La morte sua

Il recente appuntamento dell’E3 ha dimostrato che il PC, come piattaforma di gioco tout court, sta agonizzando. Non si è fatto che parlare di Kinect, Move e 3DS: parole che sono suonate come i rintocchi delle campane che, alle ore 15.00 di tutti i venerdì feriali, ricordano ai cristiani la morte di Gesù. Agli “accaniti del mouse”, inutile girarci intorno, sono rimaste solo le briciole di un mercato che, fino a pochi anni fa, era di loro esclusiva competenza. Nel mio essere “politically scorrect”, non posso che sorridere di fronte all’ostinazione con cui alcuni amici continuano ancora a difendere l’esperienza di gioco su PC, additandola come l’unica degna di essere vissuta.

Eppure, se ipotizzassimo un futuro videoludico in cui Blizzard e gli FPS online scomparissero, ci sarebbe da chiedersi quali titoli giustificherebbero l’acquisto di quegli ingombranti, costosissimi e rumorosi cabinet, che infestano le nostre scrivanie da un paio di decenni. Rispondere a questa domanda con la parola “Crysis”, non farebbe che amplificare l’assurdità di una così strenua difesa. Pare, infatti, che i ragazzi di Crytek, fino a ieri ultimi alfieri dello sviluppo innovativo ed esclusivo per PC, abbiano realizzato il seguito tenendo conto dei limiti tecnici imposti dalle console dell’attuale generazione. Per abbracciare l’utenza console, infatti, è stato ideato un tool di sviluppo che modifica in tempo reale quello che viene concepito nell’editor, rendendolo immediatamente compatibile con l’hardware di ciascuna piattaforma. Che la mossa sia stata imposta da EA o dal potenziale economico espresso dall’enorme base di 360 e PS3 installata, questo è irrilevante. Permane il fatto che l’industria del “mouse e tastiera”, vacillando anche laddove si era in presenza di un primato tecnologico inviolabile, stia vivendo un periodo davvero buio. Uno di quelli da cui sarà difficile rialzarsi.

È opinione di alcuni che ipotizzare la fine del gaming su PC sia non solo prematuro, ma anche fuori moda. Un po’ come quando si scrive che le avventure grafiche sono morte: lo si ripete da anni e puntualmente si viene smentiti. Ciò nonostante, per quanto sarebbe più corretto parlare di un’evoluzione del modo di giocare e di fruire i contenuti su PC, personalmente ritengo che l’atteggiamento remissivo delle software house, che hanno rinunciato alla guerra del “chi c’ha i requisiti minimi più alti”, sia un altro segnale estremamente negativo: impossibile non tenerlo in considerazione. Sembra che nessuno, infatti, sia più disposto a rischiare di non riuscire a rientrare nelle sempre crescenti spese necessarie allo sviluppo di un videogame. I grandi publisher, ormai, si impongono con autarchia deprimendo qualunque spinta propulsiva che non garantisca ampi margini di guadagno.

Vedremo cosa riusciranno a fare i prossimi Starcraft 2 e Diablo 3, che tutti noi stiamo attendendo da troppo tempo. Nel temere che non saranno sufficienti ad invertire l’abituale tendenza di investire sempre e solo nel mercato del “sofà entertainment”, mi chiedo se la strategia dell’”uscire solo quando saremo pronti” non rischi di fare troppe vittime tra quelli che si sono stancati di aspettare.

Sognando PSP2

Dopo aver assistito all’ennesima discussione tra amici riguardante l’apparentemente inevitabile morte della PSP, mi sono reso conto di essere rimasto uno dei pochi a sostenere che la console portatile di Sony, se opportunamente modificata, avrebbe ancora qualche chance di sopravvivere. A mio avviso, infatti, è possibile ipotizzare una PSP2 capace di conquistarsi un posto d’onore tra il 3DS e l’iPhone. Quest’ultimo, per quanto lontanissimo dall’idea di handled che ho maturato sino ad oggi, si sta imponendo sia per la quantità di software prodotta che per quella dei quattrini movimentati e, nonostante io lo schifi fortemente, non posso evitare di prendere atto del suo successo e considerarlo come uno dei rivali sul mercato. Ora: volendo giocare al gioco del console designer e fingere di aver assunto l’incarico di ripensare ciascun aspetto riguardante la piccola portatile di Sony, quali modifiche apporterei?

1 – SOFTWARE

Per prima cosa dovrei individuare quegli aspetti che mi hanno impedito di sfruttarla fino in fondo. Premesso che sulla mia libreria hanno trovato spazio più di cento UMD, è innegabile che il più grande difetto della PSP risieda proprio nel parco software, inspiegabilmente ancorato alla fallace idea che “mettere la grafica della PS2 in una console portatile è cosa buona e giusta”. Ecco: no. I motori 3D con cui sono stati sviluppati la quasi totalità dei titoli in mio possesso hanno portato a risultati estetici davvero discutibili, e vedere l’ostinazione con cui le software house hanno cercato di sfruttare la superiorità tecnologica dell’hardware Sony, senza mai realmente riuscirci, è una cosa che mi ha dato ancora di più il voltastomaco. Per non parlare delle meccaniche da salotto proposte dalla maggior parte dei giochi che ho provato. Ma insomma! Non ci vuole certo un cervello in fuga per capire che il gameplay di una console portatile deve essere al servizio dell’immediatezza e della massima fruibilità. In questo senso, fortunatamente, ci sono alcuni prodotti che potrebbero essere presi come apripista e grazie ai quali riflettere su cosa e come comportarsi, prima di iniziare a sviluppare per una ipotetica PSP2. Parlo di giochi come Patapon, Locoroco, Crush, Exit o EchoCrome, passibili di essere giocati in maniera semplice e veloce, anche senza l’ausilio di doppi schermi o costosissimi pennini che immancabilmente andrebbero perduti. Volendo citare anche un esempio di cosa NON si dovrebbe fare, basterebbe nominare l’affascinante e dettagliatissimo R-Type Tactics, talmente ricco di feature ed opzioni da risultare ingiocabile se si ha a disposizione solo l’ora e mezza che quotidianamente trascorro sui mezzi di trasporto pubblico.

2 – CUSTODIA

In secondo luogo affronterei il problema della scomodità con cui si trasporta e si maneggia la console. Sembra un particolare ridicolo, ma se ci pensate bene, la possibilità offerta dal DS di chiudere baracca e burattini senza aver paura di rovinare o rompere tasti e schermo è una cosa che, nella frenesia dei momenti in cui si utilizzano le handled, fa la differenza. Penso a tutte le volte in cui sull’autobus/metro/treno mi sono dovuto arrangiare tra borse, zaini, cuffie e chiavi con una sola mano, perché con l’altra ero attento a non rigare o frantumare la mia Fat. Confesso di aver provato diversi tipi di custodia. Tuttavia non sono ancora riuscito ad individuare quella capace di offrirmi la comodità necessaria a riporre la PSP e dribblare le persone che viaggiano costantemente davanti all’uscita dei mezzi pubblici, senza perderne alcun pezzo facendolo. Se ne avessi il potere, quindi, doterei la nuova console di una maschera simile a quella pensata per l’iPad, disegnata appositamente per proteggere e servire da supporto durante la visione di filmati o fotografie.

3 – MULTIMEDIA

Sono sicuro di sfondare una porta aperta nell’affermare che la funzione di portable media center faccia acqua da tutte le parti. Formati audio e video non supportati, pulsanti scarsamente intuitivi e che spesso vengono cliccati per errore (causando l’interruzione della riproduzione), un volume eccessivamente basso, dei menù macchinosi e poco funzionali… Insomma: una merda (si può dire?). Non addentriamoci poi nel discorso browser per internet, che già li vedo tutti quelli che, al day one, si son fatti le pippe pensando alla figata di accedere alla rete con la propria console e che oggi imprecano in latino contro quel sistema di inserimento lettere, “che anche un analfabeta avrebbe potuto pensare in maniera più intelligente“. Che fare, quindi? Semplice: abbattere le barriere legate al supporto di formato e inserire sulla scocca una serie di piccoli tasti in rilievo, attraverso i quali impartire ordini di riproduzione univoci (similmente a quanto fatto per i primissimi telecomandi di cui erano dotati i Walkman® di ultima generazione, sul finire degli anni’90). Per quanto riguarda il Wi-Fi e l’ovvia scocciatura causata dall’assenza di una tastiera, mi chiedo se non sarebbe dannatamente più comodo utilizzare un sistema come quello introdotto da Beyond Good & Evil, dove lo scorrere dei caratteri, disposti in ordine lungo una spirale infinita, era affidato unicamente alla semplice rotazione dello stick analogico. Non sarà cool quanto un touch screen, ma comunque meglio di quanto fatto sino ad ora (iPod escluso).

4 – CHINCAGLIERIE

Sorvolando sulla necessità di una porta USB e di una memoria interna capiente quanto quella offerta dalla PSP Go, troverei quanto meno necessario che il futuro gioiellino di casa Sony fosse dotato (di default) di due batterie intercambiabili e un trasformatore, capace di caricarle entrambe o alimentare direttamente la console durante la visione di filmati o fotografie. Chiedo troppo? Forse sì, ma troppo spesso ho desiderato di non dover più pianificare le ricariche o controllare quanto tempo mi restasse prima dello stand-by forzato. Inoltre, è indispensabile che il Playstation Store offra la possibilità di scaricare non solo giochi e demo, ma anche applicazioni ufficiali e homebrew, senza porre eccessivi vincoli alla sperimentazione tipica che i dispositivi portatili hanno dimostrato di subire (attraendo inevitabilmnte un pubblico sempre più ampio di smanettoni e fanatici del self made).

A questo punto mancherebbe solo di concordarsi sul prezzo di lancio, che difficilmente sarebbe abbastanza competitivo da giustificare l’acquisto di una console che, ormai, tutti danno per morta e sepolta. Nessuno sembra più disposto ad investirci nemmeno un euro e il clamoroso flop della Go dimostra che questo articolo, molto probabilemte, è arrivato troppo tardi. Peccato, Jeff Madar, io c’avevo creduto!

E3, post mortem

Foto di Permanently Scatterbrained

Ho seguito poco l’E3 perché è una manifestazione angosciante. Prima della fiera sono tutti lì ad ammiccare promesse mirabolanti di annunci shock che, regolarmente, non ci saranno. È da qualche anno che all’E3 non viene annunciato nulla, nuove console comprese. L’E3 vive di autoreferenzialità e tenta di trasformare in evento qualcosa che evento non è. Prendiamo il 3DS di cui eravamo a conoscenza da mesi o i vari Move e Kinect che hanno solo confermato tutte le impressioni (negative) dei mesi precedenti. Da bravi videogiocatori finiamo sempre a parlare del nulla mentre il medium mostra evidenti segni di stagnazione.

Ad esempio è stato notato, ma poco sottolineato, che la maggior parte dei titoli maggiori portati in fiera erano sparatutto all’apparenza piuttosto banali. Quanti ‘Call of Duty’ sono stati mostrati? E quanti ‘Gears of War’? Ho perso il conto. A stupire è la reazione esaltata di quelli che, davanti a cloni di cloni, ancora riescono a spendere parole di giubilo, manco fossero dei PR.

Qualcuno mi dirà che, in fondo, c’era Nintendo. Ma cari ragazzi, Nintendo è parte del problema, non la soluzione. Nel senso che coerentemente con le ultime fiere è riuscita a stupire più dei concorrenti diretti, ma lo fa puntando sempre su un repertorio ben strutturato che ormai si porta dietro da diversi decenni. Poco male se ne esce fuori un Super Mario Galaxy, ma siamo sempre lì ad attendere il prossimo Mario per ridefinire gli standard e per cantarne le lodi. Lo stesso discorso è fattibile per l’ennesimo Zelda, l’ennesimo Kirby e l’ennesimo Metroid. Sono sicuro che saranno tutti giochi bellissimi, ma sono sempre parte dello stesso pantheon che ci portiamo dietro dagli anni ottanta e che da allora non hanno fatto mezzo passo in avanti a livello di immaginario, maquillage tecnologico a parte.

È come se il mondo dei videogiocatori cosiddetti hardcore sia stato congelato in una serie di diapositive e che tutto quello che viene considerato ‘nuovo’ sia in realtà un eterno ritorno senza alcuna prospettiva di futuro.

Siamo vittime di un immenso conformismo che ci spinge a celebrare costantemente ciò che eravamo ricercandolo nei prodotti di oggi. Dietro un apparente cinismo non riusciamo a scardinare nessun discorso, ripetendolo all’infinito. Siamo stanchi del passato perché non lo abbiamo mai superato veramente, ma per non apparire patetici non possiamo che dissimularne il disprezzo. Così eccoci a celebrare la gloria dell’ennesimo travestimento della nostra infanzia, eternamente in attesa come tanti Giovanni Drogo, ormai assuefatti alla vista del deserto.

La critica videoludica è il volto kafkiano di questa stasi. Diventata scarafaggio e persa nelle sue eterne contumelie di nessun conto, auspica il cambiamento ma non fa nulla per incarnarlo, sapendo bene che fare un passo in avanti comporterebbe uno sforzo collettivo sovrumano e il rischio d’incomprensione con i lettori. E così, anche quest’anno, ci siamo dovuti sorbire report scritti da fanboy per fanboy, che non dicono nulla e che sono parola nata morta. Il copione è stato rispettato alla grande e le maschere di serietà e professionalità sono state indossate al momento giusto. Come al solito i danni collaterali sono incalcolabili, ricordando che lì dove puoi leggere più volte la parola cambiamento, c’è qualche Gattopardo di troppo.

I videogiochi sono arte?

Già una volta parlai di come nel mondo del cinema non si è arrivati mai a dire “il cinema è arte” in modo perentorio e definitivo, ma ci fu un lavoro di travaso, per certi versi favorito dal clima culturale dell’epoca, che affermò il cinema come arte attraverso un percorso fatto di opere e testi critici. Ovviamente non mancarono i detrattori che non ammettevano il fatto di associare la parola arte al nuovo medium o che, pur accettandone la possibilità, vedevano il cinema come un’arte minore rispetto alle arti classiche, soprattutto alla letteratura. Non mancarono anche le voci di quelli che volevano lasciare il cinema nel suo status di “forma tecnologica di intrattenimento”, relegandolo a curiosità per le masse borghesi desiderose di evasione.

Facendo un salto indietro, chi direbbe oggi che lo stesso successe con il romanzo? Attenzione, non con la letteratura, ma con la forma letteraria del “componimento narrativo in prosa storico o inventato imperniato sulle vicende di uno o più personaggi”, per dirla con il dizionario Garzanti. Questa non è la sede per fare la storia del cinema o della letteratura. Quello che ci serve di sapere è che, preso come valido il principio secondo il quale ogni nuova forma di espressione, nel cercare di affermarsi come tale, trova resistenze da parte della società e che le tesi contrarie si basano in primo luogo sul confronto con l’esistente, non possiamo sperare che i videogiochi riescano a mettere in evidenza le loro potenzialità espressive senza la gestazione di un discorso critico più articolato.

Di che tipo di critico abbiamo bisogno? Per dirla come Umberto Eco: “chi parte con un giudizio prefissato e imposto al lettore non è un critico ma una sorta di carabiniere o venditore (a scelta) dell’arte. È che il critico, lo si era detto, alla fine del processo critico deve elaborare una categoria, proporre un modello da accettare in cambio della lettura analitica che permesso, risolvere in una formula operativa l’opera che ha aiutato a vedere in tutta la sua complessità di congegno; e questa categoria sta al di fuori dell’opera perché è verbale, e come tale permette alla critici di <> le opere d’arte, la loro successione storica, il gioco delle influenze e delle leggi a cui soggiacciono.”*

Aggiungo io che il compito del critico videoludico, in questa fase, è quello di sbagliare, ovvero quello di rischiare proponendo modelli che siano un principio d’ordine, per quanto fallace, che avvii un dibattito serio interno al nostro mondo, cercando di aprirlo agli altri mondi. Quello che è già avvenuto a livello economico e commerciale, dovrebbe diventare un fine anche a livello culturale, in modo da stabilire contatti di reciprocità con gli altri media, uscendo dal gioco delle gerarchie.

Per farlo bisogna in primo luogo evitare le definizioni facili, che nascondono sempre la ricerca di gratificazione personale. Lo scopo primario è il dare forma a ciò che finora è lasciato a livello di mera intuizione, ovvero rendere intellegibile verbalmente la percezione di un senso profondo che si può avere di fronte a un videogioco, pur rischiando di limitarlo.

Non bisogna necessariamente costruire da zero, ma è possibile lavorare partendo dalle sensibilità individuali per cercare di farle confluire in una visione più articolata e globale. L’unica vera urgenza è quella di smetterla di spacciare i videogiochi, pur riconoscendone la natura, come un fatto meramente matematico; ovvero bisognerebbe piantarla di scomporli in minimi comuni multipli lì dove a contare è il quadro generale, che produce il suo senso nella mescolanza inscindibile dei suoi elementi.

Bisogna iniziare a concepire un videogioco come un flusso di informazioni espressive o funzionali legate tra loro le quali, prese singolarmente, diventano altro e non fanno più parte dell’opera complessiva. Insomma, bisogna abbattere a picconate la via adolescenziale del giudizio ormonale nato negli anni ottanta, quando i videogiochi venivano visti in primo luogo come un fatto tecnico e si esprimevano giudizi pensando soprattutto alla qualità del codice.

*(da: P. Consagra, U. Mulas, Fotografare l’arte, Fratelli Fabbri, Milano 1973)

Articolo già apparso su Babel 23

Game Over: again?

Non ci voleva. Ma soprattutto pensavo che non mi sarebbe ricapitato così scioccamente! Ero convinto che prima di trovare un gioco in cui il “morire” rappresentasse uno stimolo al ripetere la stessa sessione, cercando di impegnarsi di più, fosse una possibilità legata esclusivamente alle reminiscenze di un passato privo del tasto F5. Ovvio che, questa osservazione, abbia senso solo ed esclusivamente per ciò che riguarda la mia esperienza videoludica, ché di giocatori seri ce ne sono in giro ancora tanti. Io, invece, mi sono impigrito parecchio, negli ultimi anni. Nonostante ciò, Resident Evil 5 è stato un piacevole scossone alla mia sempre più monotona attività di player. Sto giocando a livello normale… eppure qualche scappellotto ho avuto modo di prenderlo! Oddio, niente che non stia imparando ad evitare, ma la prima missione, quella in cui dovevo fuggire dal boia incappucciato, mi ha dato del filo da torcere.

Non ero più abituato, infatti, a relazionarmi con una scarsità endemica di munizioni e medikit! No davvero! Il morire quattro o cinque volte consecutive è stato quasi come fare una doccia fresca, dopo una nottata di caldo afoso. Inoltre, il mio solito iniziare titoli pubblicati molto tempo prima, mi ha permesso di viverlo senza grandi pregiudizi o aspettative, tanto da rendere la sorpresa ancor più significativa. Questa tipo di sensazione, provata da chiunque sperimenti un qualcosa senza averne letto o visto nulla in precedenza, mi ha dato modo di scoprire un titolo dalle impostazioni tutto sommato vecchie, poco diverse da quello del precedente gioco per Game Cube, un gameplay che sa di Dual Shock 1.0 e un animo ambiziosamente hardcore. Eppure, forse perché così dannatamente ancorato ad un qualcosa di passato, il gioco della Capcom è riuscito a infondermi quel brivido che, altri software sviluppati più di recente, non erano riusciti a trasmettermi.  Nulla di particolarmente eclatante, a dir la verità, ma comunque leggermente più stuzzicante della solita e mediamente insipida minestra. Bisognerebbe, a questo punto, iniziare una piccola digressione sul rapporto tra il concetto di divertimento e quello di difficoltà, così da articolare una riflessione avente come tema il giusto equilibrio tra le due parti. Si potrebbe cominciare con domande del tipo: “Qual è la differenza tra la goduria provata nel riuscire a sopravvivere, con una sola manciata di proiettili, ad un’ondata interminabile di zombie e quella legata allo scaricare un caricatore via l’altro in faccia ai nazisti, fino al raggiungimento del successivo checkpoint?”, e proseguire con: “Eseguire una combinazione perfetta di salti tra piattaforme, può essere paragonabile al pigiare correttamente i tasti di una sequenza QTE in stile Heavy Rain?. Però ho mal di testa e non me la sento. Tanto vale andare nel menù delle opzioni e abbassare al minimo il livello di difficoltà, chè ormai ho perso l’abitudine e la voglia di perdere tempo dietro al Game Over.

Che la colpa di questo mio tedio sia imputabile, per parafrasare Montaigne, all’ingombranza dell’abbondanza?

Aspettando l’E3

L’E3 di quest’anno torna a rappresentare un appuntamento immancabile per tutti gli appassionati videoludici come noi. Dopo diversi anni in cui si è provato a trasformare la fiera losangelina (che per un anno ha pure cambiato location, con amari risultati) in qualcosa che non le appartiene nel DNA, ovvero un evento immerso nella castità, luci soffuse e musica da sala, si torna alle origini che le appartengono: caos, luci, frastuono, gnocche e videogiochi, tanti videogiochi. I nomi che presenzieranno l’E3 sono tanti e altisonanti,  i nostri polpastrelli cominciano già a sudare, fantasticando sui nuovi annunci software e hardware.

Sono curioso di sapere cosa presenterà Valve che ci ha maltrattati alquanto negli ultimi anni sul fronte Half Life, un pezzo di storia che ha saputo rivoluzionare un genere attivissimo come quello degli FPS. Si rumoreggia addirittura di un possibile annuncio combo Source2/Half Life 3. A me piace sognare e a voi? Ho visto un po’ di gameplay di Crysis 2 e un teaser del trailer che verrà mostrato in fiera; il precedente mi lasciò un po’ così, tecnologicamente spaccamascella ma dal gameplay condizionato dai poteri della tuta fin troppo sgravati. Da quanto ho visto, quest’ultima è rimasta e sarà anche possibile combinare i vecchi poteri per ottenere altre abilità, il tutto in un contesto urbano (il che non mi dispiace). Tecnicamente non mi è sembrato così impressionante, forse per via delle risorse impiegate per svilupparlo anche su console? E che diciamo del nuovo XCOM? Un nome storicamente così importante che probabilmente verrà nuovamente rovinato da un titolo che ammicca al giocatore moderno -con la g minuscola- che di sparare non puo’ fare a meno. E’ sicuramente una scommessa ad alto rischio.

Sul fronte PC, da buon adventure gamer quale sono non posso che attendere una data realmente definitiva per il rilascio di Gray Matter, gioco che segna il ritorno dell’amatissima Jane Jensen (autrice dell’intera saga di Gabriel Knight) e che ha subito non pochi ritardi. Bethesda si presenta con dei pezzi da 90 come Brink e RAGE, entrambi di mio speciale interesse, soprattutto quest’ultimo (essendo un iD fag). Brink sembra voler portare l’FPS multiplayer un passettino avanti, cercando di migliorare l’esperienza di gioco di squadra offrendo laute ricompense a chi contribuisce agli obiettivi del team, spingendolo sempre a collaborare come si deve in titoli di questo tipo. Con Quake Wars fecero un discreto lavoro e spero che grazie a Brink arrivi la consacrazione per gli Splash Damage. Cosa dire su RAGE? E’ vero, forse arriva un po’ in ritardo presentando quel tipo di ambientazione (che comunque conosciamo già da un paio di anni) ma a me piace da matti e il connubio FPS/Racing mi ingrifa alquanto, purché ques’ultima componente non prenda il sopravvento sullo sparacchiare a piedi a tutto ciò che si muove.

CliffyB ha di recente dichiarato, che secondo lui, tecnicamente gli sviluppatori nipponici sono indietro rispetto a quelli occidentali; anche se mi trova sostanzialmente d’accordo (per quel che si è visto in questa generazione) non posso che compiacermi nei confronti dell’ultimo trailer di Vanquish (di Shinji Mikami) che sembra un Gears of War sotto steroidi, più veloce, dinamico, caotico e tecnicamente assolutamente rilevante (da ciò che si vede nei video) e poi c’è qualcosa che mi ricorda un po’ i lavori del buon Kojima. Cliffy dal suo canto al di là dello scontato Gears of War 3 ci proporrà Bulletstorm, un FPS pirotecnico dal character design piatto ma dal gameplay interessante per chi ama inanellare combo spettacolari quasi da picchiaduro. Lo reputo un titolo senza particolari pretese, appoggiato (ma non sviluppato) da un nome altisonante come Epic Games. Magari saprà conquistarmi.

Passando all’hardware, c’è molta curiosità e attesa per il 3DS. Non sono un amante del 3D (seppur posseggo un Virtual Boy giapponese), ma tanta è la voglia di vedere Nintendo impegnarsi in qualcosa di nuovo data la puzza di vecchio che emanano le sue attuali console domestiche e portatili. Sarà potente quanto un Gamecube? Sarà macchinoso come quel catorcio del Virtual Boy? Curerà la miopia? Questi sono tanti dei quesiti che molti appassionati si pongono da diversi giorni e tutti, come sempre, staremo a vedere pendendo dalle labbra del duo Fils-Aime/Iwata (sperando che la Dunaway non spunti nuovamente sul palco). Continuando a parlare di Nintendo, tutti si aspettano la presentazione del nuovo Zelda, nato e pensato attorno al Wii e alle sue peculiari caratteristiche di controllo; difficile che Nintendo sbagli uno Zelda (su NES ne è uscito uno solo, no?! E il CD-I non è mai esistito) ma la domanda nasce spontanea: sarà qualcosa di realmente nuovo? O il solito (ormai) scontato adventure game con il pedissequo iter spadina, boomerang, arco, bombette e così via? Speriamo sia un reboot di quelli tosti, ma ne dubito. C’è ancora qualcuno  convinto di assistere all’annuncio di un Wii HD tanto millantato in passato da quel vecchio pazzo di Pachter ma io dissento,  sicuramente scopriremo come verrà impiegato il Vitality Sensor!

Microsoft e Sony dovranno (ri)puntare i riflettori sulle loro nuove proposte casual con la conferma di date, costi e nomi definitivi di Natal e Move con un sacco di fuffa (probabilmente ridmensionata, nel caso di Natal) assortita in movimento. Il carnevale dei microcefali è alle porte e dobbiamo esserne tutti coscienti (basti guarda qualche video uscito su youtube di recente) ricordando chi faceva commenti sarcastici verso la proposta di Nintendo di qualche anno fa per poi piegarsi scendendo allo stesso livello. Si prevedono anche la presentazione della Xbox360 Slim (sarebbe anche ora) e la tanto rumoreggiata PSP 2, forse provvista di touch screen. Voi ci credete? Penso che Sony stia osservando Apple, forse anche più di Nintendo, per progettare una console multifunzione che sia appetibile anche ai non-giocatori.

Occasioni come queste mi spingono anche a fantasticare. Qual’è il vostro sogno? E cosa vi spaventa?

Come ogni anno sogno l’annuncio di una nuova console domestica di SEGA con allegato Shenmue 3 ma allo stesso tempo ho il terrore che sistemi come Gaikai ricompaiano per questo E3 in versione finale e perfettamente funzionanti.

Potrei stare qui a sproloquiare per centinaia di righe ma eviterò, invitandovi tutti a seguire e commentare insieme le novità di questo E3 sul nostro forum. Iscrivetevi se non lo avete già fatto!

La morte dell’abbonamento?

Negli ultimi anni, i giochi online di massa si sono moltiplicati, innescando una competizione serrata tra le varie aziende del settore, a prescindere da Blizzard e World of Warcraft.

Le aziende occidentali hanno dovuto fare i conti con un’accanita competizione orientale che, se non poteva assolutamente rivaleggiare sul fronte della qualità e della facilità d’uso, lo faceva su quello economico, proponendo giochi quasi del tutto gratuiti, lanciando anche in occidente la tendenza del Free to Play.

In realtà gran parte del Free to Play coreano e cinese (ma ultimamente anche russo) ha grossi limiti e obbliga, a lungo andare, il giocatore a un investimento economico di tutto rispetto, spesso anche superiore a quello che si avrebbe con un classico gioco con abbonamento mensile. Non è un caso che, dopo una iniziale euforia dettata dalla novità, il sistema sia quantomeno in crisi e arrivi, ormai, a proporre modelli assurdi, come nel recente caso dei prezzi degli oggetti acquistabili di Allods Online, dove una pozione per recuperare i malus dovuti al decesso del personaggio poteva costare anche dieci dollari.

Sperimentazioni su modelli analoghi o tangenziali al Free to Play sono avvenute anche in occidente. Il primo tentativo di creare qualcosa di diverso è stato quello di Guild Wars (prodotto da ArenaNet, una società fondata da alcun ex-Blizzard, e pubblicato da NCSoft, una multinazionale coreana). Guild Wars proponeva un gioco massivo senza abbonamenti, in cui le prospettive di ricavo degli sviluppatori si esaurivano dopo la vendita della scatola. Solo dopo cinque milioni di copie vendute i publisher occidentali hanno inziato a prendere sul serio un modello che svincoli gli utenti dal pagamento di abbonamenti o tariffe successive all’acquisto del gioco. Non era solo l’assenza di costi aggiuntivi a rendere appetibile Guild Wars: il gioco, grazie alle sue tre espansioni, racconta una lunghissima storia che rende l’esperienza dei giocatori epica ed interessante: il mondo sarebbe cambiato attorno a loro e avrebbe rispecchiato le loro imprese, la storia sarebbe stata la loro storia, non quella di altri in cui avere solo il ruolo di bassa manovalanza.

Molto più spesso, le prime sperimentazioni erano segno di crisi palese: Funcom decise di rendere Free to Play parte di Anarchy Online perché ormai il numero di utenti paganti era diventato troppo esiguo e lo staff faceva fatica a trovare i fondi per continuare a far evolvere il gioco. Rendendo gratuita a tempo indeterminato la parte inziale (e più vecchia) del gioco, Anarchy Online è riuscito a rilanciarsi e a ritrovare la stabilità economica.

Solo recentemente qualcosa di diverso dall’abbonamento è diventato il modello commerciale principale dei giochi online massivi.

Wizard 101 è stato il primo titolo a presentarsi al grande pubblico tramite un sistema di pagamento che, seppur non proprio Free To Play, ci va molto vicino: gli utenti possono scegliere un abbonamento mensile tutto sommato esiguo (circa 5 euro al mese), che include anche opzioni per giocare in famiglia, oppure comperare le zone di gioco tramite micropagamenti da uno o due dollari l’uno. Se il secondo modello sembra molto più costoso, per un giocatore occasionale è sicuramente la scelta più saggia: si paga man mano che si avanza, visto che il gioco è diviso in zone di difficoltà crescenti. La parte inziale, invece, rimane gratuita per tutti e permette ai giocatori di farsi un’idea del gioco.

Contemporaneamente a Wizard 101 è arrivato nel resto d’Europa anche il francesissimo Dofus che, esattamente come Wizard 101, proponeva già da qualche anno una formula ibrida Free to Play / Abbonamento, con una cospicua area di gioco iniziale aperta a tutti indiscriminatamente e senza limiti di tempo.

Il successo di questi due titoli ha convinto anche Sony a sperimentare (con molto successo) la formula nel suo atipico e recentissimo Free Realms, un’altra dimostrazione che un modello alternativo è possibile, non solo dal punto di vista degli abbonamenti ma anche per quanto concerne il game design.

Gli ultimi arrivati in questo scenario sono stati i giochi Turbine. L’anno scorso è stato l’anno del rilancio di D&D Online, ribattezzato per l’occasione D&D Online Unlimited. La nuova formula prevede l’accesso al gioco e a tutte le vecchie avventure in modalità gratuita, più una serie di adventure pack a pagamento per i giocatori di lunga data. La scelta è stata saggia perché la struttura del gioco, basata su storie coese ed avventure dal design paragonabile a quelle di un gioco single player di buon livello, premia più l’utenza occasionale di quella assidua, che di certo non trovava nella vecchia formula ragioni per rimanere più di qualche mese.

Il modello ha prodotto risultati molto incoraggianti: i server si sono triplicati e in appena un anno sono stati pubblicati quattro update, che hanno espanso di molto i contenuti e le ambientazioni del gioco. Prima non c’erano soldi per farlo e, al momento del cambio di rotta, il gioco avrebbe chiuso nel giro di qualche mese.

Proprio grazie a questi risultati, il 16 giugno partirà la beta per applicare lo stesso tipo di modello commerciale a Lord of the Rings Online. Nonostante questo gioco affianchi una struttura da MMOG classico ad una storyline cooperativa in costante evoluzione, simile a Guild Wars e D&D Online, Turbine ha ottenuto numeri così positivi da credere che anche il suo gioco ammiraglia potrebbe trarre ulteriore giovamento da uno svecchiamento delle modalità di utilizzo, nonostante sia in costante crescita da tre anni a questa parte.

Ma come è possibile distribuire gratuitamente un gioco online? Non sono costosissimi da esercire?

In realtà, per le strutture informatiche attuali no. I dati utilizzati da un personaggio di un gioco online ormai sono di grandezze quasi insignificanti per il costo delle memorie di massa e per la capacità di elaborazione dei database moderni, da sempre i due colli di bottiglia principali dei giochi massivi. Rendere un mondo persistente, per quanto grande, non è molto complesso, in particolare se si usano soluzioni e tecnologie moderne per realizzarlo (e Turbine e CCCP sono due dei developer più all’avanguardia su questo punto). Il grosso dei dati è in sola lettura, molto spesso ospitati direttamente nei PC degli utenti ed il resto si riduce a esercire una grossa chat ed i dati dei personaggi, che ormai non sono molto più complessi di un profilo di Xbox Live!.

Con queste premesse si arriva a estremi come EVE Online, dove l’intero gioco è una gigantesca web application (ovvero un sito web con funzionalità molto evolute) con un client grafico che dà l’illusione del tempo reale (che in EVE non c’è mai, nemmeno nei combattimenti PVP). I risultati li conosciamo tutti: un pugno di informatici islandesi è riuscito ad abbattere tutti i record di concorrenza per un gioco massivo.

Anche il problema del traffico dati è molto relativo, visto che un utente di un gioco online di oggi produce poco più traffico di quello che produceva un giocatore di Everquest dieci anni fa, anche grazie al fatto che il suo client si fa carico di parte del lavoro che una volta era gestito dai server centralizzati. Naturalmente ci sono delle soglie oltre il quale il problema di connettività e storage diventa critico, ma quello è un problema che lasciamo a Blizzard che, in proporzione, è molto più inefficiente rispetto ad un gestore relativamente piccolo come Turbine o CCCP.

L’altro perno su cui Turbine sta lavorando molto bene è far capire agli utenti che ci sono modelli diversi da quelli flat e che forse sono molto più adatti alle loro esigenze. Le formule a consumo, anche se mediamente più costose di quelle flat, spesso si traducono in un cospicuo vantaggio per gli utenti non assidui. Giustamente Turbine vuole attirare l’attenzione di tutti quelli che non disdegnano una partita a Final Fantasy o Mass Effect ma che non hanno tempo, budget o voglia di impegnarsi a tempo pieno per ripagarsi la spesa di un abbonamento mensile ad un MMOG classico.

Se osserviamo il mercato orientale (che continua ad essere all’avanguardia anche su questi aspetti), ci rendiamo conto che si stà già andando oltre. Una sessione di gioco online diventa sempre più simile ad una telefonata con il cellulare: tariffe ad ore, spesso standardizzate e condivise tramite un sistema di credito virtuale ricaricabile tra diversi giochi, rendono l’idea del gioco online ancora più appetibile, anche a chi magari lo userà non più di tre-quattro volte al mese.

Anche in occidente si iniziano a provare le tariffe a tempo: uno dei pionieri in questo senso sarà proprio All Points Bullettin, per il quale sarà possibile sottoscrivere un piano di pagamento ricaricabile a consumo oltre alla formula mensile classica.

Questo cambiamento nei modelli economici sta portando anche un cambiamento verso il modo in cui questi giochi vengono progettati: Turbine sta inziando a cogliere i frutti di una concezione più moderna, orientata alla qualità piuttosto che al semplice numero. La grande abbuffata di quest tutte uguali lascia il posto a veri e propri episodi, con situazioni ben definite e contesti più epici e avventurosi del semplice “uccidi dieci mostri”. Naturalmente, Turbine non è l’unica azienda a fare questo: anche Bioware sta cercando di rendere Star Wars The Old Republic un gioco con una struttura simile, anche se la popolarità del marchio difficilmente farà rinunciare Electronic Arts alla possibilità di chiedere agli utenti un abbonamento flat.

Questo modello potrebbe essere anche la risposta ai problemi della pirateria e dello sfruttamento del mercato dell’usato: l’esperienza coperativa massiva, unita a dei modelli commerciali a consumo (che non prevedono l’acquisto del gioco!) potrebbero essere la chiave di volta di un sistema più conveniente sia per gli sviluppatori che per gli utenti.