Fragile Dreams: Farewell Ruins of the Moon

Sviluppato da Tri crescendo | Distribuito da Rising Star Games | Piattaforme: Wii | Pubblicato 2010 (Europa) | Sito ufficiale

Seto è un adolescente di quindici anni che vive in un mondo in rovina in cui la razza umana è quasi estinta (finalmente, verrebbe da dire). Tutte le opere dell’uomo sono ormai ruderi e la natura selvaggia va riappropriandosi del pianeta. Per scoprire cosa è successo a questo logoro globo fatto di terra impastata con l’acqua salata bisognerà andare avanti nell’avventura (non dura moltissimo). All’inizio le uniche cose che ci sono date di sapere è il vecchio che viveva con Seto è morto e che il fanciullino decide di partire alla ricerca di altri esseri viventi come lui, ma non prima di essere stato irriso da un’enorme testa fluttuante.

Culo vuole che appena uscito dalla sua vecchia casa incontri una ragazzetta mezza nuda triste e sola come lui, la quale scappa via appena lo vede (dargliela subito non fa molto Giappone), ma solo dopo aver cantato un po’. Purtroppo la fortuna di Seto finisce qui, visto che il pianeta è veramente in rovina come gli raccontava il vecchio e in giro ci sono solo creature che sarebbero felicissime di piantargli le zanne nel collo o di farlo partecipare a un reality show. Riuscirà il giovane a sopravvivere e a mettere ordine in questo mondo di lunatici?

Fragile Dreams: Farewell of the Moon inizia come un survival horror per poi diventare una specie di gioco di ruolo d’azione dal sistema di combattimento estremamente semplificato: sostanzialmente si tratta di impugnare un’arma e di premere il tasto attacco al momento giusto per evitare che sia il nemico a colpire; raccontato così sembra facile, ma Seto non è proprio il più resistente degli eroi e va al tappeto dopo mezza alitata di un mostro qualsiasi. Detta fuori dai denti, l’unico motivo interessante delle scene d’azione è la necessità di illuminare i nemici con una torcia elettrica per svelarne la presenza. Niente di originalissimo, ma almeno giustifica la pubblicazione del gioco su Wii invece che sull’ iTostpan.

Fortunatamente non si vive di solo combattimento e l’ultima opera di Tri Crescendo, gli stessi di Baten Kaitos ed Eternal Sonata, si gioca tutto il potenziale ludico sul livello meno amato e più commentato dai videogiocatori, ovvero quello della rappresentazione, di cui fa parte anche la narrazione. L’apprezzare o meno Fragile Dreams ruota intorno a quanto ci si lascia trasportare dallo scenario e dai personaggi. Si tratta, per riassumere, di un concentrato di cultura giapponese particolarmente ispirato che fa suoi diversi temi classici delle produzioni nipponiche, come l’amicizia e la solitudine.

Fortunatamente è “roba buona” e giocando ci si rende conto che il materiale, potenzialmente retorico e banale, viene maneggiato con una certa raffinatezza e non viene mai abbandonato sé stesso, pur permanendo la sensazione di fondo che alcune scelte potevano essere ben più radicali per dare un peso maggiore alla narrazione. Nonostante questo leggero sentire, rimane l’idea che è meglio avere pochi personaggi ben tratteggiati che molti in pessimo stato di salute.

Peccato che a oggi Fragile Dreams abbia venduto pochino, continuando la tradizione che vuole i titoli hardcore per Wii snobbati dai più. Peccato anche che in molti lo abbiano criticato lamentando alcune carenze tecniche che sono attribuibili più alle caratteristiche del Wii che non alla cattiva programmazione. Per quanto tempo ancora dovremo continuare a sopportare quelli che “la grafica non è tutto” che poi pontificano sulle texture di ogni gioco del Wii confrontandole con quelle della PS3 e della 360? Trovando l’argomento appassionante come una partita al calcio balilla in cui si gioca con le mie palle, auspico soltanto che i miei quattro lettori siano abbastanza maturi da aver compreso di dover andare oltre le scalettature e e gli effetti speciali per apprezzare veramente un videogioco. Oggi mi sento fortemente retorico (sarà il mal di testa).

Articolo già apparso su Babel 23

Nostalgia

Sviluppato da Tecmo | Distribuito da Ignition Entertainment | Piattaforme: Nintendo DS | Pubblicato 2009

Il titolo del gioco mi piace parecchio. Nostalgia. A cosa si riferirà? L’atmosfera è vagamente Steampunk, ovvero è uno steampunk alla giapponese che si lascia apprezzare ma che a livello stilistico risulta troppo diluito all’interno di una visione più classica da JRPG. Più un aroma che un sapore vero e proprio. Purtroppo c’è anche una trama, con un avventuriero che salva una ragazzina da un gruppo di fanatici (i Cabal) che vogliono conquistare il mondo (ma dai?), ma rimane vittima di un incidente mentre tenta la fuga e il figlio, di non si capisce quanti anni, biondo e con gli occhi, azzurri (londinese, per giunta) che decide di cercarlo girando il mondo (il nostro mondo… proprio quello che finirà nel 2012) a bordo del suo aeroveicolo e visitando la principali città a caccia di indizi. Per farlo dovrà prima diventare un avventuriero (come il padre) ammazzando un po’ di topi nelle fogne della capitale inglese (ma dai). In effetti la trama sembra scritta in cinque minuti da qualcuno che aveva ben altro a cui pensare, ma riesce a mantenere un minimo di tensione grazie al classico personaggio misterioso (Fiona, come la moglie di Shrek) di cui non si conoscerà bene il ruolo fino a verso la fine del gioco.

Nostalgia rivela sin da subito la sua impostazione estremamente classica, con città da esplorare per prendere quest, ottenere qualche informazione e acquistare/vendere oggetti e con dungeon in cui massacrare nemici in incontri casuali. Insomma, se esistesse un manuale del perfetto JRPG, Nostalgia ne sarebbe un’applicazione pedissequa, senza guizzi e senza cadute di stile. Un compitino da 6-7 che mira a fare contento il professore, ma che non brilla certo per personalità. L’unica novità introdotta dagli sviluppatori è la fase aerea, nella quale, invece di combattere con il party, si combatte tra veicoli volanti. Il velivolo in sé non cresce di livello, ma visitando le diverse città è possibile acquistare potenziamenti. In queste fasi il numero di personaggi nel party (massimo quattro) determina la possibilità di utilizzare o meno le diverse armi del mezzo e di usare delle abilità specifiche per i combattimenti aerei a disposizione di ogni eroe (c’è quello che cura, quello che potenzia, quello che supporta e così via).

La struttura di gioco è abbastanza rigida e la difficoltà non è elevatissima, soprattutto se si svolgono le missioni secondarie e si portano i protagonisti ben oltre il livello di esperienza necessario per svolgere la missione principale. In generale i combattimenti aerei impegnano più di quelli ‘a terra’. Ovviamente ignorando le missioni secondarie la storia cambia e anche la missione principale diventa più impegnativa, anche se mai proibitiva. Certo, va detto anche che andando dritti per la storia principale si taglia più di metà gioco e si perdono alcuni combattimenti parecchio interessanti. Oltretutto non si può fare carriera nella gilda degli avventurieri, che offre le ricompense migliori, soprattutto nelle missioni di classe avanzata.

Oltre alla storia principale e alle missioni della gilda, è possibile svolgere altri compiti come andare alla ricerca di siti nascosti da riportare al museo di Londra. Si tratta di un’extra interessante e parecchio impegnativo (e alla lunga stancante), che richiede di esplorare la mappa da cima a fondo con il velivolo a diverse altezze, seguendo delle indicazioni di massima reperite nelle città. Come in altri giochi dello stesso genere, mentre si esplora è possibile salvare ovunque, mentre nei dungeon bisogna raggiungere dei punti di salvataggio, solitamente piazzati prima dei boss. Questo significa che, soprattutto nei dungeon ancora da esplorare, bisogna avere a disposizione diverse decine di minuti di seguito per poter arrivare a salvare e non perdere tutti i progressi fatti.

I nemici, come i personaggi principali, non brillano per fantasia e sono un accozzaglia tecno-fantasy già vista altrove. Le mummie ci sono, i vermoni giganti ci sono, i ragni robot ci sono e così via. Anche in questo caso spiccano i nemici degli scontri aerei che, per necessità, risultano più originali degli altri, mentre i boss sono abbastanza banali, compresi quelli finali.

Commento:
complessivamente si tratta di un prodotto discreto che non spicca in nessun campo, ma che si lascia giocare. Peccato che sia abbastanza superficiale nelle tematiche che tratta e che, se non siete dei bambinetti scafati, difficilmente vi appassionerete alle vicende dei protagonisti.

Red Steel 2

Sviluppato e distribuito da Ubisoft | Piattaforme: Wii | Pubblicato Marzo 2010 | Sito ufficiale


Il vecchio prototipo del videogiocatore, quello proveniente dagli anni settanta, ottanta e in parte novanta, è un grassone squallido che mangia patatine fritte e smanetta con il suo sistema preferito fino a notte fonda (una mia foto, praticamente), possibilmente sdraiato sul divano. Dalla cultura della patata fritta non allegorica e del divano usato per tutto tranne che per il sesso sono nati capolavori come Doom o Wizzball, quindi non sottovalutiamola. Red Steel 2 richiede un certo sforzo per farsi giocare, più dei vari Wii Sports e affini, ma meno dei giochi di fitness, che difficilmente l’uomo di cultura videoludica pensava di dover sopportare per potersi alienare in santa pace. Il futuro, fino a qualche anno fa, era sognato pieno di collegamenti neurali che avrebbero permesso di connettersi a mondi immaginifici rimanendo perfettamente immobili. E poi confessiamolo, ai veri nerd la vita dell’umanità sull’astronave prospettata in Wall-e piace parecchio e per loro quel robottino discotecaro e truzzo non salva nessuno, ma rovina soltanto un bel sogno. Ma non divaghiamo. Il Wii sta distruggendo tutto. Non siamo più noi videogiocatori a tentare di convertire il mondo al grasso in eccesso come stava accadendo con le prime due PlayStation, ma è il mondo che sta cercando di convertire noi al peso forma a colpi di Wii. Appurato che ci vorrebbe una bella guerra atomica per riequilibrare la situazione (vabbé, tanto nel 2012 la razza umana si estingue), veniamo a Red Steel 2, ovvero, uno dei giochi più faticosi di sempre (insieme a Punch-Out! che ho regalato a un nipote ignaro).

Iniziando a giocare a Red Steel 2 basta poco per dimenticarsi del primo Red Steel, da cui non eredita fortunatamente quasi nulla. La Ubisoft, viste le critiche ricevute, ha deciso bene di creare un seguito che se si fosse chiamato in qualsiasi altro modo nessuno avrebbe mai inteso come tale, ma visto che qualche copia l’aveva venduta ha deciso comunque di puntare alla brandizzazione (e infatti le vendite di Red Steel 2 sono andate malissimo). Nei panni di un cow-boy spadaccino probabilmente gay (lo dico per far contento il cardinale Bertone, assiduo lettore di Ars Ludica) dobbiamo… bah, ma che ne so che dobbiamo fare. Prima mi drogavo, ma fortunatamente ho smesso e ora salto tutti i filmati (in effetti ho finito Final Fantasy XIII in dodici minuti), tanto le trame dei videogiochi sono canonicamente derivazioni escrementizie, tranne rare eccezioni che non è il caso di minzolinare. Diciamola tutta: ho acquistato Red Steel 2 perché volevo usare il telecomando Wii come una spada e sono stato accontentato. È probabile che lo stesso valga per la maggior parte degli acquirenti.

Arrivato al primo manichino di allenamento, dopo una veloce sparatoria introduttiva, mi rendo conto di un paio di cose. La prima è che i controlli sono abbastanza precisi, anche se capita di sbagliare qualche mossa per via dell’istinto ad agitarmi come una scimmia idrofoba. La seconda è che l’impegno fisico richiesto non è indifferente, anche perché le mosse riescono meglio se si eseguono con movimenti ampi e veloci. Quindi basta poco per stancarsi, soprattutto se non si è molto allenati. Però non è male. Finito l’allenamento inizio la prima missione e… niente sangue? Uccido diversi nemici. Niente. L’acciaio non si arrossa affatto. Mi sento un po’ truffato. Fate un gioco in cui si combatte con la spada in modo realistico e coinvolgente e poi non mettete il sangue? Perché allora consigliarlo ai maggiori di sedici anni? Gli amanti del gore resteranno delusi e amareggiati (potete sempre suicidarvi mettendo a frutto il nichilismo da bignami che vi portate dietro da anni). Peccato. Probabilmente gli sviluppatori avranno avuto qualche legittimo impedimento. Comunque il feedback generale che si riceve dagli scontri non è affatto male… manca solo il pomodoro.

Visivamente si tratta di un titolo molto intelligente. Non potendo contare su una macchina potentissima, la Ubisoft ha puntato su una direzione artistica interessante che riesce anche a stupire in alcuni tratti, segno che in certi casi è possibile sopperire ai limiti tecnologici con l’intelligenza, realizzando prodotti degnissimi. Il mondo di Red Steel 2 è ben disegnato, ottimamente tratteggiato e ha uno stile peculiare e ben definito, ovvero è migliore della maggior parte dei giochi per Wii, soprattutto quelli più dozzinali.

L’idea di base è di compiere una serie di missioni che richiedono il girovagare per diverse aree affettando i nemici o sparandogli. Ogni tanto, oltre agli sgherri più deboli abbattibili con pochi colpi ben portati, bisognerà affrontare dei boss che richiedono maggiore impegno e abilità per essere mandati al creatore. Il gioco non dura molto, ma forse è meglio così perché sulla lunga distanza soffre parecchio la sua rigidità strutturale, probabilmente dovuta alla necessità di renderlo fruibile da un pubblico vasto ed eterogeneo. Per dirla in altri termini, alcune meccaniche di gioco sono state semplificate all’osso per porre l’enfasi sugli scontri all’arma bianca, ma a volte si sente la necessità di maggiore varietà, nonostante sia possibile acquisire tecniche di combattimento avanzate che diversificano l’azione.

Articolo già apparso su: Babel 23

Call of Duty – World at War

Sviluppato da Treyarch| Distribuito da Activision Blizzard | Piattaforme: PS3, Xbox 360, PC | Pubblicato novembre 2008 | Sito ufficiale

Arrivo tardi, ma ci arrivo, prima o poi.  Call of Duty – World at War: mainstream, commerciale, scriptato e pure mediocre. Io non capisco. Ma com’è possibile che quelli della Treyarch non riescano a realizzare un gioco che non sappia di riciclaggio?

È assurdo. Gli insuccessi del team californiano danno adito alla leggenda che quelli di Infinity Ward siano dei geni irraggiungibili, capaci, solo loro, di realizzare FPS con script originali e degni di essere menzionati. Insomma, inizio a essere stanco di vedere sempre il solito clichè del soldato buono che salva il commilitone dal soldato cattivo proprio quando stava per fare fuoco. E fosse solo questo, dico io! Facciamo un breve sondaggio: chi di voi ha giocato al primo CoD, quello uscito nel 2003 e capace di riscrivere un genere? Tutti?! Bene. Ora: ma ve lo ricordate il pathos creato dalla scena in cui l’Armata Rossa riconquista Stalingrado, con quel giochetto del “tu porti il caricatore che io porto il fucile”? Oppure della foga con cui si affrontava l’ultima missione, ambientata a Berlino, quando si doveva correre disarmati da una parte all’altra di una piazza, sotto il fuoco delle mitragliatrici naziste, al fianco di centinaia di altri compagni comunisti? Ve lo ricordate? Io non riesco a comprendere come sia possibile che, nel giocare l’ultimo titolo di Activision ambientato durante la seconda guerra mondiale, io non riesca, neanche lontanamente, a provare alcun tipo di sensazione analoga. Che la colpa sia imputabile al solito effetto del “già visto, già fatto”? Non sarà mica che il compito di sceneggiare e scriptare un gioco sia una pratica davvero difficile e ricca di ostacoli? Il dubbio rimane anche quando ci si sposta su produzioni che, pur non avendo nulla hanno a che fare con il brand di Call of Duty (ogni riferimento a Medal of Honor è puramente voluto), non sono riuscite ad eguagliare la bontà del lavoro degli Infinity.

Quelli della Treyarch hanno eccelso in una cosa sola: i filmati di intermezzo, realizzati per essere arrogantemente stracolmi di testosterone, con voci narranti baritonali e musiche incalzanti in stile The Bourne Identity.  Le immagini d’archivio, perfettamente integrate in un layout monocromatico, che attraverso una stilizzazione di territori e milizie funge anche da briefing introduttivo, sono state scelte per essere opportunamente ciniche e di impatto emotivo immediato. Ma a parte questo aspetto, sembra di giocare ad una brutta versione del Vietcong degli Pterodon, uscito nel lontano 2003. Il gioco non si salva nemmeno quanto offre al giocatore la possibilità di abbrustolire i nemici con il lanciafiamme, il cui uso è espressamente richiesto in diversi punti benché sia nettamente più divertente procedere con armi meno originali. Parlare di grafica ed effetti, oggigiorno, è quasi superfluo. Ovviamente il titolo si difende bene, così come per il già citato comparto audio, intelligentemente pensato per accrescere la tensione durante lo spara spara generale. A livello di gameplay nudo e crudo, infine, non c’è nulla che meriti di essere segnalato, sempre che si conosca il significato dei termini first, person e shooter.

Mi rendo conto che proporre un videogioco ambientato nel teatro della seconda guerra mondiale e avere la pretesa di svilupparlo in modo non convenzionale è un’impresa più facile da scriversi che da realizzarsi. In effetti, Call of Duty – World at War è un gioco che, se eviscerato dal panorama degli FPS moderni, risulta essere un prodotto eccezionalmente confezionato in tutte le sue componenti. Quello che manca, purtroppo, è appunto l’originalità, che credo (ma è solamente una mia idea) sarà il tallone di Achille delle pubblicazioni di Activision Blizzard in materia di sparatutto in prima persona, negli anni a venire.

Sam & Max The Devil Playhouse: The Tomb of Sammun-Mak

Sviluppato e pubblicato da Telltale Games | Piattaforme PC (versione testata) – iPadMAC Playstation 3
Rilasciato il 18 maggio 2010 (PC)

Inizio questa breve recensione rimangiandomi tutto ciò che ho criticato nel precedente episodio, dato che di quelle macchie non vi è più traccia. Mi sono lamentato delle poche location, scarsamente esplorabili, della comparsa di pochissimi personaggi nuovi e di un’eccessiva facilità. In The Tomb of Sammun-Mak è tutto l’opposto: c’è davvero poco di già visto e le cose buone non finiscono qui. La struttura di questo episodio è variegata e davvero coraggiosa, annullando il classico senso di linearità e continuità avvertito nelle precedenti stagioni (e, in generale, nella maggior parte delle avventure grafiche in circolazione).

Con The Tomb of Sammun-Mak, infatti, Telltale tenta la via della sperimentazione, riuscendo a confezionare un episodio originale come mai fatto prima. Riprendendo dove avevamo lasciato il precedente capitolo, il ritrovamento di quattro pellicole nei sotterranei del palazzo spinge i due pelosi agenti a esaminarle, sfruttando un vecchio proiettore che si trova giusto a portata di mano. Le vicende narrate in queste bobine risalgono a circa cento anni prima, e i protagonisti sono nientemeno che gli antenati dei nostri eroi, al secolo Sameth e Maximus! Ognuna racconta parte della loro impresa per recuperare la dannata Devil’s Toy-box (traducibile come “il baule dei giochi del demonio”).

La cosa che mi ha più entusiasmato è che questo film, diviso in quattro tempi, è ampiamente affrontabile passando da un nastro all’altro, cosa che faremo spesso per risolvere i vari inghippi, agendo nel futuro e nel passato (relativamente alla pellicola in riproduzione). Non si tratta di un sistema simile a quanto già visto in Day of the Tentacle (capolavoro immortale di Schafer e Grossmann), dove ciò che facevamo nel passato si ripercuoteva nel futuro, ma di qualcosa di leggermente diverso: grazie alla nostra perspicacia dovremo riuscire ad acquisire delle informazioni nelle altre pellicole, per risolvere gli enigmi presenti nelle precedenti. Potrebbe suonare un po’ incomprensibile, ma una volta messe le mani su mouse e tastiera (setup che continuo a consigliare) tutto vi sarà subito chiaro.

In apertura ho parlato di location e personaggi nuovi, e non mentivo affatto: questo episodio è praticamente brand new e i personaggi, seppur quasi tutte rivisitazioni di comparse già incontrate in passato, hanno un ruolo tutto nuovo nella storia. Il riciclaggio dei modelli è ridotto all’osso (tranne che per la  sempreverde e spigolosa mucca vista sin dai tempi di Bone) e i nuovi ambienti rappresentano una vera e propria ventata d’aria fresca. I nuovi poteri di Max (anzi, dovrei chiamarlo Maximus) generano siparietti d’antologia in un episodio già ricco di battute e gag azzeccatissime. La colonna sonora, che si è sempre attestata su ottimi livelli, supera i precedenti lavori grazie a composizioni impegnate, che contribuiscono a spingere la qualità di questo episodio ancora più in alto, così come il grandioso lavoro svolto per il doppiaggio che, sono sicuro, avrà fatto sudare abbastanza, data la varietà di personaggi che andremo a incontrare (chiaramente tutto in proporzione alla dimensione di un gioco a puntate). Tutto odora sempre più di produzione tripla A (lasciatemi esagerare) e questo non puo’ che rendermi felice, dimostrando che c’è voglia di crescere, facendolo nel modo giusto. Sono obbligato a fare giusto un appunto: una location in particolare (in cui spenderemo la maggior parte del nostro tempo) è un po’ rovinata da inquadrature eccessivamente ravvicinate che rendono difficili l’esplorazione e l’interazione.

In conclusione penso che sarà difficile fare di meglio.

[Retrospec] The Legend of Zelda: Link’s Awakening

1993, 1998 | Gameboy, Gameboy Color |
Sviluppato da Nintendo EAD, R&D2 | Pubblicato da Nintendo

Di Link’s Awakening ho solo bei ricordi, essendo forse uno degli Zelda migliori di sempre. In verità, sono un fan entusiasta di tutti gli Zelda per Gameboy, perché sono forse una della più mature espressioni dell’avventura secondo Nintendo.

Link’s Awakening è uno Zelda senza Zelda: Link è naufrago su un’isola e dovrà affrontare insidie e misteri prima di essere in grado di riprendere il suo viaggio, con tanto di colpo di scena finale. Uscito poco dopo il rilascio di A Link to the Past non sfigura affatto di fronte al suo cugino più grande. Il setting è strano: oltre all’assenza degli elementi tradizionali di Zelda, tutta l’esperienza di gioco è onirica, con personaggi a ambigui e bizzari, e numerosi camei di personaggi provenienti dalle serie di Mario e Kirby, in perfetto accordo con il risultato finale della storia.

Le limitazioni del Gameboy in qualche modo valorizzando ancora di più la giocabilità pura della serie, quasi la sublimano. C’è tutto, ma tutto è ridotto all’osso (a partire dalle piccolissime schermate di gioco); tuttavia non si perde nulla delle cose importanti: Link è pieno di risorse, il dungeon design è uno dei migliori della serie e i puzzle sono articolati e piuttosto impegnativi.

La colonna sonora è scarna per assortimento, ma i brani sono memorabili e di qualità molto alta, tanto che molti saranno riproposti tali e quali per Oracle of Ages e Oracle of Seasons, e qualcuno verrà persino riarrangiato per le varie edizioni di Smash Bros.

Molti anni dopo la prima uscita per il Gameboy monocromatico, Nintendo ha aggiornato il titolo per il Gameboy Color, chiamandolo Link’s Awakening DX e introducendo un dungeon extra e qualche miglioria per grafica e gameplay. Link’s Awakeining DX è la versione definitiva del gioco ed è anche piuttosto economico e semplice da reperire sul mercato dell’usato (spesso costa come un gioco da cestone).

Se avete un Gameboy Advance in soffitta e non avete mai provato Link’s Awakening, forse è ora di colmare la lacuna.

The 8-bit Book: 1981 to 199X

The 8-bit Book: 1981 to 199X, di Jerry Ellis
2009, hiive books
Lingua: Inglese, acquistabile sul sito dell’editore

La Hiive Books è una piccolissima casa editrice inglese che si è specializzata nel settore delle pubblicazioni sul retrogaming dando alle stampe volumi di grandissimo pregio (sia contenutistico che grafico). Dopo The ZX Spectrum Book – 1982 to 199x (esaurito ma reso scaricabile gratuitamente) in formato PDF e The Commodore 64 Book – 1982 to 199x, arriva The 8-bit Book: 1981 to 199X, tomo di 252 pagine che si propone come una galleria dei titoli più rappresentativi dei computer a 8-bit (niente console). I sistemi trattati sono molteplici e si va da computer notissimi come il Commodore 64, Apple II, Amstrad CPC, Zx Spectrum, per arrivare a nomi meno famosi come il SAM Coupé e l’Oric 1. L’impostazione è la stessa dei libri precedenti, ovvero è diviso per anni e ogni pagina contiene la descrizione di un gioco arricchita da diversi screenshot e dalla copertina originale (alcune fanno veramente sorridere tanto sono rozze).

La lettura è piacevole e interessante, i testi sono ricchi di informazioni e aiutano ad addentrarsi nel mondo videoludico degli anni ottanta, fatto di sperimentazione e di talenti individuali, e caratterizzato da un’anarchia creativa di cui oggi si fatica a ricordare la portata. Scorrendo le pagine si trova di tutto: da nomi storici dell’industria fagocitati dalle ultime generazioni videoludiche, a persone che hanno realizzato un singolo capolavoro e poi sono sparite finendo a fare altro.

Fa piacere leggere di nuovo di Henry’s House, titolo dall’ambientazione originale e dalla storia intrecciata con un marketing acerbo che puntava su idee ridicole per vendere i giochi (chi si ricorda il capezzolo di Game Over?), o di Wizadore, primo lavoro di Chris Roberts, l’autore della serie Wing Commander, per BBC Micro. Non mancano le curiosità da intenditori: sapevate dell’esistenza di un’avventura grafica con parser testuale con protagonista Hulk? E sapevate che il primo Bomberman è del 1983 ed è stato pubblicato su MSX (computer su cui hanno debuttato moltissimi autori giapponesi, tra i quali Kojima)? Le curiosità da scoprire sono molte, così come i tocchi di classe (spesso limitati ai titoli, come nel caso di Don’t Press the Letter Q).

L’unico elemento discutibile è parte della selezione dei titoli inclusi. La struttura a elenco e la necessità di scegliere tra migliaia di giochi usciti per sistemi così differenti ha costretto l’autore a tenere fuori molti titoli e a compiere scelte che in diversi casi sono poco condivisibili, come ad esempio l’inclusione del terzo capitolo di The Last Ninja e non del primo. Certo, va sempre considerata la difficoltà di reperimento del materiale di prodotti che spesso hanno avuto tirature di poche centinaia di copie e vanno anche considerati i gusti dell’autore che per tutto il libro, nonostante la professionalità, ha più il piglio dell’appassionato che dello storico.
Detto questo rimane il fatto che The 8-bit Book: 1981 to 199X è un gioiellino e permette di farsi una buona idea di cosa era il videogioco negli anni ottanta.

Articolo già apparso su Babel 22