevi di ricominciare con un capolavoro assoluto, quale è ad esempio Shadow of the Colossus.

La storia è semplice: abbiamo l’amore della nostra vita che giace esanime tra le nostre braccia e per riportarla tra noi decidiamo di stringere un patto con una misteriosa divinità, Dormin. L’affare è questo: dobbiamo prendere la vita di sedici creature – che definire imponenti è un eufemismo – per poterci così guadagnare una seconda possibilità con la nostra donna.

Shadow of the Colossus si muove dunque lungo un canovaccio piuttosto collaudato, ma la sua peculiarità, il tratto che lo spedisce dritto dritto in cima alle preferenze di molti videogiocatori, è certamente il percorso emotivo che è in grado di sviluppare. Ci sentiremo come dei sicari coinvolti in una guerra santa, in cui occorre demolire il culto avversario abbattendone gli emblemi – nella fattispecie i colossi. Ci sentiremo testimoni e autori del passaggio da una sorta di paganesimo – come si potrebbe non adorare come dei queste gigantesche e splendide creature? – ad un monoteismo iconoclasta e misterioso. Ma, soprattutto, ci sentiremo degli autentici pezzi di merda nell’affondare l’ultimo colpo ai colossi e scipparne così l’essenza, con un attacco deliberato e non provocato (siamo noi ad andare da loro per sfidarli, siamo noi quelli spinti da cattive intenzioni).


Wander – è questo il nome del nostro alter ego – si muove in un mondo disabitato con la sola compagnia del suo cavallo Agro, che funge da fido compagno ma soprattutto da mezzo di trasporto per colmare le immense distanze che separano la base – il sacrario del culto di Dormin, in cui ci vengono impartiti gli ordini, in cui dimorano le statue dei colossi da affrontare e in cui giace la donna per la quale ci battiamo – dalle tane (termine piuttosto riduttivo considerate le dimensioni, spesso maestose) dei colossi. Nel microcosmo di Shadow of the Colossus, insomma, non c’è spazio per il classico schema che prevede un susseguirsi di sfide e avversari prima dello scontro col boss: qui, armati di arco, frecce e spada, bisogna solo affrontare il boss.

La fase di combattimento vero e proprio è ben introdotta da uno degli slogan del titolo, “alcune montagne vanno scalate; altre vanno uccise“. Data la differenza di proporzioni, il problema principale consiste nel trovare il modo di arrampicarci (o, in alcuni casi, saltare in groppa) al colosso per poter raggiungere e colpire i punti vitali. E spesso la scalata si rivela piuttosto cervellotica, anzi, si potrebbe dire che il livello di sfida sia direttamente proporzionale alla difficoltà nel raggiungere i punti vitali. I colossi sono riconducibili a quattro archetipi (bipede, serpentone acquatico, drago volante e quadrupede), che si susseguono secondo uno schema piuttosto prevedibile; qualora non riuscissimo a trovare la giusta strategia per il rendez-vous, Dormin ci dispenserà consigli in forma piuttosto oracolare (cioé spesso vaga e per questo inutile).

Proseguendo nell’avventura diviene sempre più evidente come lo scopo del Team ICO non fosse quello di creare un’opera di puro intrattenimento, bensì di costruire un’esperienza videoludica scandita dalle emozioni piuttosto che dagli achievement; per questo non ci sono orpelli, il dettaglio si trova solo dove necessario, il commento sonoro è sempre in linea con la situazione. C’è spazio per la commozione, per l’esaltazione (come volare aggrappati a Phalanx, il tredicesimo colosso), per la rabbia, per la frustrazione.

Shadow of the Colossus è pertanto la concretizzazione di tutta una teoria sulle potenzialità dei videogiochi che insiste sulla capacità del medium di dare vita ad un range più ampio di emozioni di quanto usualmente faccia. L’aspetto sorprendente risiede nello scoprire che si tratta di un titolo veramente trasversale, che non richiede un manifesto per essere capito; basta giocarci.

Robot Alchemic Drive

Prodotto da Enix | Sviluppato da Sandlot | Piattaforma Playstation 2 | Rilasciato nel 2002

Prima di iniziare la sua prolifica produzione di simulatori emo insieme a Square, Enix era un’azienda seria che si rotolava sopra la montagna di soldi che il merchandise di Dragon Quest le portava. Questo permetteva ai creativi di sperimentare molto e, con il lancio di PS2, si pensò bene di esplorare nuovi generi.

Uno di questi fu una sorta di ibrido tra un anime, un’avventura grafica giapponese e un videogioco, che poi sarebbe proprio Robot Alchemic Drive (Gigantic Drive per i giappi, sia mai che avessero scelto un titolo con più senso o che avessero rinunciato alla formula aggettivo+sostantivo), efficacemente piazzato nel mercato americano come RAD (“rad” è un modo un po’ retro e british di dire: “figo!”). Ebbene, seppure con tutta una serie di limitazioni tipiche dei primi titoli per PS2 (leggi: grafica di qualità altalenante e fondali tendenti alla PS1), RAD fu un discreto successo commerciale e rimane, a distanza di quasi un decennio, un titolo che gli appassionati di super robot non possono farsi mancare.

La storia è delle più classiche: un bel giorno a Roma (sì, Roma!) si materializza quello che a tutti gli effetti sembra un robot gigante. La città viene rasa al suolo mentre macchine simili, dette Volgara, appaiono in alte parti d’Europa e degli Stati Uniti. In Giappone (che, come è giusto che sia, non si caga nessuno) la situazione è inzialmente più calma ma, per qualche strano motivo, alcuni Volgara sono attratti dalla città di Senjo (ovviamente uno alla volta), dove ha sede la Trillennium Commitee, una organizzazione che ha come scopo il miglioramento delle condizioni della razza umana per l’anno 3000. L’universo di RAD, infatti, è una realtà parallela in cui lo spazio extraterrestre è permeato da una radiazione chiamata “Space Nectar” che uccide istantaneamente tutte le creature viventi. Questo ha impedito all’umanità di intraprendere l’esplorazione dello spazio e i problemi di sovrappopolazione iniziano ad essere critici. L’idea del Trillennium Commitee è geniale (per come la può intendere un giapponese in una serie di super robot): far evolvere la razza umana oltre la forma organica e trasformarla in una super-vita a base meccanica. Roba da processo di Norimberga.

Bene. Si dà il caso che il protagonista sia un rampollo della Trillennium Commitee, recentemente divenuto orfano perché la fondazione di suo padre è in bancarotta (strano, con un’idea così geniale!) ed il venerabile genitore ha pensato bene di suicidarsi, facendo morire la madre di crepacuore. Si dà anche il caso che all’insaputa di tutti (rampollo compreso) egli (o ella) sia l’unico in grado di pilotare un gigantesco Meganite, ovvero un prototipo della suddetta super-razza umana meccanizzata.

Con un controller molto simile a quello di una PS2.
Ok, so che sembra una cazzata clamorosa, ma continuate a leggere.

A questo punto è chiaro il primo nesso tra le serie di super-robot e RAD. Il nostro protagonista è né più né meno come quello di Tetsujin 28-go: è in grado di radiocomandare il suo gigantesco alleato meccanico. Inoltre il primo Meganite che il comitato mette in campo, Vertical Fortress Vavel, è una superba sintesi del meglio dei super robot: si incazza come l’Eva-01, ha i pugni-razzo di mazinghiana memoria, possiede un trapanone gigante e un lanciafiamme negli avambracci, e il suo design è identico a quello che avrebbe il figlio di Daltanious e God Sigma. E non finisce qui: col tempo (il gioco è diviso in circa 50 episodi, ci torno appena mi finisce il robo-orgasmo), la fondazione svilupperà altri due robot: Airborne Dominator Laguiole, in grado di trasformarsi in astronave e di volare all’altitudine straordinaria di 30 metri, e Gllang the Castlekeep, una gigantesca fortezza semovente.

[caption id=”attachment_16398″ align=”aligncenter” width=”624″ caption=”Airborne Dominator Laguiole è smilzo ma molto maneggevole.”[/caption

Dicevamo degli episodi. Il gioco, come ho detto, è un ibrido tra un anime ed una simulazione robotica. Ogni episodio è strutturato come una puntata di un cartone animato: parte della vita dei protagonisti e dei comprimari viene approfondita in alcune sequenze in cui, proprio quando questi si stanno divertendo, arriva un nemico a rompere le palle. I cliché ci sono tutti e c’è pure l’immancabile episodio doppio a metà serie in cui tutto sembra perduto ma poi lo scienziato del cazzo rivela a tutti cose che teneva segrete, perché è tradizione degli scienziati delle serie robotiche essere degli omertosi figli di puttana.

C’è pure l’amico-nemico, l’aspirante fidanzata bona e aggressiva che te la darà solo dopo che avrai salvato il mondo e l’altra aspirante fidanzata remissiva e timida che fa tutto quello che gli dici (ma anche per lei vale la regola che le cosacce si fanno solo a mondo salvo). Non mancano le macchiette umoristiche e altri irritanti retaggi dell’animazione nipponica anni Ottanta.

Veniamo ai controlli, ché lo so che volete sapere come si guida il robottone. Prestate attenzione, perché sembra difficile ma è meno complesso di come appare: il nostro bel Meganite muoverà la gamba destra con i tasti R1 (avanti) e R2 (indietro) e la sinistra con L1 e L2. Anche il giocatore medio di Halo può capire che sarà sufficiente premere ritmicamente R1 e L1 per andare avanti e R2 e L2 per andare indietro. Le curve ve le lascio per esercizio a casa. Il controllo delle braccia è affidato ai due stick analogici: spingerli in avanti fa estendere il braccio corrispondente (e tirare un pugno da femminuccia), fare delle mezzelune produce dei ganci laterali (esterni ed interni) mentre caricare all’indietro per poi estendere in avanti le braccia provoca dei devastanti diretti. Ci sono poi mosse più complesse, tutte introdotte e spiegate nel corso del gioco. Siccome parliamo di super-robot ogni Meganite ha anche un super attacco che può realizzare solo quando la sua energia è quasi al massimo, e Vavel ha persino una modalità berserk che lo condanna al sovraccarico irreversibile con esplosione al seguito se non riesce a sconfiggere l’avversario entro tre minuti. Siccome siete persone serie vi starete ponendo una domanda: ma perché Vavel  può spegnersi invece di esplodere dopo che ha sconfitto un nemico? La risposta è che qui abbiamo a che fare con la fisica dei robottoni, mica con roba da ingegneri con le pennette tipo Armored Core. Probabilmente il fottuto scienziato sa come spegnere il Meganite ma non vuole dircelo così da spingerci a sviluppare tutto il nostro potenziale segreto.

[caption id=”attachment_16408″ align=”aligncenter” width=”624″ caption=”Lui sa cose che a voi non è dato sapere.”[/caption

Il sistema di controllo, apparentemente molto complesso grazie al mapping fisico con le parti anatomiche del robot, funziona molto bene dopo le prime, semplicissime missioni. Funziona un po’ meno bene il fatto che per avere una visuale del vostro robot in azione dovete muovere il protagonista in giro per la città (solitamente facendolo appolaiare su un palazzo). Se per la prima metà della serie è tutto molto semplice, ben presto i Volgara mangeranno la foglia e diventerà sempre più difficile far rimanere al sicuro il pilota dei Meganiti o salvare quei rompipalle dei vostri amici. C’è da dire che la telecamera in soggettiva regala dei momenti veramente epici: quando si scaraventa il nemico in aria i vostri occhi lo seguono e l’esecuzione degli attacchi speciali, come nel caso del pugno perforante, vi vedrà indugiare su di essi con un affetto ed un trasporto quasi materni. Seguire la traiettoria dei pugni che indugiano nell’aria con una consona e titanica lentezza sino al loro ritorno alle braccia del vostro Meganite non ha prezzo, credetemi.

Se una storia mediamente interessante e in linea col tenore del genere non fosse abbastanza per incentivarvi a giocare, ben presto la Trillennium inizierà a farsi pagare per i servizi offerti al Giappone: con i soldi guadagnati si potranno finanziare migliorie ai tre robot. Oltre a tutto ciò, durante le parti adventure dovrete coltivare le relazioni con diversi comprimari, completando obiettivi secondari non sempre espliciti e con risultati non proprio scontatissimi. La parte social può variare di molto a seconda del protagonista scelto e delle vostre azioni, e per vedere tutti i possibili sviluppi della storia saranno necessari dei replay successivi.

[caption id=”attachment_16396″ align=”aligncenter” width=”624″ caption=”Gllang the Castlekeep è quello lento ma violento.”[/caption

Il grado di sfida aumenta con una calibrazione da manuale e, grazie a praticamente tutti gli espedienti del genere, riesce a non far sembrare troppo ripetitive le cinquanta puntate, la cui durata è comunque relativamente breve: si risolvono tutte in sole 8 solide ore di gioco. La resa grafica dei Meganiti e dei Volgara oscilla tra il buono e il discreto mentre quella degli scenari (piene di cose che si rompono subito se gli lanci contro un robottone di trenta metri) è a tratti un po’ troppo primordiale. Nonostante questo è difficile staccarsi dal RAD una volta iniziato: c’è sempre uno zuccherino dietro l’angolo, un mistero che quel fottuto scienziato non vuole svelarci o qualche colpo di scena nei momenti più inaspettati.

L’unica grande nota dolente è il doppiaggio, veramente pessimo. Se accompagnare alle parti d’azione una narrazione fuori campo affidata ai commenti telegiornalistici di un’inviata speciale è un’ottima idea, relegare il ruolo ad una doppiatrice nipponica monocorde e inespressiva lo è un po’ meno. Fortunatamente va un po’ meglio per il resto del cast ma niente che faccia gridare al miracolo, facendo tendere tutto un po’ troppo verso la qualità di Battle Engine Aquila.

Il gioco contiene anche una succosa modalità multiplayer locale, in cui due giocatori possono affrontarsi in un testa a testa in uno degli scenari di gioco (Roma compresa) utilizzando uno qualsiasi dei robottoni (nemici speciali e boss inclusi) che compaiono nell’avventura.

https://www.youtube.com/watch?v=2upeZllhfGM

RAD è stato una piacevola scoperta, un gioco solido, con un sistema di controllo che meriterebbe una rispolverata in un titolo next-gen (magari senza l’obbligo di dover inseguire i Meganiti). La messa in scena è così assurda da risultare non solo geniale ma anche molto adatta a creare l’interesse e l’atmosfera necessaria ad un titolo del genere. Peccato che la fusione con Square e l’abbandono di alcuni membri chiave del team che l’aveva sviluppata abbia fatto cadere nel dimenticatoio questa piccola gemma. Non esiste una versione europea ma nonostante questo la sua alta tiratura permette di reperirlo anche oggi a un prezzo contenuto presso i canali import e dell’usato (a Roma lo si vede spesso negli scaffali di GameStop).

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[Diario] Dialogo o silenzi?

OK, la pianto di spammare news e vi aggiorno con un altro diario ludico. Ufficialmente dichiaro aperta la mia stagione RPG 2010. L’anno scorso ne ho lasciati molti in sospeso ed è ora di recuperare. Così mentre Mass Effect 2 (X360) inizia, ho deciso di finire Lost Odyssey (X360), che era appeso al disco 2 da una vita, di iniziare Ar Tonelico (PS2) e di alternare a tutto questo qualche sparatoria ad Halo ODST (X360) (che rimane la solita cagata, giusto un po’ meno cagata del pretenzioso Halo 3, fortuna per il multiplayer) e l’immancabile Borderlands (X360).

Per quanto mi riguarda, Lost Odyssey sancisce la superiorità della parola scritta sui dialoghi doppiati e le cutscene. La profondità di un racconto breve, contestualizzato nel gioco, batte qualsiasi dialogo ben doppiato in particolar modo quando si devono veicolare stati d’animo ed emozioni. Il dialogo televisivo, ancor peggio se interattivo (non si può creare dramma se il giocatore deve sacrificare l’escapismo per prendere una fredda decisione basata sul calcolo e la pianificazione), non ha quella potenza espressiva che solo la descrizione di silenzi e gesti sanno dare. Se poi, molto subdolamente, il racconto breve fa anche da codex, la goduria e l’immersione è garantita. L’unico problema nello storytelling di Lost Odyssey è che i Mille Anni di Sogni coinvolgono fin troppo: l’inizio è veramente faticoso, per quanto sono tetre le storie narrate.

Bioware ed i suoi epigoni devono assolutamente iniziare a valorizzare i silenzi e l’introspezione, perché non è affatto detto che tutto possa essere ridotto ad uno scambio di battute e qualche occasionale sganassone. Non mi fraintendete, giocare Mass Effect 2 è piacevolissimo ma questa fede cieca nel dialogo come panacea di tutti i mali inizia a sapere di vecchio. D’altronde era una novità con Maniac Mansion… Volenti o nolenti ormai siamo nell’era di Heavy Rain, un gioco dove i silenzi contano più delle parole. Di Mass Effect 2 probabilmente parlerò in un prossimo diario o in un approfondimento dedicato.

Una segnalazione anche per Ar Tonelico: giocatelo! Probabilmente lo troverete per quattro noccioline. Se sopportate la grafica 2D ed una storiella spumeggiante è probabile che questo titolo vi piaccia. E’ leggerissimo, il combat system non è intrusivo (anche se è parzialmente a turni e con parsimoniosi incontri casuali), l’azione è veloce e la storia si dipana in millemila maniere: 7 finali possibili a cui si arriva tramite filoni narrativi diversi, per ognuno dei quali si impiegano al massimo 20 ore. E’ stata una piacevole sorpresa.

Nonostante i toni un po’ maliziosi (che non sono i miei preferiti, quando si parla di storytelling alla giapponese) c’è un gradevole sistema di approfondimento delle relazioni con i comprimari. Anche in questo caso c’è un uso simbolico dell’introspezione (che diventa una specie di mini-game): dovrete aiutare alcuni personaggi ad accettare difetti della propria personalità o a superare complessi personali, con risulati non sempre ovvi.

Dialogo o silenzi? L’utilizzo non è interscambiabile. Un gesto ben collocato, ad esempio una Lara Croft che si osserva le mani, sconcertata dal fatto che è arrivata ad uccidere un uomo per correre dietro ad un tesoro, ha molto più peso di qualsiasi linea di dialogo.

Dopo anni di superficiali orge multimediali, ci credo molto nel tornare ad utilizzare i silenzi ed il simbolismo come mezzo di narrazione.

Giochi PS2 su PSN: un’altra conferma

In una recente intervista, Peter Dille ha implicitamente confermato la già trapelata eventualità di avere a breve titoli per PS2 su PSN.

Prima di Natale, infatti, era trapelata una lista di line-up per PSN che vedeva elencati diversi titoli PS2, tra cui la serie di GTA e diversi titoli Sega usciti per PS2. Nel documento si fa esplicita menzione anche a dei port da Dreamcast, cosa che sta già accadendo per Xbox Live.

L’eventualità di vedere titoli PS2 emulati è tutt’altro che assurda: l’ultimo batch di PS3 retrocompatibili lo era grazie ad un emulatore software, che secondo indiscrezioni è persino più affidabile (ma ancora tutt’altro che infallibile) del vecchio sistema con hardware dedicato, che per incompatibilità implementative era soggetto ad occasionali perdite di dati e glitch nella gestione dell’input.

Resta da vedere come Sony gestirà il region lock e l’assortimento dei vecchi titoli su PSN, visto che l’Europa, al momento, è molto più che penalizzata sia quantitativamente che qualitativamente (sul serio: perché rilasciare nello store europeo la versione stretchata con bande nere di Final Fantasy VII quando il gioco non è localizzato?).

Il tema si fa ancora più caldo se si considera l’imminente introduzione di alcuni piani di abbonamento per PSN avranno come benefit l’accesso flat ai classici Playstation.

Fonte

[Diario] Nomadismo Videoludico

Devo ammettere che gli ultimi miei due anni di vita sono stati ludicamente un po’ inconcludenti. Metteteci una serie si sfighe da far paura e diversi problemi di salute, fatto sta che gran parte del mio tempo ludico è andato disperso tra un gran numero di titoli, facendone arrivare solo pochissimi al loro inevitabile epilogo. Sono stato un nomade videoludico.

Da gennaio ho deciso di di mettere fine a questa deleteria abitudine e di riprendere le mie normali abitudini concentrandomi su un titolo (o poco più) alla volta. Non amo le questioni irrisolte e, solitamente, finisco tutto ciò che inizio, anche i giochi cosidetti “brutti” (ma ne esistono ancora, tranne Clive Barker’s Jericho?). C’è sempre qualcosa da imparare. Sono come Golden Boy.

I frutti si sono visti quasi subito: finito in circa cinque giorni The Witcher, finito Uncharted, terminato anche Killzone, che agonizzava da quasi 2 anni nella memory card ad appena 1/3 della storia. Come inzio di 2010 non c’è male.

Di The Witcher ho già parlatoSu Uncharted ho un po’ di sensazioni di scambiare al volo, in attesa di un possibile approfondimento su Ars (probabilmente dopo che avrò completato anche il seguito).

La serie mi piace (ho già macinato un po’ di Unchy 2, durante il mio nomadismo) ma la nostra relazione non è proprio tutta rose e fiori. In sintesi, mi è parso un buon gioco che appare capolavoro solo perché non ha metri di paragone con cui misurarsi. Ottimo tempismo per Naughty Dog, insomma.

Tornando al succo della questione, il problema grosso secondo me è Drake. Nathan è un personaggio idiosincratico, se non schizofrenico: alterna atteggiamenti di buonismo estremo a fasi in cui diventa un killer a sangue freddo, senza mostrare mai dubbi o rimorsi per le carneficine che provoca. Non riesco proprio a farmelo simpatico. Il level design è esteticamente appagante ma più che prevedibile: slarghi con coperture vuol dire sparatoria (e caricamenti stealth delle zone successive), slargo con ruderi vuol dire sezione platform. Nonostante il seguito incolli le due cose un po’ meglio rimane comunque un game design molto inferiore a quello che i Naughty ci avevano regalato con Jak & Daxter. La spettacolarità delle cutscene paga, anche se, come un po’ tutto il production value del titolo, si sgonfiano dopo il primo terzo (credo per la regola non scritta di stupire subito, visto che quasi nessuno finisce i giochi). Il finale è il più brutto mai visto dai tempi di Far Cry ma sicuramente in linea con l’atmosfera da action hollywoodiano a budget ridotto che permea tutto, dialoghi inclusi.

Per Killzone (il primo) mi pare superfluo qualsiasi approfondimento: nazisti nello spazio per l’ennesimo FPS bellico che altalena tra il tecnicamente sconvolgente ed il tecnicamente deludente (sul serio, le skybox buggate?). Gioco salvato in extremis dal multiplayer online. Inutile dire che Timesplitters 2 gli caga in testa alla grande.

E voi? Siete dei nomadi videoludici o siete stanziali?

[Diario] Nerdata di inizio anno

Quale vantaggio hanno le bancarelle dei filippini nel mercato rionale di Via Gregorio VII a Roma? Principalmente sono piene di cianfrusaglie e le cianfrusaglie hanno sempre il loro fascino. Quelle che vendono DVD, VHS e libri sono le migliori, perché trovi di tutto: da rigurgiti fascisti  a film di un trash demenziale. Per mia somma depressione, nel novero delle cianfrusaglie sta diventando frequente trovare anche dei videogiochi per PS2. Di solito showelware, ma non sempre.

Questa settimana, ad esempio, sono riuscito ad accaparrarmi, insieme a roba meno significativa, questo bel giochino:

(gatto non incluso)

Ebbene si: Gattozilla si è prestato come modello per farvi ammirare una copia nuova di pacca di Transformers: Director’s Cut, ovvero un giocone del 2004 basato su Transformers Armada, uno dei periodi migliori della serie robotica. In realtà, io pensavo fosse l’altro, quello del 2003, con un fottio di personaggi della serie classica, che invece non ha mai lasciato il Giappone. Leggendo in giro, però, pare che questo sia ludicamente molto migliore.

Effettivamente il retro della scatola aveva dei commenti particolarmente sperticati, tra cui un ambiguo:

“… veramente eccezionale … “. Multiplayer.it

Malfidato come sono, ho pensato subito che probabilmente il recensore avesse scritto qualcosa tipo:

“Questo gioco fa così cagare che mi è venuta una diarrea veramente eccezionale”

e che i furboni di CTO (CTO, quelli che distribuirono Dune pieno di orrori ortografici!) hanno citato le uniche due parole vagamente positive. Indagando, Multiplayer gli ha realmente assegnato un bel 9.0, anche se delle due parole, l’unica che compare nel testo è “eccezionale” e basta. Vabbé, dovevano pur piazzarlo, ‘sto benedetto gioco.

Scartatolo (così da eliminare quel deturpante bollino SIAE) mi sono trovato di fronte ad un action-adventure non proprio da buttare ma nemmeno da 9. Insomma il gioco c’è, i Transformers non erano ancora tutti per lo più grigio metalizzato (e quindi si distinguono sullo schermo), le animazioni sono spettacolari (almeno dei personaggi principali e dei boss), ci si può trasformare in qualsiasi momento (anche se una Porsche che corre nella foresta amazzonica…) ed i livelli sono enormi e con un’esplorazione totalmente libera. Per qualche motivo che non riesco a razionalizzare, il gioco mi ricorda moltissimo Halo, forse perché bisogna macinare chilometri, boh.

L’unica cosa che mi ha lasciato un po’ di stucco è l’effetto ragdoll quando si muore: vedere Optimus Prime (che è una pippa di una lentezza assurda) accasciarsi come un pupazzo di Little Big Planet dopo che Sony ha staccato la spina del marketing non è proprio bellissimo. Bei tempi quando il ragdoll era un must-have per un video game.

Non penso ci giocherò molto nel breve periodo (anche se mi sono sciroppato tutto il “Making of” incluso, che ho trovato abbastanza mediocre) ma è sicuramente un must-have per i nostalgici ed i collezionisti.

Tanto per la cronaca, l’ho fatto vedere ad un moccioso seienne (casa mia è piena di mocciosi seienni, che inevitabilmente si presentano sempre quando metto in una console o su PC un gioco che ha un ESRB rating superiore al 14+) e lui mi ha apostrofato con saccenza, sostenendo che i miei non erano Transformers autentici. Per punizione l’ho messo a grindare kill a Dynasty Warriors: Gundam.

Beata ignoranza! Ai miei tempi Devastator non aveva i testicoli da dieci tonnellate l’uno!