About Emanuele "Emack" Colucci

Jack T. Ripper lover.

Agony

Prodotto da Psygnosis | Sviluppato da Art&Magic | Piattaforma Amiga | Rilasciato il 30 Gennaio 1992

In un’epoca in cui nessuno si sarebbe mai sognato di preconizzare il rovinoso crack finanziario di Commodore, ovverosia in piena stagione Amiga, c’era una software house inglese chiamata Psygnosis che sfornava titoli estremamente curati sotto l’aspetto tecnico. In molti casi, si trattava anche di prodotti validi in termini di gameplay. Il marchio del gufetto, insomma, era sinonimo di garanzia di elevata qualità e di intensi contenuti videoludici – almeno secondo chi scrive in questa sede. Agony apparteneva a tale fortunata genìa, godendo di un particolare curioso: il protagonista, Alestes, assumeva proprio le forme del succitato rapace, mitologicamente saggio e arguto, per meglio superare i demoniaci avversari. Da allievo del potente stregone Acanthropsis, infatti, il giovane apprendista doveva muoversi per sei intensi scenari (contro altrettanti boss) con lo scopo di sconfiggere il malvagio Mentor ed impossessarsi così della “cosmic strenght” (la forza cosmica che tutto muove, da affidare a qualcuno con un po’ di senno).

Main
Un albero afflitto dalle fiamme in primo piano, sullo sfondo un cielo rossastro preannunciante epici scontri in una natura avversa: questa la prima schermata di Agony.

Agony era uno shoot’em up a scorrimento orizzontale caratterizzato da un gusto grafico e da una sensibilità musicale fuori dal comune, con un gufo in guisa di alter ego; già dai primi istanti di gioco, anche solo ascoltando il suggestivo e struggente tema musicale introduttivo ad opera di un ispiratissimo Tim Wright (che dedicò il pezzo alla madre da poco scomparsa), si percepiva con cristallina chiarezza un’atmosfera di grandiosa fattura. Ad impreziosire ulteriormente una tale struttura era il non insistere nell’orpello, riuscendo nella non facile impresa di introdurre lo spirito del videogiocatore all’intero universo ludico con i suoi stimoli emotivi mediante una semplice schermata rinunciando a qualsivoglia animazione (che pure titoli meno validi e meno recenti utilizzavano). In questo senso, i tre livelli di scrolling del background durante il gameplay vero e proprio erano paradigmatici: essi non servivano tanto a mostrare il raggiungimento di una certa maturità tecnica o tecnologica, quanto piuttosto consistevano nell’infondere un senso di dinamicità al contesto di gioco, mostrando ad esempio l’incresparsi delle onde di un mare in tempesta con sullo sfondo l’odissea di imbarcazioni al naufragio. Ciò attitudinalmente non è assimilabile al realismo di un odierno Gears Of War, bensì è accostabile alle disturbanti visioni di un BioShock.

Il livello di sfida era notevole, a tratti eccessivamente ostico, perché figlio di un’impostazione che legava in maniera proporzionale il concetto di longevità con quello di difficoltà e non con quello di rigiocabilità: il titolo durava non grazie a sottogiochi e varianti nella trama, ma per via del suo coefficiente di refrattarietà ad esser dominato. Lo spirito agonale in campo, dunque, poteva essere ricondotto a quello puramente sportivo (osservazione valida per tutti i titoli dello stesso genere e di un certo spessore ludico), privo di ogni altra velleità: il giocatore non si impegnava per “vedere cosa c’è dopo”, né per sopraffare un particolare nemico antipatico, e né ancora per soddisfare la sua fame tecnologica; il giocatore si sforzava di competere per portare a termine un percorso che lo avrebbe visto soverchiare ogni impedimento come in una gara piuttosto che come in un’avventura (ovvio che esista una certa intersezione concettuale non nulla tra i due termini, comunque).

The Owl
Il volo del leggendario Alestes, grazie ad animazioni molto curate, appariva fluido e plausibile.

Il pantheon di avversari a disposizione era ben assortito: creature del cielo e dell’acqua, della terra e degli inferi, tutte tese a frapporsi tra il protagonista e la vittoria. Gli attacchi provenivano da ogni direzione, una minima distrazione poteva costare caro (cioé la perdita di una vita – in Agony non c’erano barre d’energia, solo dei semplici pallini indicanti il numero di reincarnazioni a disposizione); solo concentrazione e ritmo erano armi adatte alla sopravvivenza, perché gli attacchi a disposizione del giocatore consistevano in qualcosa che andava raramente oltre lo sputare archi magici di crescente intensità (se modulati con dei power-up adeguati).

Agony si rivelava un cammino catartico immerso in una visione onirica: ecco come un gameplay non originale ma ben congegnato veniva reso immortale da una direzione artistica unica e irripetibile, appartenente ad un’era, quella dei primi anni Novanta di scena Amiga, anch’essa unica e irripetibile.

Intervista a Roberto Genovesi

Roberto Genovesi è un personaggio leggermente atipico nel panorama degli sviluppatori di videogame. La sua carriera infatti non copre esclusivamente lavori nel settore (nel suo portfolio rientrano i titoli Yellow Kid, Mandrake, Flash Gordon, l’Eternauta e Nathan Never: guerra alla Yakuza), bensì anche e soprattutto progetti in altri ambiti, come nel giornalismo, nella sceneggiatura di fumetti, nei romanzi. Le esperienze da lui maturate in tali contesti gli hanno conferito un’attitudine particolarmente attenta agli aspetti narrativi di un videogioco, per cui ho ritenuto interessante approfondire questo tema (oltre a varie incursioni nella realtà produttiva italiana) nell’intervista che segue.

Roberto Genovesi

Ciao Roberto. Perché non ci racconti qualcosa di te e del tuo lavoro?
Diciamo che mi occupo da oltre vent’anni di tutto quanto ruoti attorno all’universo giovanile. Dai videogiochi (come game designer e come esperto per molti giornali) ai fumetti (come sceneggiatore). Dai cartoni animati (come sceneggiatore) ai romanzi e racconti (come autore). Sono giornalista professionista da diciannove anni, ho lavorato in agenzie stampa, quotidiani, settimanali, mensili ed ora sono il vice responsabile dell’offerta Rai ragazzi sul satellite (RaiSat Smash e RaiSat Yoyo) e dell’offerta Rai ragazzi sul digitale terrestre (Rai Gulp). Insegno ”Game design e Ludologia” alla Link Campus University di Malta. Ho scritto il primo goco di ruolo dedicato a Nathan Never (Statelibri tanti anni fa, ho scritto recentemente l’ABC dei Videogiochi per Dino Audino Editore che ben conoscete. Ho creato il personaggio a fumetti Rivan Ryan per la Comic Art, ho scritto Inferi On Net per Urania (primo volume di una trilogia in corso d’opera) e sto finendo un romanzo gotic thriller per Alacran. Ogni tanto mangio e dormo… se ne ho tempo. Ho il vantaggio di essere appassioato di tutto ciò che fa parte del mio lavoro e ancora oggi mi meraviglio che mi paghino per occuparmi di cartoni animati, fumetti, fantascienza e fantasy. Le stesse cose che occupavano il mio tempo quando ero piccolo quando ”giocavo”.

Nathan Never: Guerra alla YakuzaDando una scorsa alla tua carriera, e notando l’impostazione che hai dato al tuo libro “L’ABC dei Videogiochi“, sembri estremamente concentrato sul lato “narrativo” del videoludo piuttosto che sull’elaborazione di gameplay. Si tratta di un’impressione errata oppure il tuo stile consiste proprio nel prestare particolare attenzione agli sviluppi della trama in un videogioco?
Dopo l’ideazione di Doom i negozi di videogiochi sono stati letteralmente invasi da suoi cloni e ancora oggi e’ impossibile non pensare a quel capolavoro quando ci troviamo di fronte a tentativi più o meno riusciti di emularlo. Per questo credo che, una volta progettato un sistema di gioco valido, a meno di non tirare fuori dal cilindro l’idea del secolo, ci si debba concentrare molto sulla credibilità della trama. Altrimenti si finisce per gettare il giocatore in un pozzo senza fondo dove l’unico obiettivo è quello di eliminare ostacoli per andare avanti. Io sono convinto che esistano due strade alternative per un creatore di videogiochi. Una è quella che parte dalla trama e poi studia il sistema migliore per adattarla ad un engine di gioco efficace. L’altra è quella di partire dal sistema di gioco innovativo per costruirci attorno una storia interessante. Il comune denominatore resta comunque la credibilita’ della trama che produce quella scintilla di empatia tra avatar e giocatore che consente di emozionarsi durante il gioco. Io ricordo ancora il mio stupore e la mia eccitazione nel dipanarsi della storia di Ultima VII o di Deus EX. L’obiettivo non puo’ essere quello di ammazzare mostri per andare avanti. Ma andare avanti per uno scopo che non e’ quello di ammazzare mostri.

Dunque, per te non esiste esperienza di gioco degna di essere vissuta senza una storia, un contesto plausibile. Qual è allora il tuo giudizio su titoli come Mario 64, privi di una trama granché matura ed eppure portatori di meccaniche di gioco innovative e grandiose?
Non sono cosi’ lapidario. Dico però che esistono almeno due tipologie di videogiochi. Quelli che stressano lo sfruttamento dell’interfaccia utente e quelli che cercano di trasformare una storia in un prodotto che coinvolga non solo manualmente ma anche emotivamente il giocatori. La mia predilezione per i secondi deriva solo dal fatto che il mio libro è dedicato esclusivamente alla figura del game designer/sceneggiatore perché è anche un po’ la mia storia professionale.

La tua risposta mi ricorda molto l’attitudine di David Cage, che ha tentato in Fahreneit di sviluppare una storia non banale ed emotivamente coinvolgente. Nel suo prossimo titolo è intenzionato ad evolvere ulteriormente questo discorso… E tu, hai in cantiere qualche lavoro in tal senso?
Purtroppo in Italia non ci sono aziende con il budget sufficiente ad affrontare progetti videoludici di un certo respiro. Riuscire a coniugare una bella storia e un sistema di gioco innovativo dovrebbe essere l’obiettivo standard di un game designer che si rispetti. Invece vedo che le poche realtà italiane si limitano a lavorare sugli adventure e sul licensing, un lavoro che in termini di engine non è troppo complicato e, soprattutto, quando fatto a livello flat, non costa nemmeno molto. Io ho scritto nel 2000 un romanzo pensato proprio per diventare anche un mmorpg, qualcuno se lo ricordera’, si intitolava Inferi On Net. Uscì per Mondadori in Urania. Avevo immaginato che, una volta approdato nell’universo virtuale della rete, l’uomo potesse essere attaccabile anche lì dai demoni e che la chiesa avesse bisogno di una squadra di esorcisti informatici che combattessero a suon di virus purificatori. Immaginatevi un mmorpg di questo tono…Una Roma alternativa in cui squadre di esorcisti vanno a caccia di demoni accedendo al sottomondo da gangli invisibili ad occhio comune. Ma in Italia chi mai metterebbe i soldi per un progetto del genere?

Gianluca Masina, sulle pagine di GPI prima e su quelle di Videogiochi poi, ha denunciato la scarsa presenza di investimenti legati alla realizzazione di videogiochi qui in Italia. Ciò ha portato il nostro Paese a rivestire nell’industria un ruolo che definire marginale è un eufemismo. Concordi con tale opinione, oppure sei di altro parere?
Appunto. Il problema è sempre e solo quello di mettere le palle sul tavolo da gioco. Se vuoi andare lontano devi investire. Investire economicamente e investire in idee e progetti innovativi. Giocare sempre di sponda, o all’italiana, per essere chiari non paga. Il settore dei videogiochi ha gli stessi problemi di quello del cinema. Pochi investimenti e tutti si aspettano che arrivino i finanziamenti dal cielo per poi fare prodotti assolutamente inguardabili o al più banali.

L’ABC dei VideogiochiC’è un genere videoludico che ultimamente sta riscuotendo un crescente successo: i cosiddetti “serious games“. Piuttosto che essere accomunati da gameplay analoghi, tali giochi sono caratterizzati da una particolare attenzione verso temi sociali di notevole importanza: in “Darfur is dying” si fa sensibilizzazione sull’emergenza umanitaria in Sudan, in “McDonald’s Videogame” Paolo Pedercini si concentra sugli alienanti cicli di produzione legati all’industria dei fast-food, e via di questo passo. Inoltre, spesso la realizzazione tecnica è semplice, lineare, chiara, immediatamente fruibile grazie ad un plug-in per Flash. Pensi che i videogiochi, come medium, siano capaci di trattare in maniera soddisfacente e migliore di altri mezzi (come tv, fumetti, libri, riviste, etc.) temi così delicati?
Assolutamente sì. Non è possibile considerare i videogiochi come un esclusivo strumento di divertimento. Ma non perché esistono semplicemente categorie di videogiochi divertenti e videogiochi didattici. E’ come se non dicessimo che Matrix è un film divertente. Secondo me un film, se fatto bene, è divertente ma anche in grado di avere un impegno politico o sociale. Certo se guardiamo ai film impegnati italiani mi cadono le palle, ma da noi gli autori non sanno nemmeno cosa significhi fare una sceneggiatura per cui il problema è anche a monte. Tornando ai videogiochi, anche quelli che qualcuno definisce violenti gridando allo scandalo, hanno un compito sociale ed educativo. I cosiddetti esperti di cultura ed educazione infantile non si rendono conto che mostrare una realtà e renderla sperimentabile non significa invogliare ad abbracciarla nella vita di tutti i giorni. Io sono convinto che in futuro i videogiochi saranno lo strumento principale per veicolare campagne pubblicitarie, iniziative sociali o mostrare realtà sconosciute attraverso la loro sperimentazione videoludica.

Poiché sei parte dell’organico RAI, puoi dirci se e come l’azienda si sta relazionando al mondo dei videogiochi? Sono previsti degli investimenti nel settore?
L’interesse della Rai per i videogiochi è storia relativamente recente. Questo interesse si sta muovendo su due strade parallele. Da una parte la realizzazione o il riequilibrio di format che, in modo articolato, parlino o si occupino di videogiochi. Dall’altra, produzione diretta come valore aggiunto per prodotti televisivi.
Per quanto riguarda il primo tipo di impegno, in Rai, da qualche anno, ci sono figure che si occupano quasi prevalentemente del settore videogiochi e io ho la fortuna di essere tra queste. Ho realizzato qualche anno fa per RaiSat Ragazzi la prima trasmissione Rai interamente dedicata all’universo dei videogiochi che si chiamava Giga Bit e sto pensando ora ad un nuovo format per Rai Gulp, il canale del digitale terrestre appena nato, che dal prossimo autunno si occupi in pianta stabile e con criterio di videogiochi. Ma non dimentichiamo il grande impegno di Rai Futura con una serie di trasmissioni come L33t e Play (la prima e’ addirittura approdata su RaiDue) entrambe condotte da Michele Bertocchi che, non per caso, avro’ come conduttore anche per Rai Gulp.
Per quanto riguarda il secondo tipo d’impegno, RaiNet ha lavorato benissimo per la ristrutturazione del portale dell’azienda nell’ottica dell’interattivita’ e per la realizzazione dei nuovi siti dei canali RaiSat Ragazzi, RaiSat Smash, RaiSat Yoyo e Rai Gulp che – su mio progetto – contengono molti prodotti interattivi assimilabili ai videogiochi. Cosi’ come ha lavorato benissimo lo staff del dtt sotto la guida di Roberta Enni per la creazione di valore aggiunto interattivo per le trasmissioni che sono approdate sulla piattaforma del digitale terrestre. I cambiamenti nei confronti dei videogiochi e dell’interattività sono evidenti ma non sono visibili, date le dimensioni dell’azienda, dal giorno alla notte. Quello che posso dire, almeno per quanto riguarda i settori di cui mi occupo direttamente e cioé il sat e il digitale terrestre, è che è stata imboccata la strada giusta e ne avrete prova nei prossimi mesi (speriamo bene, ndemack).

Ritieni che eventi come il GameCon possano dare una spinta al settore, o sono casi troppo isolati e/o troppo mal bilanciati per poter sortire un qualche effetto positivo?
Un evento, anche con i suoi difetti, è sempre un momento di confronto tra realtà che lavorano in uno stesso settore. Della GameCon potremmo restare a parlare un giorno intero, sia di pregi che di difetti ma la trovo ancora un’esperienza utile. Il mondo dei videogiochi ha bisogno di visibilità e di acquisire credibilità. Ben vengano tutte le vetrine possibili pur con tutte le loro pecche.

Ti ringrazio per la tua immensa disponibilità. Come ultima domanda, ti chiedo di parlarmi – se possibile – dei tuoi futuri progetti videoludici.
Il mio prossimo progetto videoludico è quello di insegnare videogiochi all’università. Da novembre infatti insegnerò Game Design e Ludologia alla Link Campus University di Malta nella sede di Roma. Un insegnamento all’interno del biennio di specializzazione di Scienza delle Comunicazioni. Negli ultimi tempi i videogiochi sono entrati nelle università o dalla porta di servizio o all’interno di grandi minestroni. Credo sia la prima volta che sono protagonisti esclusivi di un esame universitario. Almeno in Italia. Interrogare su Doom sarà sicuramente suggestivo.
A livello pratico mi piacerebbe davvero che qualche azienda rischiasse qualche euro per portare online sotto forma di mmorpg il mio libro Inferi On Net. Ma, visti gli scenari, credo che il mio resterà un sogno. Almeno in Italia.

Morire in Fable 2

Fable 2

Sembra che Peter Molyneux abbia trovato un nuovo modo per implementare l’esperienza della morte in Fable 2. Dopo un’intervista comparsa alcuni mesi fa su Lionhead.net, in cui il famoso designer svelava di star cercando una rappresentazione alternativa all’odierno morire nei videogiochi (cioé al perdere tutti i punti vita, assistere alla schermata di game over e ricaricare dall’ultimo savegame), poche settimane fa sono emersi ulteriori dettagli sul sistema proprio per voce dello stesso Molyneux: al fine di conferire maggiore drammaticità agli eventi, quando la barra di salute si troverà al minimo, e il personaggio si appresterà ad accasciarsi per terra, al giocatore verrà fornita la possibilità di convertire i punti esperienza in nuova vitalità per riprendere la battaglia (altrimenti, il nemico si avvicinerà per finire il suo lavoro); tale scelta segnerà indelebilmente anche il corpo, in guisa di cicatrici indelebili. Come si sarà capito, il risultato da raggiungere consiste nel dare all’utente l’idea di sentirsi come un eroe hollywoodiano che, proprio nel momento in cui sembra di andare incontro ad una sorte avversa, recupera le forze e sbaraglia gli avversari. Vanità, ecco il termine-chiave usato dal fondatore di Lionhead.

Da questa piccola (o grande?) feature si nota come un po’ da tutte le parti si tenti di aumentare il coinvolgimento emotivo continuando a scimmiottare vari stilemi cinematografici, con la convinzione che per sdoganare il videogioco e raggiungere pubblici “maturi” siano necessari passaggi di tal sorta; appare dunque evidente l’enorme complesso di inferiorità che l’industria videoludica nutre nei confronti di Hollywood, riconoscendo a quest’ultima non solo un primato in termini prettamenti economici, ma anche per ciò che concerne i contenuti.

Evoluzione?

David Cage

E’ venuto il momento che le esperienze interattive propongano qualcosa di più del divertimento e dell’adrenalina. Dobbiamo offrire un ampio spettro di emozioni, e non solo paura, rabbia, frustrazione, bensì anche amore, odio, empatia, tristezza. Dovremmo anche iniziare a conferire spessore e significato realizzando esperienze capaci di relazionarsi profondamente con l’intimità di un giocatore. La nostra industria è ora pronta per rivolgersi ad un pubblico più adulto e più vasto.
Continueremo a produrre giochi per adolescenti, ma [siamo consci che] non tutte le persone vogliono sparare e guidare. E’ tempo per il nostro medium di raggiungere la maturità. Dobbiamo essere più ambiziosi, più creativi; dobbiamo osare per esplorare nuove direzioni e prendere rischi. Sono convinto di ottenere grandi ricompense seguendo questa strada.

David Cage, Quantic Dream, in un’intervista pubblicata nel numero 74 di Develop

The Legend Of Zelda: Phantom Hourglass – uno sguardo veloce

Piattaforma: Nintendo DS | Sviluppo: Nintendo EAD | Release: 24/06/2007 (JAP) – 01/10/2007 (USA) – 19/10/2007 (EUR)

Link Quando la tua ragazza prende a fissarsi con un videogioco scritto interamente in giapponese, sono pochi i pensieri che riesci a formulare: o è matta, o si tratta di un gran titolo. Ora, io non sono uno di quei tipi capaci di portare a termine un Metal Gear Solid (ma neanche un PowerStone o un Ikaruga) in lingua nipponica: per me la presenza di un idioma comprensibile costituisce requisito fondamentale per la fruizione di un contenuto. Però, parlando di Zelda, ho voluto fare un’eccezione alla regola (pur continuando a non capire quasi una mazza circa gli sviluppi della trama), gettandomi in una lunga sessione di prova.

Quel che immediatamente si realizza non appena si comincia a giocare a Phantom Hourglass è di trovarsi proprio al cospetto di un capitolo della serie di The Legend of Zelda: non solo il protagonista, ma anche scenari e mood generale riconducono alla classica avventura del simpatico Link, per la seconda volta nella sua carriera immerso in un mondo 3D in cel-shading. Questo senso di familiarità rappresenta – per alcuni – un punto di debolezza, un male (in effetti, persino nel sollevare una gallina si capisce che l’unica differenza tra A Link To The Past – uscito nei primi anni Novanta – e il titolo adesso in oggetto consiste nella realizzazione tecnica), mentre per altri costituisce invece il ritorno in un ambiente amico da lasciare quanto più inalterato possibile. Detto in parole semplici, giocare a Phantom Hourglass assomiglia all’ascoltare un disco qualsiasi – purché non appartenente all’epoca Blaze Bayley – degli Iron Maiden: autocitazioni a palate, poche novità strutturali, ma alta qualità.

Continuando a prendere confidenza col prodotto, non si può fare a meno di osservare quanto ottimamente concepito e implementato sia il sistema di controllo, che avviene attraverso il contatto tra stilo e touch-screen; col pennino infatti si muove la fatina (in guisa di cursore, come accadeva in Twilight Princess) che accompagna Link, e con dei semplici tocchi si indica la meta da raggiungere, il personaggio o l’oggetto con cui interagire, il nemico da soverchiare. I movimenti sono naturali e fluidi (per sferrare un attacco ad ampio raggio con la spada, si traccia velocemente un semicerchio; ancora, per utilizzare una bomba la si raccoglie con un piccolo tocco, e la si lancia nel luogo desiderato puntando il cursore verso l’opportuna direzione), tanto da far sorgere la domanda di come mai sia stato necessario così tanto tempo dall’uscita del DS prima di concretizzare in maniera convincente un tale meccanismo. Tanti complimenti ad Eiji Aonuma ed i suoi, dunque, per il raggiungimento di un simile risultato che, ne sono sicuro, verrà in futuro ripreso da molti altri sviluppatori. Integrato nel sistema si trova anche il microfono, sfruttato per risolvere piccoli puzzle ed enigmi (come soffiare per eliminare la polvere che impedisce l’esatta lettura di una carta nautica).

Zelda

Come in Wind Waker (di cui Phantom Hourglass è un seguito), la navigazione assume un ruolo rilevante nel gameplay: la piccola imbarcazione in dotazione è l’unico atto a garantire lo spostamento da un isolotto all’altro. A differenza del titolo GameCube, però, andar per mari appare molto meno romantico in questa occasione, perché meno dispersivo, dato che una volta tracciata la rotta (sempre mediante stilo e touch-screen), la barca (adesso a vapore, non più a vela) la seguirà pedissequamente, lasciando all’utente solo la facoltà di difendersi dagli avversari marini col cannone o saltare ostacoli imprevisti.

Dopo alcune ore di gioco, decido infine di spegnere il DS e restituire la cartuccia alla legittima proprietaria: ciò che ho visto mi manda letteralmente in fibrillazione, ma non voglio continuare a rovinarmi la sorpresa. Sono abbastanza convinto della grandiosità di Phantom Hourglass, pertanto attendo con impazienza il lancio della versione occidentale, fissato per ottobre, e rimando a tale data qualsiasi giudizio definitivo.

Lo strano caso di Manhunt 2

TOPIC FORUM

Manhunt 2Mission accomplished. RockStar è riuscita anche stavolta a far parlare di sé, ovunque: nei forum, in treno, sui giornali, nei salotti della politica.

Iniziamo dai fatti: il mese scorso la British Board Of Film Classification (per gli amici BBFC) ha giudicato non distribuibile sul suolo del Regno Unito Manhunt 2 per via del suo “sadismo casuale, prolungato e cumulativo nel modo in cui le uccisioni vengono compiute e incoraggiate” e che potrebbe costituire un serio rischio per certe fasce d’utenza particolarmente deboli. Successivamente, il ministro delle telecomunicazioni Paolo Gentiloni si è espresso negli stessi termini a proposito del prodotto, proponendone il bando anche in Italia. Ed infine, vero colpo di grazia, la ESRB (che ha il compito di valutare i videogiochi rilasciati per il mercato nordamericano) ha classificato il titolo sotto la categoria “Adults Only” piuttosto che “Mature”. Una tale valutazione preclude al software il noleggio in catene come BlockBuster ma, cosa ben più grave, è rigettata sia da Sony sia da Nintendo. Tutti questi eventi hanno indotto il publisher, l’arcinota Take-Two, a sospendere lo sviluppo del gioco temporaneamente, gettando Manhunt 2 in un limbo di incertezze sul suo futuro.
Il putiferio.

Mission accomplished, dicevo. O forse no? Forse gli sviluppatori, tanto inclini alla provocazione, alla violenza, al tirare la corda sempre più in là, a questo giro sono giunti in un vicolo cieco. Forse i divieti che riguardano Manhunt 2 in realtà sono messaggi volti allo stabilire una volta per tutte quale sia la linea di demarcazione tra il lecito e l’illecito (almeno secondo politici e organi di valutazione) per il mondo dei videogiochi, e per farlo sono stati scelti gli alfieri (mainstream, si intende) della carnografia e della trasgressione a mo’ di vittime sacrificali. O forse, ancora, Manhunt 2 è semplicemente vittima di quei pregiudizi che permeano da sempre il settore. A noi comuni mortali è lasciata solo la facoltà di speculare sulla vicenda, perché ignari delle reali intenzioni dei censori e, soprattutto, perché impossibilitati a provare effettivamente il prodotto.

Però, a differenza di tanti casi analoghi, nelle comunità dei videogiocatori adesso si assiste ad un fenomeno inedito per estensione: ci si interroga diffusamente se sia giusto porre limiti ai videogame. Su Punto Informatico, ad esempio, Davide Bennato propone un'”etica del videogioco” che si faccia carico della effettiva delicatezza di alcuni contenuti posti dinanzi a certi pubblici, e che riesca a risolvere il problema attraverso l’elaborazione di un sistema flessibile capace di non urtare la sensibilità di utenze particolari. Nel forum di Ars Ludica è tuttora in corso un dibattito piuttosto vivace atto a stabilire – tra gli altri spunti di riflessione sollevati – se sia accettabile o meno imporre dei confini contenutistici al medium e quanto essi debbano risultare stringenti.
Manhunt 2 bis
Il problema non è banale. Nel momento in cui si accettano le peculiarità che distinguono il videoludo dalle altre forme di intrattenimento e/o di arte, prima fra tutte l’interattività, si accetta il fatto che sia capace di esercitare influenze forti su chi ne fruisce. E, di conseguenza, un’opera censoria diviene indispensabile. Però, al fine di garantire un servizio efficiente, bisogna che l’organo che se ne occupi sia competente in materia. Le mie preoccupazioni cominciano da questo ultimo punto. Io non penso affatto che oggi i videogame siano giudicati dalle persone giuste con le capacità giuste. Per meglio esprimermi, non sto delegittimando l’agire del PEGI o dell’ESRB, pavento bensì le intromissioni politiche. La storia ci ha insegnato che è sufficiente un estabilishment compatto per ridurre ai minimi termini un’arte, un comportamento sociale, un intero popolo. Basti guardare al caso di Rule of Rose e di Operazione: Pretofilia, giusto per rammentare quelli più freschi e accaduti in Italia. Sono bastate le parole di persone male informate e non coinvolte nel processo valutativo per scatenare casi mediatici o vere e proprie minacce.

Al di là di tutte le paranoie, rimangono degli interrogativi: quali sono (ed in base a quale criterio elaborare) i limiti da apporre ai videogiochi? E a chi affidare il compito? E’ giusto parlare di etica, nei videogame? Discutiamone insieme.