About Simone "Karat45" Tagliaferri

Nacqui, e già questo è un miracolo, vista la mole. Da piccolo ero restio al cibo, poi ho smesso (di essere restio). Appassionato di videogiochi sin dalla più tenera età, in cui un Frogger casalingo mi rubò l'anima, sono cresciuto a pane e 8 bit, poi 16 bit, poi 32 bit, poi 64 bit e infine un numero indeterimnato di bit che mi hanno fatto salire il colesterolo ma anche fatto scoprire un sacco di mondi eccezionali (ad esempio quello di Samantha Fox). Ad oggi sono tormentato da una domanda: ci sono più carboidrati in una fetta di pane o in New Super Mario Bros.? Non ci dormo la notte. Ma forse è colpa del caldo (se leggete questo profilo d'inverno sappiate che è stato scritto a fine Giugno). Ho fondato, insieme agli altri tizi presenti in questa pagina, Ars Ludica sperando di poterlo riempire di pornazzi. Ho capito troppo tardi che doveva essere un blog sulla cultura dei videogiochi scritto da sfigati. È l'essere evidentemente sfigato che non mi ha permesso di tirarmi indietro. Così eccoci qua.

Metro 2033

Sviluppato da 4A Games | Distribuito da THQ | Piattaforme: PS3, Xbox 360, PC | Pubblicato Marzo 2010 (PC) | Sito ufficiale

La versione testata è quella PC

Con Metro 2033 un nuovo tassello si aggiunge alla mia convinzione personale che bisogna guardare all’Europa orientale per sperare nell’iniezione di contenuti interessanti all’interno dei videogiochi. Lì dove la maggior parte dei titoli provenienti dai territori di cultura occidentale, ovvero Stati Uniti e parte dell’Europa, rappresentano l’esorcizzazione della perdita dell’egemonia economica americana, proponendo l’arroganza della potenza bruta e conservatrice come modello eroico contrapposto a dei nemici spersonalizzati e disumanizzati (vedi le recenti produzioni Bioware, tanto per fare un esempio), lì dove l’industria giapponese non riesce a superare alcuni cliché tematici che si porta dietro dagli anni ottanta, è la cultura degli sconfitti a rappresentare l’unica alternativa valida e degna di attenzione.

I mondi virtuali in rovina provenienti dall’ex blocco sovietico sono diversi da quelli a cui siamo abituati e Metro 2033 ne è l’ennesima conferma. Le macerie dell’ex Unione Sovieta sono popolate da fantasmi, da memorie di una gloria promessa e franata davanti al flusso della storia. Le città di Metro 2033, come quelle di S.T.A.L.K.E.R. o di un titolo minore come You Are Empty, non sono state distrutte da un nemico esterno, ma da uno interno. La monumentalità diventa il simbolo del degrado di una società che non c’è più, ridotta in polvere dalla follia di chi la governava. In un certo senso c’è una gran voglia di elaborare quello che è successo negli anni novanta e che sta ancora producendo i suoi frutti.

Le macerie di Metro 2033 sono differenti da quelle di un Gears of War. Marcus Fenix (ma lo stesso si potrebbe dire, ad esempio, dello Shepard di Mass Effect 2) e i suoi continuano a combattere in nome di un potere ben definito, anche se in molti casi connotato in modo ambiguo, e le città distrutte sono la rappresentazione del sacrificio necessario per la vittoria finale, ovvero la scenografia eroica che afferma la necessità dell’azione, la Mosca di 2033 è una rappresentazione emotiva di uno stato di memoria sospeso, impregnata di un passato difficile da elaborare (vedi le cartoline delle città del mondo nella stanza del protagonista, oppure il tunnel in cui le ombre sono costrette a rivivere per sempre la tragedia della catastrofe).

Se volessi riassumere, direi che nelle produzioni occidentali c’è un agitarsi dell’immaginario che rifiuta di rinunciare al senso di onnipotenza conquistato negli anni passati, mentre in quelle dell’ex blocco sovietico ci sono la storia e il crollo di un’utopia a dare un peso differente e meno superficiale alla necessità di sopravvivere.

Non per niente, per fare un esempio, un Mass Effect 2 descrive una società multietnica che, per quanto degradata moralmente e fondata sull’illusione, va preservata a tutti i costi, anche viventi, mentre Metro 2033 propone una società atomizzata e tribalizzata messa in scena a ogni fermata della metro di Mosca, che non può prescindere dalla sua memoria per poter sopravvivere. È la malinconia la chiave del fascino dell’opera di 4a Games, una malinconia hillmaniana antieroica e riflessiva che spinge il protagonista all’esplorazione di un mondo a lui vicino ma sconosciuto, ovvero alla ricerca delle tracce di un passato che non comprende fino in fondo, ma di cui non riesce a liberarsi.

Alcuni si staranno a questo punto chiedendo, come succede sempre, cosa centri tutto questo con il gioco in sé, che a livello di meccaniche ludiche è un semplice sparatutto in prima persona non diverso da molti altri. Il problema è sempre lo stesso che tento da sollevare da anni: si può continuare a parlare di videogiochi senza sottoporli al vaglio di strumenti critici più raffinati e pregnanti di quelli classici, questi ultimi ancorati a un determinismo tecnologico ormai decomposto che fa comodo solo ad alimentare l’ignoranza nera del settore e il suo escludersi dal mondo, se non per affacciarsi ogni tanto in quanto fatto economico rilevante? Si può continuare a ignorare il contenuto parlando del contenitore in termini superficialissimi che non dicono veramente più nulla e che sono soltanto una forma di masturbazione furiosa e compulsiva?

Ringcast in Giappone

I ragazzi di Ringcast sono stati in Giappone… e purtroppo sono tornati. Eccovi quindi la prima parte del resoconto del viaggio. Ascoltandolo otterrete un sacco di consigli su come scopare, ma tanto a che vi servono? Siete videogiocatori, mica creature biologiche, sorbole! Fortunatamente c’è anche Vito che parla di videogiochi e ci racconta come non riesce a far scopare la gente nemmeno nei film porno.
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Giappone 2010 – Parte 1

Fra atterraggi stile presidente polacco, vento che ribalta treni e ciliegi in fiore, mettendo a repentaglio la vita e il portafoglio, andammo e tornammo dal Giappone incolumi e carichi di minchiate da condividere con voi, cari amici da casa che una vacanza così la vedete solo in foto. Si inizia in RingCast Extra 9 con le prime due tappe del viaggio: una breve sortita a Tokyo (che tornerà sul finale per la giusta vendetta) e un viaggio al cospetto del Piccolo-Grande-Medio Buddha a Kamakura. Più RingCast per Caso che RingCast normale, siamo lieti di offrirvi l’opportunità di ridere e soffrire con noi grazie a personaggi come l’Uomo Cavallo o ai consigli per nerd frustrati del Maestro Bocia.

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In sottofondo: Meiko Kaji – Flower of Carnage

XCOM diventa… un FPS?!?

2K Marin, a cui si deve il secondo Bioshock, ha pensato bene di riprendere il noto brand di strategici a turni trasformandolo nientemeno che in uno sparatutto in prima persona. Secondo il comunicato stampa ufficiale il gioco conterrà anche elementi strategici, si vestiranno i panni di un agente dell’FBI che deve salvare il mondo dalla minaccia spaziale e, ovviamente, sarà il titolo più bellissimo e rivoluzionarissimo del mondo. In realtà, tra giri di parole e iperboli, non è stato rivelato molto, ma tanté. In realtà qualcuno aveva già provato a realizzare un gioco d’azione basato sul brand XCOM (Enforcer) e fu un fiasco clamoroso. L’uscita è prevista su Xbox 360 e PC a data da destinarsi. Nel frattempo potete rigiocare i primi due XCOM che sono ancora dei gran bei giochi e si trovano a prezzo stracciato.

Fonte: GamePro

Dreamside Maroon

Sviluppato da terraced | Piattaforme: PC | Pubblicato 2009 (PC) | Sito ufficiale


Accanto ai generi tradizionali negli ultimi anni se ne è affermato uno che molti videogiocatori rifiutano in toto. In realtà non ha un nome, se non un generico art games che può voler dire tutto e nulla. Si tratta di produzioni provenienti dalla scena indie che cercano di offrire esperienze contemplative e intellettualmente motivanti eliminando le sfide di tipo tradizionale. Possiamo dire che sono modi alternativi di sfruttare gli spazi virtuali, che mirano al piacere dell’esplorazione fine a sé stessa, cercando di motivare il fruitore dal punto di vista estetico e non ormonale. Avvicinarsi a questi titoli richiede una certa predisposizione e sensibilità, altrimenti la reazione più immediata è quella del rifiuto totale e, nei casi peggiori, la noia soggiunge impietosa sul cadavere con gli occhi aperti davanti allo schermo.

Dreamside Maroon, realizzato da un gruppo di studenti del DigiPen Institute of Technology, nasce da un’idea narrativa poetica ed essenziale: Aster deve raggiungere la Luna a cavallo di un ramo che cresce seguendo i suoi desideri. Per farlo dovrà attraversare un mondo fatto di piattaforme fluttuanti accendendo delle luci con la sua lanterna e raccogliendo delle lucciole.

Non c’è molto da fare in Dreamside Maroon se non far crescere il ramo di Aster e stare a guardare un mondo in cui i pochi elementi sono distribuiti seguendo un ritmo kandinskiano. Eppure ci si lascia trasportare privi di inerzia e si sta a guardare. Ci si abbandona facilmente al vagabondare senza meta e all’osservare le isole alla ricerca delle lampade da accendere. Se ne ricava un piacere profondamene distensivo entrando in una specie di dormiveglia cosciente che non può che finire mettendo i piedi sulla Luna.

Outcast: Chiacchiere Borderline – Episodio 02

Finalmente possiamo ascoltare il secondo numero di Outcast, Chiacchiere Borderline. Dico finalmente perché pare che l’ascolto prolunga risolve problemi di artrosi e faccia l’effetto del Viagra. Ho anche il piacere di copiare/incollare la lista dei contatti presa direttamente dal blog ufficiale del podcast, così sapete dove andare se volete menare qualcuno (alla prossima uscita vi darò gli indirizzi di casa, non temete). Ora non vi resta che scaricare e ascoltare!
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Privati del vate(r), i rimasugli della banda coi baffi scaricano in sessantotto minuti d’amore tutte le stronzate di cui sono capaci, svelando un insospettabile animo da nintendari di ferro, un vergognoso timore per le nuove tecnologie, un’insana passione per il pianto femminile e un triste pizzico di paura della retrocompatibilità.

In questo episodio:
Wingers [02:05], Nintendo 3DS [04:50], troppe console portatili [11:35], Nintendo 3DS Reprise [18:45], Nintendo & Facebook: questo matrimonio non s’ha da fare [23:22], Reggie Fils-Aime si netta le terga con l’iPad [27:50], il glorioso 2010 del Wii [28:36], il Wii è la vera console per adulti [39:44], RuMi GaGa [48:20], Heavy Rain: un film rotto Let’s Play Heavy Rain With Myriam! [50:15], l’omosessualità in Mass Effect 2 [57:03].

Soundtraccia: Outcast – Andrea Babich / Just Dance – Lady Gaga / Mars – Nick Ingman & Terry Devine-King / In the Sun – She & Him / Roba brutta – Non so cosa sia

Per ascoltarci in streaming, clicca su questo coso qua sotto

Altri modi per ascoltarci:
Outcast su iTunes
Il link diretto all’mp3 di questo episodio

Per contattarci:
Scrivi ad Outcast – outcastlive@gmail.com
Il blog di Andrea Babich: The Babich Playground
Il blog di Andrea Maderna: L’Edicola di giopep
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Il blog di Davide Tosini: ToSo on the Net
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Il blog di Lorenzo Antonelli: Bunker
Il blog di Luigi Marrone: E-Self Electronic Self
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