Archivi autore: Simone "Karat45" Tagliaferri
Babel 21

A che ora è la fine del mondo?, si chiedeva un perplesso Ligabue qualche anno fa, in fremente attesa del Terzo Festival del Dolore su Canale 9. Chisseneincula, rispondeva un offeso Michael Stipe, a cui tutto sommato l’apocalisse non stava nemmeno antipatica. E per un motivo ben preciso: come andrà lo sappiamo già, l’ha scritta un tizio barbuto (non Dritzzt Do’Urden, un altro) molti anni fa su delle pergamene di capra. Nonostante questo, è un argomento che non ci annoia mai. Succede lo stesso con i giochi? Roba che abbiamo già visto, trita e ritrita, con le stesse meccaniche, texture e perfino gli stessi marroncini e space marine e futuri distopici e mondi fantasy con nanielfigoblindraghi. Ok, roba a cui siamo abituati, ma per forza insopportabile? Svelate questo e altri misteri nel numero 021 di Babel, l’unica rivista con la faccia tosta di mettere cavalli che scoreggiano fuoco in copertina.
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In questo numero:
* Cover Story – It’s the End of the World (As We Know It)
* Ars Ludica – E vidi spenta ogni veduta, fuor che de la fiera
* Esco di Rado – Non è un RPG
* QPTO – L’era dei redattori mitici
* Lamer Rotanti – Identità e mercato, come Sony ha perso la leadership dell’industria
* Review – Atellier Annie: Alchemist of Sera Island
* Review – Dante’s Inferno
* Review – Half Minute Hero
* Review – Darksiders
* Review – Mass Effect 2
* Review – STALKER Call of Pripyat
* Second Opinion – Demon’s Souls
* Review – Dragonball Z: Attack of the Saiyans
* Giochi di Merda – Tristologia di Navarrosh PC
* Sparate al Caopoverso
* Time Waits for Nobody – 11
* Nero Ludico – 4
* 1493
* Arena – 6
Happy Computer
Divinity II: Ego Draconis
Sviluppato da Larian studios | Distribuito da Koch Media | Piattaforme: PC, Xbox 360 | Pubblicato nel 2009 | Sito ufficiale
La versione testata è quella PC

Lo guardi un po’, ci pensi su e ti chiedi se non hai di meglio a cui giocare. Lo avvii, inizi svogliatamente a provarlo e continui a chiederti se non hai proprio niente di meglio a cui giocare. Poi scopri che ti ha preso, nonostante tutto, e continui. Vai avanti e scopri che ha un sacco di pregi e che vuoi vedere dove può arrivare. Lo finisci, e sei costretto a convenire che i colpi di classe sono notevoli e che è stata proprio una bella esperienza di gioco, nonostante qualche limite dovuto più a fattori produttivi che alle capacità degli sviluppatori.
Vi è mai successo di provare sensazioni simili con un videogioco? A me sì, più volte. Recentemente è toccato a Divinity II: Ego Draconis a cui sinceramente avevo dato ben poco credito, nonostante in molti me ne avessero parlato bene.
La trama è piuttosto classica, con uno studente che diventa cacciatore di draghi per poi subire un evoluzione inaspettata e diventare drago egli stesso. L’ambientazione è di tipo fantasy senza derive in altri generi, quindi aspettatevi torri gigantesche che nascondono chissà quali misteri, templi enormi che nascondono chissà quali misteri e fortezze volanti che nascondono chissà quali misteri.
La particolarità del gioco sta tutta nel potere di trasformarsi in drago che si ottiene a circa metà dell’avventura e che aggiunge ai classici combattimenti con spade, frecce o magie, quelli volanti sotto forma di lucertola alata, oltre a una nuova dimensione nell’esplorazione degli scenari.
La crescita del personaggio si basa su una manciata di caratteristiche, migliorabili ogni volta che si sale di livello, accoppiate con alcune abilità che ricordano molto quelle di un gioco di ruolo d’azione. D’altro canto il gameplay non è banale come quello di un Diablo qualsiasi e presenta territori vasti da esplorare con cautela, dato il serio rischio di incontrare nemici ben più forti del protagonista.
Ovviamente non mancano missioni da svolgere per ottenere equipaggiamento, soldi ed esperienza. Il bello dell’affrontare le quest è che mancano indicatori che ti dicono con precisione millimetrica dove devi andare e cosa devi fare, lasciando al giocatore il gusto di esplorare e di scoprire le diverse sezioni della mappa, caratteristica sempre gradita da quelli che odiano i giochi che si risolvono da soli come Oblivion.
Potere interessante a disposizione dell’eroe, che però costa punti esperienza, è la telepatia. Leggere la mente degli altri personaggi è utile per diversi motivi: permette di scoprire nascondigli segreti, password per serrature magiche, permette di acquisire punti abilità e, in alcuni casi, di ottenere pezzi di equipaggiamento eccezionali.
Come già detto i combattimenti sono orientati all’azione pura, con gli arcieri e i maghi che sembrano usciti da uno sparatutto e i guerrieri da un picchiaduro. Poco male perché, nonostante una certa ripetitività, non risultano mai ammorbanti e, anche grazie alla varietà delle ambientazioni, scorrono con relativa tranquillità.
Un discorso a parte meritano i combattimenti con il drago, che fanno somigliare il gioco a un Rogue Squadron e che, nonostante qualche difetto, risultano notevoli (anche perché mai troppo lunghi), anche dal punto di vista meramente scenografico.
Un particolare plauso va al finale del gioco, diverso dalla media ed estremamente pessimista che consente di rileggere in modo completamente diverso le gesta compiute durante l’avventura, facendo fare al protagonista la figura dell’idiota. Va precisato che i toni del gioco sono molto ironici, come serie vuole e che non è raro imbattersi in dialoghi ridicoli e situazioni che sembrano uscite da un film comico.
Commento: Divinity II: Ego Draconis è un bel gioco di ruolo con dei momenti notevoli e una struttura che farà felici gli amanti del genere legati a una visione più classica. Sinceramente è stato un bella sorpresa. Dura anche il giusto (circa quaranta ore) e non subisce mai la deriva nella stucchevolezza dell’epicità da trenta denari.
Weird Dreams, un gioco davvero strano!
Il giocatore ‘arcore’
Oggi vorrei spezzare una lancia in favore dei titoli casual, magari quelli ultracommerciali che fanno inorridire il giocatore ‘arcore’, ovvero il giocatore con il trucco e il tacco alto. Notavo sfogliando il catalogo online di una piattaforma di digital delivery completamente dedicata al casual gaming che, in fondo, si tratta di prodotti di un’onestà disarmante. Non promettono mai nulla di più di quello che effettivamente contengono. Nessuna mirabolante pretesa di realismo, nessun sensazionalismo tecnologico, nessuna rivoluzione a un tot al pixel. Niente di niente. Sono tutti uguali, ma nessuno pretende di essere diverso dagli altri. Sono democratici perché se il tuo vecchio computer è in grado di farli girare avrai un’esperienza di gioco identica a quella di chi ha un computer da ventimila euro raffreddato direttamente da Crystal il Cigno. Nessuno ti promette un’IA capace di distinguere un venditore di bava da un politico serio e, soprattutto, non ti vengono presentati come svolte epocali che lasceranno profondi solchi nell’industria tutta, facendo calare le mutande alle fighette di passaggio. Sono prodotti che stanno bene dove stanno, che respirano da soli e che hanno successo se vendono qualche migliaio di copie, non se ne vendono qualche milione. Ecco, si tratta di titoli d’ammasso ma che non pretendono di essere altro e, soprattutto, che non nascondono la loro essenza dietro complicate formule di marketing. Oltretutto mancano completamente del machismo, maschilismo e idiotismo narrativo della gran parte dei titoli cosiddetti tripla A. Il perché di questa ‘sincerità’ di fondo è facile da capire: essendo dedicati a un’utenza poco scafata e appartenente a entrambi i sessi, non ha senso cercare di venderli per quello che non sono, quindi, paradossalmente è possibile evitare di sparare le stronzate che invece vengono usate (con successo, direi) per convincere il giocatore ‘arcore’ di turno che sta per comprare l’esperienza definitiva della sua inutile vita, mentre invece spesso sta comprando soltanto un prodotto molto commerciale, ma con un’interfaccia di gioco più complicata. In fondo il giocatore ‘arcore’ ha una psicologia semplice e per esaltarlo basta che qualcuno crei un gioco in cui si possono far muovere le tette alle protagoniste femminili. Questo sì che è adulto e maturo.
In foto: uno degli editor di IGN
Articolo già apparso su: Babel 17
Bioshock 2 versione PC: problemi con il widescreen e con i controller

Bioshock 2 è un bel titolo? Boh, forse. La notizia però è un’altra e riguarda la versione PC. Come già successo nel primo Bioshock il gioco è uscito senza supporto per il widescreen (16:9 e 16:10), ovvero, è possibile selezionare risoluzioni in questi formati ma invece di ottenere una visione più ampia dello schermo (come naturale), si ottiene un semplice zoom della versione 4:3.
Non fosse bastato questo a far attizzare i fan, ci si è messo anche il mancato supporto per i joypad. Ora, scopro con orrore che su PC c’è gente che gioca i titoli in prima persona con il controller. Purtroppo siffatti individui, invece di optare per il suicidio, hanno iniziato a rompere le balle a T2, la quale ha risposto che il mancato supporto è dovuto al fatto che l’interfaccia della versione PC è stata appositamente modificata per renderla migliore con mouse e tastiera…
Una sola domanda: visto che sulla confezione di Bioshock 2 c’è la fascia Games for Windows di Microsoft, e quindi si appoggia a quella roba inutile di Games for Windows – LIVE, il supporto per il joypad 360 non dovrebbe essere standard?
Fonte: Kotaku
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