Aliens vs Predator

Sviluppato da Rebellion | Distribuito da Sega | Piattaforme: PS3, Xbox 360, PC | Pubblicato Febbraio 2010 (PC) | Sito ufficiale

La versione testata è quella PC


Aliens vs Predator (1999). Ricordo l’impressione che mi fece il primo episodio e il terrore generato dalla campagna del marine. Ogni passo era un sobbalzo, ogni movimento sospetto mi costringeva a esaminare tutta l’area circostante per cercare di evitare di essere attaccato di sospresa mentre stavo completamente al buio. È stato difficilissimo portarlo a termine, perché gli xenomorfi erano veramente pericolosi e il Predator era una spietata macchina di morte. Però che soddisfazione. Aliens vs Predator 2 (2002) proseguì sulla stessa linea e si giovò enormemente delle nuove tecnologie allora a disposizione, offrendo mappe più ampie e un’atmosfera ancora più claustrofobica, nonostante la difficoltà fosse stata ricalibrata così da non essere proibitiva. Le tre razze disponevano di campagne dalla lunghezza ragionevole che insieme arrivavano a molte ore di gioco e, soprattutto, il level design era pensato per magnificare le caratteristiche peculiari di ognuna di esse. Altri tempi, direbbero i vecchi.

Aliens vs Predator (2010). Avvio la campagna del marine cercando la stessa claustrofobia provata allora, ma dopo il tutorial e qualche passo finisco a combattere gli alieni in una discoteca con una donnina olografica che balla con le chiappe di fuori. C’è qualcosa che non va. Gli alieni sono stupidi e, soprattutto, non sono letali. Pare che si divertano a farsi sparare. Ragazzi, dovete ammazzarmi! Ehi, venite qui! Intorno a me è pieno di marine più tonti di loro che si fanno massacrare al posto mio. È tutto così prevedibile che invece di provare terrore mi viene da sbadigliare.


Gli sviluppatori, a cui dobbiamo Rogue Warrior, hanno cercato di compensare con il gore, ma una scelta del genere piacerà soltanto agli adolescenti che urlacchiano davanti ai vari Saw e simili. Oltretutto il level design è piatto e orizzontale, molto joypad oriented, i punti di approccio dei nemici sono sempre ben visibili e una volta raccolto il fucile a pompa quel minimo di tensione causato dalla poca precisione del mitragliatore scompare. È un massacro… di alieni. Arrivo dalla regina, il primo boss. La furba ha creato il nido su una fornace e oltretutto se ne sta immobile a farsi bruciacchiare senza opporre la minima resistenza. La trama è inesistente, i passaggi tra un livello e il successivo sono surreali e ci si ritrova in una foresta dopo aver attraversato un’area brulla senza capire bene perché. In giro per le mappe si trovano armi, munizioni e degli stimolanti che fanno recuperare energia. Volendo potrei mettermi anche a cercare i diari audio, ma la sovvenuta tristezza di vivere me lo impedisce. I momenti più difficili sono causati dagli script che bloccano i controlli. Fortunatamente dura poco, ma degli script e della longevità riparlerò più avanti.

Deluso dalla campagna del marine, avvio quella dell’alieno. Passato il solito tutorial inizio a prendere confidenza con i controlli. Non è male. Correre sui muri è divertente. Peccato per la stupidità dei nemici (marine e androidi) che non sentono le urla dei colleghi mentre li scanno amabilmente a una cassa di distanza. L’unica vera difficoltà viene anche qui dalle sequenze scriptate (ho già detto che ne parlerò più avanti? Meritano un discorso a parte). Proseguo abbastanza agilmente e sto quasi prendendo gusto nell’essere un alieno, nonostante le mappe siano le stesse del marine e rendano poco con il figlio di Giger e la trama sia ovviamente inesistente (vabbé che anche quella del marine…). Quasi quasi lo rivaluto e… finito? Perfetto, la prima campagna con l’eiaculazione precoce della storia dei videogiochi. Anzi, peggio, l’alieno è venuto infilandosi il preservativo. Oltretutto lo scontro finale con i Predator è quanto di più scialbo la mente umana abbia mai ipotizzato.

Ormai manca solo la campagna del Predator. Anche qui il tutorial e poi via. Dopo qualche minuto di gioco mi viene in mente solo una parola: facile. Il cacciatore spaziale può usare tutti i poteri che lo hanno reso celebre, invisibilità e vista termica comprese, ha degli artigli niente male e permette un approccio più eterogeneo alle mappe rispetto alle altre razze, proprio in virtù delle sue capacità. Peccato che la stupidità dei nemici lo favorisca in modo eccessivo. Alla fine della sua breve campagna viene da chiedersi se sia veramente così facile attirare un marine in un’imboscata e, soprattutto, se non fosse il caso di sfruttarlo meglio. Ma questa è un’altra storia. Come al solito le difficoltà maggiori arrivano da…

Il gioco è pieno di sequenze scriptate che causano più di qualche problema. Prese singolarmente sono animazioni di morte ben fatte e spettacolari, il problema è che sono estremamente rigide e mal si legano con l’azione. Ad esempio un’animazione del Predator prevede la decapitazione del malcapitato di turno con estrazione della spina dorsale e ammirazione del trofeo appena conquistato. Niente da eccepire sulla sequenza in sé, peccato che non possa essere interrotta per nessun motivo e che renda il cretino delle stelle vulnerabile a qualsiasi attacco (ad esempio a un nemico sopraggiunto alle spalle). Le poche volte che sono morto è stato proprio per colpa delle sequenze scriptate. Possibile che il fatto di essere sotto il fuoco nemico non consigli al nostro abilissimo cacciatore di piantarla di rimirare il suo trofeo? Cos’è, le predatrici non gliela danno se non perde tempo a osservare tutte le teste che stacca? Il difetto è presente con tutte e tre le razze, ma con il marine è meno percettibile, poiché la maggior parte degli scontri avviene a distanza.

Il gioco dura in totale poco più di sei ore. Diciamo che mettendosi a cercare tutti gli oggetti nascosti si può arrivare anche sulle otto, ma farlo serve soltanto per sbloccare gli achivement e i trofei, quindi su PC è un’operazione poco utile. Generalmente non mi piace parlare della longevità per vari motivi, ma in questo caso sono costretto a fare un’eccezione: la campagna più lunga è quella del marine che dura circa tre ore, la campagna dell’alien si finisce in un’oretta o poco più e il resto del tempo lo si può dedicare alle cinque missioni del Predator. Poco? Sì, considerato anche che la sezione più breve è quella della razza più intrigante da usare e, soprattutto, che le mappe si ripetono quasi identiche da una campagna all’altra. Dimenticatevi i vecchi Aliens vs Predator in cui ogni razza aveva i suoi livelli dedicati, perché qui il riciclo è totale. Ovviamente si attraversano in modo differente passando per strade apposite, ma è sempre un tornare negli stessi luoghi e va detto anche, considerando il lato dello sviluppo, che per quanto si possa essere abili come mapper, realizzare un singolo ambiente che vada bene per tutti e tre deve essere un’impresa improba. Il risultato finale è che sono state sotto sfruttate molte delle caratteristiche più interessanti del gioco, con l’alieno che, ad esempio, ha solo una mappa libera su cui correre e che gli permette di sfruttare veramente la sue capacità di arrampicarsi sui muri.

A risollevare leggermente le sorti di questo disastro ci pensano le modalità multiplayer che riescono a intrattenere per qualche ora. Peccato che basti poco a far emergere dei grossi problemi nel bilanciamento e, soprattutto, la piattezza generale del design delle mappe. Insomma, va bene per un paio di giorni, nelle pause da Team Fortress 2 o Counter Strike, ma è difficile che possa venire voglia di andare oltre, soprattutto se si è giocato a qualcosa di meglio (non ci vuole molto a trovarlo) e se si considera che il multiplayer di Aliens vs Predator 2 era molto meglio di questo. Che altro dire?

Commento: Che disastro.

Prison Break: The Conspiracy

Sviluppato da ZootFly | Distribuito da Koch media | Piattaforme: PS3, Xbox 360, PC | Pubblicato nel  marzo 2010 | Sito ufficiale

La versione testata è quella PC


Lo confesso, ho usato Prison Break: the Conspiracy per fare un esperimento e ho sfruttato un paio di amici come cavie. Uno dei due è un fan sfegatato della serie televisiva, mentre l’altro non ne ha mai vista una puntata nonostante l’insistenza del primo nel proporglielo come il miglior telefilm mai realizzato. La domanda di partenza è quella che sembra porsi ogni recensione di un videogioco sulla faccia della terra: è divertente?

Il fan accende la console e inizia a giocare. Io vado a farmi un caffè e torno dopo una ventina di minuti in salotto. Trovo il mio amico assorto e completamente immerso nel gioco. Ci scambio qualche parola e ottengo una serie di citazioni dalla serie che, pur avendone viste alcune puntate, non capisco appieno (lui è uno di quelli che sa vita, morte e miracoli di tutti i personaggi… anche dei cani e delle mosche). Gli piace il gioco? Assolutamente sì. Mi tengo fuori dal giudizio perché in questo caso non è importante. Perché gli piace? Parlandone a posteriori mi ha detto principalmente perché secondo lui cattura bene lo spirito del telefilm. Mettiamoci anche un altro paio di elementi: era molto eccitato dal poter provare il gioco prima che uscisse nei negozi e quando gli ho proposto la cosa si è in un certo senso sentito investito da una specie di missione che trascendeva il titolo in sé.

Il problema è capire se tutto questo faccia parte del gioco. Direi di sì, visto che mi è impossibile negare che si sia divertito da pazzi, arrivando a chiedermi di dargli la mia copia (“Tanto a te l’hanno regalata, purciaro”… ahem, che amici che ho!).

Con il secondo amico la prova è andata diversamente. Premetto che non è un videogiocatore accanito e che preferisce di gran lunga i titoli casual a quelli più impegnativi (a livello di tempo). Grande giocatore di Farmville e Bejeweled vari, non disdegna però di dedicarsi a qualche gioco più complesso quando attira particolarmente la sua attenzione. Anche lui inizia a giocare. Passato qualche minuto in silenzio davanti allo schermo inizia a parlarmi d’altro. Passa una mezz’ora e capisco che sta giocando quasi per farmi un favore. Mentre parliamo della canzone di Emanuele Filiberto rifatta da Elio e le Storie Tese, gli chiedo a bruciapelo se si sta divertendo. La risposta è un sì poco convinto. Però continua a giocare. Nota qualche errore narrativo che l’altro non aveva notato e dice che il gioco è carino ma non lo esalta.

Ho per caso scoperto l’acqua calda? Ovvero che i fan sono più portati ad apprezzare titoli ispirati alle loro passioni i quali, giocati da altri, possono lasciare indifferenti? Sì, questo è ovvio e non avevo bisogno di nessun esperimento per dimostrarlo. Averlo fatto mi consente però di riflettere sulla natura del divertimento e su quanto sia assurdo volerlo usare come “elemento oggettivo di giudizio” in una recensione.

In questo caso se il primo amico dovesse scrivere di Prison Break: The Conspiracy, ne uscirebbe fuori un articolo esaltato in cui lo definirebbe senza dubbio un capolavoro… e ne sarebbe convinto, perché per lui è così. Nel secondo caso la recensione sarebbe più fredda e distaccata e probabilmente di capolavoro non si parlerebbe mai. Chi dei due avrebbe ragione? Se considerassimo il solo divertimento, la avrebbero entrambi, perché non è possibile per nessuno negare a una persona il fatto che si sia divertita o meno, anche con il gioco (o qualsiasi altra cosa) più brutto del mondo.

Oltretutto, immagino che i fan della serie preferirebbero conoscere il giudizio di un fan come loro rispetto a leggere l’articolo di un indifferente. Perché? Perché anche loro si esalterebbero per le citazioni e le atmosfere mutuate dal piccolo schermo. Anche loro saprebbero cogliere le sfumature che ha colto lui e trarrebbero piacere nel leggere un testo scritto da chi pensano possa comprendere quello che cercano nel videogioco del loro telefilm preferito.

Viceversa i non-fan rimarrebbero freddi di fronte alla passione, che può far chiudere gli occhi sui difetti, anche quelli più evidenti, e preferirebbero sicuramente l’altro articolo, più nelle loro corde.

Diventa quindi facile affermare che il divertimento non nasce soltanto dal gioco in sé, quanto da una serie di fattori che vanno a interagire tra loro e di cui il gioco è effetto e causa nello stesso momento. È proprio per questo che bisognerebbe cercare di tenerlo fuori da ogni discorso critico, dandogli il ruolo che merita. Cercare di renderlo un “dato” è un atto di arroganza che ne ignora la natura essenzialmente aleatoria e determinata. Se la critica videoludica vuole maturare, può ancora permettersi di rimanere attaccata alla mammella del nulla?

Final Fantasy XIII

Prodotto e sviluppato da Square Enix | Piattaforme PS3, X360 | Rilasciato il: 9 Marzo 2010

Pesante come un macigno, Final Fantasy XIII è uscito e si è fatto giudicare. Incurante di tutte le reazioni, dopo un inizio stentato ha iniziato a macinare copie su copie nonostante le critiche. I fan si polarizzano su due schieramenti estremi: chi lo ama e chi lo odia. In molti si chiedono se valga ancora la pena di giocare a un Final Fantasy, anche in virtù delle critiche mosse ai developer orientali di RPG da quelli occidentali, sebbene questi ultimi in realtà si trovino in una non inferiore crisi creativa.

La risposta è semplice: sì, ma non aspettatevi molto. Tredici sa essere irritante e galvanizzante al tempo stesso. È galvanizzante perché ha il miglior combat system e la migliore storia di sempre; è irritante perché tutto è incastrato in una progressione sbilanciata e in uno dei peggiori level design degli ultimi anni.

Tredici non ha mezze misure: diverse decine di ore di gioco vi vedranno imprigionati in mappe linearissime, seppure con scenari che tolgono (quasi) tutti il fiato. A sostenervi in questa inevitabile corsa in avanti una storia orchestrata molto bene e dei personaggi verosimili e generalmente molto poco giapponesi. Con il tempo il gioco si apre ma mai come ci si aspetterebbe, una mancanza che cozza con l’ambizione del resto della produzione.

Il combat system è ottimo ma non lo è altrettanto la progressione dei personaggi e delle battaglie (per lo più obbligate): i designer hanno eliminato qualsiasi tatticismo dal sistema di combattimento; il compito del giocatore è identificare le debolezze del nemico e decidere i ruoli che i singoli personaggi del party copriranno durante lo scontro. Il ritmo è incalzante e inesorabile: le decisioni strategiche pesano e spesso un paio di Optimum sbagliati ti mettono in serio svantaggio. La difficoltà degli scontri è discutibile: a schiere di incontri che si risolvono in pochi secondi si alternano dei boss molto difficili, che richiedono decine di tentativi prima di scoprire la strategia migliore. Fortunatamente ci sono moltissimi checkpoint e se si muore si ritorna in gioco subito prima della battaglia, tuttavia questi stop forzati rovinano un po’ il ritmo degli avvenimenti che pure normalmente è molto ben cadenzato.

Se dovessi definire Tredici in una parola, questa sarebbe stonato. La grafica dettagliatissima fa i conti con animazioni in alcuni casi inspiegabilmente scadenti e mappe che non le rendono giustizia, e il combat system inciampa nella stessa linearità del gioco che invece dovrebbe sostenerlo. Tutto è leggermente fuori fuoco, poco lontano dal giusto equilibrio eppure abbastanza da sentire la differenza.

A farvi andare avanti ci pensano la storia e i personaggi che, anche grazie ai numerosi intermezzi montati e diretti molto bene, hanno una profondità ed una caratterizzazione molto superiore alla media.

Tredici dimostra che un’ottima regia può fare realmente la differenza nella qualità complessiva di un titolo che altrimenti sarebbe potuto essere solo poco sopra la media. Il sistema di gioco basilare e innovativo merita di essere almeno provato, aspettando che Square costruisca attorno ad esso un gioco realmente all’altezza delle sue potenzialità.

Mimetismo della mimica: anacronistico?

L’altra sera, mentre spulciavo titoli usati e mi informavo sulla PSP Go in un punto vendita di una misconosciuta catena commerciale, mi sono imbattuto in una scena che mi ha fatto riflettere. Ad una postazione Wii stava girando una copia di Mario Power Tennis, un titolo del 2009. Ai controlli, un bambino di neanche dieci anni si stava agitando come un matto. Premetto di non possedere la console Nintendo, di averci giocato davvero poco e di provare un certo scetticismo dei confronti della maggior parte del suo catalogo software. Ma torniamo al teatrino… All’inizio, guardando lo schermo, ho sorriso pensando a quanto fosse n00b il pischello. Sul monitor campeggiava a chiare lettere una sequenza di simboli (0 – 3) che, a mio avviso, inchiodavano inequivocabilmente il giovane player alla realtà di una sconfitta. Finalmente – ho pensato io – un gioco che si impegna a contrastare la dilagante piaga del popolo dei “casual”. Il bambino, inoltre, muoveva il remote in maniera palesemente scoordinata, senza simulare il gesto del dritto o del rovescio. Il suo dimenarsi era tanto stonato e disarmonico da riuscire a strapparmi un secondo sorriso sardonico.

Il controller era tenuto alto, come fanno i vigili quando utilizzano la paletta per fermare le auto; gli input motori  erano principalmente costituiti da colpi secchi, che non corrispondevano assolutamente alla mimica tipica del tennis, a cui ciascuno di noi è stato abituato da anni e anni di passive schermate statiche sorbite nel week end, davanti alla televisione. Ogni venti o trenta secondi, il pupo si lanciava anche in un balletto dalle cadenze molto sudamericane, agitando il remote quasi fosse una maracas. Incuriosito dalla grezzura con la quale stava usando i controller, mi sono soffermato per capire le effettive dinamiche di gioco. Nel mentre, un Diddy Kong in bassissima risoluzione continuava a trasformarsi e schiacciare, portando a segno dei colpi che continuavano ad incrementare il divario in termini di punteggio. Sono dovuti passare cinque minuti buoni, prima dell’epiphany. Al termine del match, infatti, avevo ormai capito che il nano aveva stracciato la cpu, lasciandomi con il proverbiale moccolo al naso. Preferisco sorvolare sulla faccia garrula e festante del puffo che, vista la mia espressione basita, si capiva essere intenzionato a sfidare il vecchio incredulo. Preferirei infatti soffermarmi sull’utilizzo che veniva fatto del “fino a poco tempo fa ancora inimitato” pad giapponese. Non avendo mai approfondito la conoscenza con l’ultimo hardware della Nintendo, avevo sempre pensato che parte del successo della Wii fosse legato al fatto che, giocando a tennis, si simulasse il movimento della racchetta. Stesso discorso per gli altri sport: a bowling quello del lancio della palla, al golf quello della mazza e via dicendo. Ma quel bambino non simulava nessun gesto atletico: utilizzava il remote come se fosse una bacchetta i cui movimenti erano completamente slegati al mimetismo della mimica di cui sopra. Ci sto ancora pensando adesso, senza trovare una spiegazione alla cosa.

Io la Zapper la usavo come se fosse una pistola vera… diavolo, il bello era quello, no!?

Infinite Space

Sviluppato da Nude Maker & Platinum Games
Pubblicato da SEGA | Piattaforma Nintendo DS | Rilasciato il 26 Marzo 2010

Nonostante sia stato definito da molti siti come un gioco in cui i combattimenti sono basati sul sistema carta-pietra-forbici che piace tanto ai giapponesi, Infinite Space è un gioco godibile, se lo si prende per quello che è.

Il tempismo e la gestione della posizione è il fulcro del combattimento: un ordine avventato ti può lasciare scoperto per parecchi, prezioni secondi, con conseguenze catastrofiche.

Purtroppo però la storia è solo parzialmente soddisfacente: la non linearità estrema costringe il ritmo della narrazione ad un andamento discontinuo, che è aggravato dal fatto che il gioco non ha alcun tipo di quest-log, nonostante ci siano parecchie side-quest e diversi obiettivi a lungo termine. Il respiro rimane epico, ma avrebbe potuto essere valorizzato di più.

Infinite Space si fa perdonare quando si considerano le enormi potenzialità di personalizzazione e flessibilità del sistema di gioco. Ci sono circa 100 modelli di astronave diversi, ognuno renderizzato tramite il motore 3D prodotto da Criware. Il numero di moduli, ufficiali ed armamenti a disposizione è qualcosa di impressionante: le possibilità di configurazione sono realmente infinite ed il gioco ce la mette tutta per farvene usare il più possibile.

La galassia è gigantesca. Anche se è ridotta in cluster per rendere il tutto gestibile dal Nintendo DS, il sistema non fa perdere affatto l’atmosfera di esplorazione ed avventura: c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire o incontrare, anche sulle vecchie rotte trascurate da alcuni capitoli. Nonostante le differenze di esecuzione, Infinite Space riesce a replicare le atmosfere epiche di Elite o di titoli più moderni come Nexus: The Jupiter Incident (da cui prende più di uno spunto per la GUI) o Homeworld.

Infinite Space non è il tipico RPG e non è un gioco per tutti. Il risultato è un buon mix tra un gioco di simulazione e un’avventura testuale giapponese. Il risultato è un approccio alternativo al genere, seppur con qualche difetto di giovinezza ed accessibilità.

Battle Tutorial 1

Battle Tutorial 2

Battle Tutorial 3

Sviluppo PC e Console: una panoramica

Prima che inizi il flame, mi preme dire che in questo articolo non entrerò nel merito dell’eterna polemica “giochi console VS. giochi PC”, bensì vi racconterò qualche cosa sullo sviluppo per console confrontandolo con lo sviluppo per PC.

Ordinerò i pensieri per categorie.

MEMORIA

Come sappiamo, su PC abbiamo come minimo 2GB di memoria più la memoria video , mentre su console ne abbiamo un quantitativo decisamente inferiore: se consultiamo Wikipedia, scopriamo che le console next-gen hanno circa 512MB di RAM tra memoria video e memoria di sistema.

Sapendo questo, capiamo che l’approccio all’uso della memoria deve essere estremamente attento. Non solo: il modo in cui si tratta la memoria cambia completamente.

Per farvi un esempio: quando su PC si libera 1MB di memoria, non cambia praticamente niente, mentre su console è un quantitativo che viene accolto con gaudio e tripudio.

Inoltre il PC è una macchina dinamica, che potrebbe avere più o meno memoria, quindi un gioco potrebbe voler utilizzare quella memoria aggiuntiva. Nonostante questo, dovrà stare attento: il gioco non è l’unica applicazione che sta funzionando sul PC, quindi le risorse potrebbero essere già utilizzate in piccola o larga parte.

Su console questo problema non esiste: la memoria è una risorsa nota e possiamo utilizzarla come preferiamo.

Questo ovviamente cambia l’approccio: su console una soluzione conveniente è quella di utilizzare delle pool di memoria che allocano dei grossi blocchi per poi gestire le piccole allocazioni internamente, e queste pool possono essere fisse.

Su PC questa soluzione può funzionare, ma non sfrutterà il maggior quantitativo di memoria. Sarà quindi necessario avere un sistema che dimensiona le pool a seconda del sistema.

Inoltre, abbiamo il problema della frammentazione della memoria: siccome su PC la memoria potrebbe essere in qualunque stato, potrebbe succedere ad esempio che abbiamo 8GB di RAM di cui 4 liberi, ma il blocco più grosso è, poniamo, di 4MB. Se il gioco vuole allocare una pool da 16M, il sistema non troverà niente da usare e quindi utilizzerà la memoria virtuale, ossia l’hard disk.

A quel punto il nostro gioco inizierà a scattare orrendamente mentre l’hard disk verrà stressato.

Ci verrebbe da pensare che quindi su PC è meglio allocare la memoria in pezzi più piccoli, magari con l’allocatore standard. Questa soluzione comunque non va bene, poiché potrebbe aumentare ulteriormente la frammentazione in un ambiente in continuo mutamento: se una pool viene allocata in memoria, fintanto che è lì tutte le allocazioni saranno in memoria. Se invece uso l’allocatore standard, magari la prima allocazione va in memoria, poi va via e l’antivirus si prende quel pezzo. Poi ne arriva un’altra e finisce nella memoria virtuale. Capiamo che non vogliamo che questo accada: per quanto possibile vogliamo predicibilità nelle nostre azioni.

Per questo, nonostante tutto, su PC è comunque meglio usare delle pool la cui dimensione sappia adattarsi alla memoria fisica presente. Magari non automaticamente, ma semplicemente linkata alle varie impostazioni nelle opzioni (qualità della grafica, qualità dell’audio e così via).

L’utente cambierà le impostazioni in modo che il gioco vada bene sul suo PC. Oppure metterà tutto a manetta e quando tutto scatterà e laggherà sul suo Pentium 3 con 512MB di RAM, andrà sui forum gridando ai programmatori che non sanno ottimizzare.

CPU

Saltando l’ovvietà (ossia che i PC hanno tanti tipi di CPU mentre le console hanno lo stesso modello per tutta la loro vita), in genere i PC offrono dei set di istruzioni standard (altivec, MMX, SSE e così via). Le console, invece, hanno praticamente sempre delle CPU custom.

Non è che in realtà siano proprio custom, cioè costruite da zero apposta per la console: sono più che altro processori standard con istruzioni da altri modelli, con l’aggiunta magari di qualche istruzione aggiuntiva fatta apposta e una modifica alla memoria di cache.

Questa soluzione porta a scrivere codice per console in maniera molto più a basso livello rispetto a quello che si farebbe su PC.

Oltre a questo, il fatto che i processori per PC siano tutti diversi porta a scrivere codice in maniera “scolastica”, ossia pulita, ordinata e standard: sarà il compilatore a ottimizzare dove può. Su console, invece, l’avere una sola CPU significa che possiamo fare ottimizzazioni molto forti: ad esempio possiamo lavorare sull’eliminazione dei branch se essi sono un problema per quella CPU. Magari il compilatore avrà delle direttive speciali, che noi potremo usare abbondantemente  durante la stesura del nostro gioco. Questo porterà a codice di certo meno leggibile, ma nettamente più veloce per quella specifica CPU.

GRAFICA

Qui parlo di GPU e di memoria video. Scavalcando la questione “PC = tante schede, Console = una soluzione”, vale la stessa regola delle ottimizzazioni già vista per la CPU.

Oltre a questo, le console potrebbero offrire soluzioni impensabili nel mondo PC: ad esempio una soluzione che su PC dovrebbe essere eseguita su GPU, su console potrebbe essere conveniente farla su CPU. Pensiamo alla PS3 e le sue SPU.

La grafica è generalmente il punto su cui i giochi PC e console possono differenziarsi maggiormente, poiché i PC moderni (tipo Intel i7 con una scheda DX11, Win7 64bit con 8GB di RAM) sono nettamente più potenti delle console presenti al momento sul mercato.

Questo ovviamente impone dei problemi nel fare giochi multipiattaforma: fare una versione PC che utilizzi tutto il suo ben di Dio significa fare shader apposta, avere asset apposta e un’organizzazione della memoria apposta.

Questo impatta tutti gli stadi di produzione:

  • I grafici dovranno fare texture più grandi e modelli più dettagliati apposta per il PC;
  • I programmatori dovranno fare degli shader apposta, che su console potrebbero proprio non esistere (o potrebbero non essere shader);
  • Soluzioni “brute force” che su PC possono essere fatte senza particolari accorgimenti, su console potrebbero richiedere uno studio nettamente piu’ attento;
  • I tool dovranno gestire delle pipeline di conversione piuttosto differenti tra le varie versioni;
  • Gli screenshot andranno fatti dalle varie versioni per sottolineare le differenze. Allo stesso tempo non devono creare danno alle versioni meno spinte, poiché anche quelle versioni devono andare sul mercato;
  • Il marketing dovrà veicolare attentamente le informazioni delle varie versioni.

Capiamo facilmente che una versione PC dei giochi moderni che ne sfrutti appieno la potenza diventa un problema più che altro di costi.

AUDIO

Qui si entra in un campo incredibilmente variegato, forse ancora più  di quello della grafica.

La musica è un asset che può essere piuttosto pesante (per occupazione della memoria, per la decompressione e per il mix), per questo il suo trattamento può essere completamente diverso da macchina a macchina. Ad esempio, su Nintendo DS si usa molto il formato MOD (o XM), poiché consente una qualità eccellente con poca memoria usata e un basso costo computazionale per la decodifica. Purtroppo, ad oggi, è diventato un po’ difficile trovare persone che conoscano e sappiano usare i tracker (nonostante esistano programmi eccezionalmente moderni come Renoise).

Sulle console più potenti e sui PC, invece, non c’è problema nell’usare MP3 , OGG o qualunque formato di compressione che utilizzi modelli cocleari. Nonostante questo, potrebbero esserci delle situazioni (ad esempio per degli effetti sonori molto piccoli o particolari) in cui l’uso di WAV a 8 bit o a un basso sample rate potrebbe generare file più piccoli rispetto alle compressioni MP3, con la medesima qualità e senza il costo aggiuntivo della decompressione.

Tutti questi problemi, su PC, possono probabilmente essere del tutto ignorati (fintanto che l’audio non prende troppo tempo ad essere elaborato, caricato e decompresso), mentre su console sono un problema costante.

Direi che ho detto abbastanza per stimolare le vostre idee: per le domande vi lascio ai commenti.

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Eiaculazione precoce

A volte è proprio questione di un attimo. Avrei voluto scrivere “di secondi”, ma in cuor mio ho confidato che, visto il luogo in cui ci troviamo, si potesse per lo meno parlare di una manciata di minuti. Per me sta diventando una cosa abituale: “sarà l’età”, mi dico. È capitato anche lo scorso week end: dopo averlo inserito nella console, c’è voluto davvero poco per capire che qualcosa stava andando per il verso sbagliato. Fortunatamente, fino ad allora l’ultimo Prince of Persia ero riuscito ad evitarlo. Il primo impatto con il gioco della Ubisoft, infatti, è stato davvero drammatico: al termine della sequenza introduttiva avevo già intuito che tra me è il novello cercatore di asine disperse non sarebbe scattato quel feeling che aveva caratterizzato le mie precedenti esperienze con la serie. Tolto il blu-ray dal lettore, ho inserito quello di Uncharted 2, prestatomi da un amico in via del tutto eccezionale (ché di solito li rivende appena finiti). Prendo il joypad, attendo il caricamento, premo start e… no, dico, volete mettere!?

La differenza tra i primi dieci minuti dei due giochi è una cosa che deve far riflettere. Spesso ci si imbatte in giocatori che si lamentano del fatto che il titolo “tizio” non ha mantenuto la stessa qualità sino alla fine, lasciando trasparire tutta la delusione provata dal veder tradite le proprie aspettative. Sentimenti comprensibili e per certi versi condivisibili, ma che lasciano spazio anche a qualche perplessità, se non adeguatamente contestualizzati. Batman: Arkham Asylum, ad esempio, è stato criticato per una conclusione tanto sbrigativa da non essere all’altezza del resto della produzione. Sì, d’accordo, può anche darsi che Joker, nell’ultima scena, non abbia dato il meglio di sé… ma lamentarsi del finale di un’esperienza di gioco tanto intensa mi sembra davvero voler cercare a tutti i costi il pelo nell’uovo. Se, infatti, torniamo a monte e ci concentriamo sui primi attimi di gioco, risulta immediatamente comprensibile che quella che ci appresteremo a vivere sarà un’avventura al cardiopalma, colma di colpi di scena, ribaltoni e personaggi sopra le righe in puro stile Bob Kane. Così come il Bioshock del 2007: dopo mezz’ora di gameplay si era già capito che i 2K Games avevano realizzato un capolavoro di immagini, atmosfera e plot. Potrei continuare citando il primo impatto con Metal Gear Solid 4, Mass Effect o Dead Rising, che già dai filmati introduttivi preannunciavano intere sessioni di umido godimento. Oppure, essendo partiti dall’occhio del corvo di Broken Sword, si potrebbe addirittura passare per le prime sequenze di Rayman 3 e God of War, senza tralasciare il più volte citato Mafia e il meno acclamato Fahrenheit (flame incoming?).

Non mi si fraintenda: la mia intenzione non è certo quella di insinuare che siano belli solo quei videogiochi dotati di un’introduzione carismatica. Ritengo che le emozioni offerte da un Heroes of Might & Magic V o un Super Paper Mario, per quanto confezionate senza l’uso di “effetti speciali”, meritano tanta attenzione quanto quelle dei giochi menzionati in precedenza. È tuttavia inevitabile che, in un palcoscenico come il nostro fatto di trailer, screenshot, preview code e demo giocabili, all’occhio vada comunque riservata una particolare attenzione. Il rischio è quello di cadere nel limbo del “non visto”. A volte – come si diceva, infatti, all’inizio – è proprio questione di un attimo, quasi che il videogioco fosse come una donna che vediamo passare o il cui sguardo incrociamo in metropolitana: la nostra mente non corre subito alla sigaretta fumata “dopo”, ma si sofferma sui particolari che, per quanto ancora da esplorare, si intuiscono subito se essere o meno degni di tutta la fatica che si farebbe per arrivare al momento di spogliarli. Fortuna che quello dei videogiochi non è un mondo fatto di legno, dico io!