Deadly Premonition

Pubblicato da Ignition Entertainment | Sviluppato da Access Games
Piattaforme Playstation 3, Xbox 360 (versione testata) | Rilasciato a Novembre 2010

Nell’ormai lontano 2007 venne presentato al Tokyo Game Show il primo trailer di Deadly Premonition (in precedenza conosciuto come Rainy Woods), un horror poliziesco che richiamava tanto le atmosfere di Twin Peaks. Un filmato promettente, anche perché a quel tempo molti videogiocatori erano già stufi della nuova concezione di horror moderno popolare, inaugurato con Resident Evil 4 (capolavoro che, col senno di poi, ha stabilito nuovi standard nel genere poco apprezzati dalla vecchia guardia). Considerare questo gioco come un semplice Survival Horror è però sbagliato nonché limitante: Deadly Premonition pesca a piene mani tra i capisaldi di diversi generi ed è stato giudicato in maniera quantomeno controversa, passando da stroncature nette a elogi a tutto tondo, suscitando in me particolare curiosità.

Cosa nasconde questo titolo dal prezzo budget?

Francis York Morgan è un poliziotto dell’FBI mandato a risolvere un caso di omicidio ai danni di una bella cameriera, ritrovata appesa a un albero e aperta in due come una cozza nel bosco di Greenvale, paesino americano di montagna abitato da poche anime. York è un personaggio particolare e un po’ squilibrato: sostiene di avere un amico immaginario di nome Zach con cui starebbe in contatto consultandolo in ogni occasione, e riesce a mantenere un’invidiabile freddezza di fronte ad eventi terrificanti e disgustosi; in poche ore ci si accorge che il personaggio ha alle spalle un triste e sconvolgente passato. Inutile tenervi nascosto che il primo omicidio rappresenta solo la punta di un iceberg insanguinato che investirà i quartieri sparsi di Greenvale, con atti violenti e perversi. Il cast del gioco è vario e ben caratterizzato, sebbene composto dai soliti stereotipi da film poliziesco; i colpi di scena durante la storia non mancheranno e a conti fatti saranno proprio la trama e i suoi personaggi a trainarvi verso la fine, che rappresenta la parte migliore del gioco.

Addentrandoci nella struttura del titolo possiamo affermare che Deadly Premonition ruba a piene mani da Silent Hill, Alan Wake, Resident Evil e un po’ anche da Shenmue. Un pout pourri di elementi che riescono a funzionare egregiamente, pur essendo lontani dall’essere ben rifiniti. La storia viene illustrata in episodi come in un serial televisivo, e ogni volta che carichiamo una partita ci viene illustrato un riassunto delle puntate precedenti con brevi flashback.

Arrivati a Greenvale potremo muoverci per il paese a piedi o usando una lenta automobile gentilmente offerta dalla polizia locale; considerando che l’area esplorabile è molto vasta spostarsi su quattro ruote è caldamente consigliato. Il gioco ci offre una mappa consultabile con tutti gli elementi interagibili (persone, oggetti e luoghi) in bella vista, ma è rovinata dall’impossibilità di zoomare oltre un certo livello, rendendo la sua navigazione davvero scomoda e confusionaria. Il tempo scorre lentamente e la maggior parte degli eventi avvengono in una determinata fascia oraria in cui dovremo presenziare all’evento fissato. Le lancette regolano anche la fame, il sonno, la barba e la pulizia dei vestiti di York, niente che non sia sistemabile grazie all’ausilio di cibo (acquistabile o da trovare in giro), un letto o del caffè, un lavandino con specchio e un servizio di lavanderia onnipresente. Il free roaming totale offre la possibilità di girovagare per tutta la mappa a qualsiasi ora del giorno svolgendo attività collaterali come spiare i sospetti, pescare, occuparsi delle missioni secondarie (tante e che includono anche la raccolta di oggetti per tutta la mappa), andare a far compere, fare rifornimento alla vettura (necessario, perché la benzina va via che è un piacere e perché sarà una vera gnocca a servirci) e cambiare quest’ultima presso lo sfasciacarrozze, con un modello più bello e prestante (magari cabriolet). Nel frattempo si porta avanti l’indagine, interrogando i sospetti coinvolti e spulciando i vari luoghi; il tutto in terza persona.

La caratteristica principale delle indagini di York è che spesso si sfonda la barriera del paranormale, entrando in una dimensione simile a quella vista negli horror targati Konami. In questi frangenti si svolgerà la parte action del gioco in cui ci troveremo ad affrontare ordate di zombie impacciati, spesso accompagnati dallo stesso assassino che vorrà farci la pellaccia a colpi d’ascia e a cui sfuggiremo spesso azzeccando alcuni quick time event. Finito il massacro si tornerà alla normalità poco dopo aver ricostruito lo svolgimento dell’omicidio tramite una sequenza di flashback un po’ confusi, resi più chiari grazie alla raccolta di alcune prove. L’arsenale disponibile si focalizza più sulle armi bianche, che risultano essere addirittura più efficaci di quelle esplosive. Alcune missioni secondarie offrono dei premi che possono semplificare di molto la vita del giocatore (armi decisamente più potenti, trucchetti per annullare il tempo degli spostamenti e via discorrendo) oltre ad offrire degli approfondimenti sulle curiose storie degli abitanti di Greenvale.
Nel complesso l’impianto del gioco è interessante e se pure non ogni elemento risulta originale, nell’insieme la libertà d’azione lascia abbastanza soddisfatti. Peccato che debba ancora spiegarvi il perché del prezzo budget: parliamo della grafica.

Suddenly, 1999. Basta sbirciare le immagini a corredo dell’articolo per rendersi conto di quanto sia vetusto il comparto tecnico di Deadly Premonition, praticamente appartenente alla scorsa generazione di console. Un Dreamcast avrebbe fatto di meglio senza scomodare un pezzo da 90 come Shenmue. Personalmente però non sono di palato fine, quindi al diavolo le frivolezze estetiche e cerchiamo di apprezzare la varietà degli interni e la personalità espressa da chi ha disegnato questo titolo (SWERY, probabilmente un nome che sentiremo nuovamente in futuro). Certo che bisogna sforzarsi molto! L’unica cosa che raggiunge la sufficienza sono i modelli dei personaggi, fino a quando stanno immobili, s’intende. Le animazioni sono legnose, il personaggio è un manichino e il sistema di controllo offre delle funzionalità che non userete mai in tutto il gioco, come ad esempio l’accovacciamento e lo strafe laterale, però ci sono e ne prendiamo atto. Il sistema di attacco ricorda un po’ quello degli ultimi Resident Evil, con l’impossibilità di muoversi quando puntiamo un’arma e con dei nemici che  non rappresentano poi una grossa sfida, ad esclusione di qualche scontro verso la fine del gioco. I punti salvataggio (rappresentati da dei telefoni) sono ben diffusi anche durante le investigazioni, purtroppo però sovrascrivono sempre lo stesso slot.
Quanto al comparto audio non c’è un gran bel sentire, il doppiaggio (inglese per tutte le versioni) è di mediocre fattura se escludiamo la voce di York, gli effetti sonori sono giusto accettabili e le musiche sono varie e a tratti inquietanti, peccato che alcune siano utilizzate senza cognizione di causa: quest’ultima pecca va a rovinare l’atmosfera di alcuni momenti di tensione in cui, inspiegabilmente, può partire un brano allegro che rovina tutto; una scelta alquanto bizzarra e che, probabilmente, denota un lavoro di rifinitura in fase di post produzione inadeguato. A peggiorare il tutto abbiamo un gioco funestato da lenti e onnipresenti caricamenti, una traduzione italiana a tratti ridicola e fasi action che risultano a volte un po’ tediose per via dei nemici, spesso soltanto dei noiosi ostacoli mai davvero stimolanti.

Ma allora questo Deadly Premonition è da buttare? Assolutamente no: probabilmente un giocatore di primo pelo lo utilizzerebbe come sottobicchiere, ma per molti altri potrebbe equivalere a un piacevole tuffo in un passato non tanto lontano, fatto di giochi che iniziano e finiscono (cosa ormai rara) con storie che osano molto mischiando cazzi e mazzi, situazioni paradossali e personaggi inquietanti (York mi manca già), a patto di scendere a compromessi, per metà prezzo.

Dategli comunque una chance!

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Naruto Shippuden: Ultimate Ninja Storm 2

Prodotto da Namco Bandai| Sviluppato da CyberConnect2 | Piattaforme PS3, Xbox 360

Rilasciato nel 2010

Diciassette minuti.

Diciassette minuti è il tempo che ha impiegato la PS3 ad installare questo Naruto Shippuden: Ultimate Ninja Storm 2. Troppi. A mio avviso, è addirittura inammissibile che nel 2010 si debba aspettare così a lungo prima di iniziare ad usufruire di un titolo per una qualsiasi console, che dovrebbe fare del plug and play un caposaldo imprescindibile. Che l’attuale generazione di hardware casalingo abbia gettato le basi per un capovolgimento di questo principio, ahimè, non è argomento di cui si può disquisire nel mezzo di una ben meno impegnata review; nonostante di tempo, volendo, ne avremmo avuto a sufficienza. In ogni caso, superate le lungaggini imposte dal software di CyberConnect2, quello che si apre ai nostri occhi è un continuo tributo alla serie animata tratta dai fumetti di Masashi Kishimoto e dichiaratamente pensato per un’utenza già informata dell’ordito narrativo antecedente alle vicende raccontate in questo vero e proprio tie-in della serie.

Il tutto, infatti, inizia quando il giovane Naruto rientra al Villaggio della Foglia dopo i due anni di peregrinazioni trascorsi in compagnia del maestro Jiraiya. I suoi vecchi compagni sono diventati Chunin (ninja di medio livello); il quinto Hokage, nonna Tsunade, governa con serenità il villaggio; Gaara del Deserto è stato nominato Kazekage e i giovani studenti come Konohamaru crescono indisturbati. Per quanto tramite ottimi flashback e contenuti sbloccabili verranno svelati innumerevoli retroscena della storia, chi non fosse a conoscenza delle avventure di Naruto & co. sarà inevitabilmente escluso dai giochi, vista la complessità della trama che caratterizza questa IP (che consiglio vivamente di andare a recuperare). L’immedesimazione necessaria ad appassionarsi agli scontri e alle sorti dei vari protagonisti, quindi, sarà quasi ad esclusivo appannaggio dei fan, che troveranno in Naruto Shippuden:  Ultimate Ninja Storm 2 un ottimo strumento per impersonare i propri eroi.

Da un punto di vista squisitamente estetico, però, nessuno si potrà lamentare: telecamera fissa funzionale, ambienti ricchi di dettagli e fedeli all’originale, fasi esplorative panoramiche… Un colpo d’occhio che avrebbe davvero stupito se non fosse stato in piccola parte compromesso dal cel shading utilizzato per i modelli animati, che in alcune occasioni stonano con i fondali disegnati a mano. A conti fatti, però, non si può che promuovere quanto propostoci, anche considerato che ci si trova al cospetto di un prodotto dedicato essenzialmente ad una nicchia di giocatori che, pur di tornare a controllare i giovani ninja dell’anime, avrebbero accettato anche quattro sprite messi in croce.

A livello di gameplay puro e semplice, il titolo è una commistione tra free roaming, picchiaduro a incontri scriptati e gioco di ruolo con quest principali e secondarie: un pout pourri che risulta estremamente godibile e additivo. Dal menù principale è possibile scegliere tra uno scontro veloce, l’1 VS 1 online e, appunto, la modalità Avventura, che ci catapulterà nel mondo di Naruto di cui dovremo rivivere le gesta (ma non solo le sue!). Se la fase esplorativa funziona, con moltissimi (forse troppi) PNG con i quali interagire, negozi in cui recuperare power up e oggettistica varia da barattare, la fase picchiaduro è ancor più entusiasmante, grazie a scontri molto rifiniti, uno diverso dall’altro, con tecniche uniche e sequenze video perfettamente integrate nel combattimento. Inoltre, ai classicismi tipici del genere dei picchiaduro, sono stati affiancati quick time event attivi, che indirizzano l’azione a seconda di quanti tasti si è riusciti a schiacciare nel tempo limite. Divertente e, per quanto riguarda la mia limitata esperienza con altri titoli analoghi, straordinariamente originale.

Naruto Shippuden: Ultimate Ninja Storm 2 è un gioco che, arrivatomi senza farsi annunciare, è riuscito a conquistarmi completamente. Sarà la mia passione per la serie, sarà il gameplay molto vario e accattivante, saranno le centinaia di feature che lo definiscono, sarà lo stile grafico particolarmente delicato ed efficace, sarà che non ci sono più le mezze stagioni, sarà quel che sarà, tant’è che mi sono ritrovato a giocarci manco fossi un bambino, il giorno di Santo Stefano, alle prese con l’ultimo balocco regalato da Babbo Natale.

Non posso davvero esimermi dal consigliarne l’acquisto a quegli amanti di  Naruto Uzumaki che fossero anche alla ricerca di un prodotto sfizioso, curato e dalle meccaniche ben calibrate.

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Infinite Undiscovery [seconda opinione]

Pubblicato da Microsoft/Square Enix | Sviluppato da Tri-Ace
Piattaforma: Xbox 360 | Pubblicato il: 5/9/2008

Capell, un musico itinerante è arrestato perché confuso per Lord Sigmund, un nobile ribelle che cerca di opporsi alla teocrazia e al pungo di ferro dell’Ordine delle Catene, che si fa apostolo del volere di Veros lo Scarlatto, la divinità che influenza le vite delle popolazioni del mondo dalla Luna. Chi nasce durante una qualsiasi fase lunare, infatti, riceve il potenziale mistico per sviluppare dei poteri magici che, in età adulta, arriveranno a maturazione tramite un tatuaggio catalizzatore, chiamato Glifo Lunare. Capell, invece, appartiene alla piccola minoranza composta dalle persone nate durante la luna nuova: è senza alcun potenziale mistico ed è visto dalla società come un paria, una persona senza valore. Per questo viaggia senza meta da una città all’altra sbarcando il lunario come capita.

A salvare Capell dal carcere arriva Aya, una misteriosa ragazza appartenente alla forza di liberazione, che ha creduto che fosse stato arrestato il vero Sigmund. Compreso l’equivoco, Aya e Capell fuggono sino a riunirsi con la Forza di Liberazione: riluttante ma senza alternative, Capell viene coinvolto nella lotta contro l’Ordine delle Catene. Ben presto scoprirà che, insieme a Sigmund, è uno dei pochi esseri umani in grado di tagliare le gigantesche catene mistiche che legano la Luna alla Terra, scatenando potenti cataclismi ed evocando mostri molto pericolosi. Lo scopo della Forza è duplice: da un lato tagliare tutte le catene per evitare una collisione che spazzerebbe via la civiltà, dall’altro guadagnarsi il favore ed il supporto delle nobiltà dei regni liberati dal giogo oppressivo dell’Ordine.

Il viaggio della Forza di Liberazione sarà il percorso di maturazione di Capell che, da giovane che vive ai margini della società, diventerà un adulto leader responsabile, facendosi carico di scelte coraggiose e del destino dell’intero pianeta.

Se c’è qualcosa in cui Infinite Undiscovery riesce molto bene è nel raccontare una storia interessante con alcuni spunti molto buoni, il tutto condensato in un periodo di gioco molto breve per il genere, circa venti ore. La storia, però, non è supportata affatto dal game design, in particolare nelle fasi iniziali. Gli scontri inziali sono frustranti, molto difficili ed in generale richiedono che il giocatore padroneggi da subito il sistema di combattimento e le manovre più avanzate, come il passare inosservati senza allertare il nemico o la composizione ad arte delle proprie abilità speciali con quelle del resto del party. Progressivamente il gioco matura e questi difetti vengono meno, come se si assistesse a un’evoluzione delle capacità di design del team di sviluppo: per darvi un’idea, ho dovuto centellinare le prime sei ore di gioco nell’arco di molti mesi; ma superato il disorientamento iniziale ed ingranata la storia come si deve, il resto del gioco l’ho divorato in meno di una settimana (finendolo con circa 22 ore di gioco), vista l’intensità con cui inizieranno a dipanarsi le avventure della Forza di Liberazione.

Il sistema di gioco è molto semplice. L’azione avviene tutta direttamente sulla mappa di gioco, con combattimenti in tempo reale senza stacchi rispetto alle fasi eplorative: si sguaina la spada e si inizia a picchiare il nemico. I personaggi hanno livelli ed equipaggiamento, più tutta una serie di statistiche aggiuntive, come i tratti di personalità che si evolveranno in seguito ad eventi e dialoghi (cosa non sempre banale a farsi) e che influenzeranno il loro potenziale. Alle caratteristiche di base si affiancano le skill attive e passive che daranno al personaggio poteri aggiuntivi (come mosse da combattimento, la capacità di aprire serrature, disarmare trappole o individuare oggetti sulla mappa). In combattimento ogni personaggio potrà portare due skill attive, che potranno essere combinate con quelle di Capell per effetti aggiuntivi. Nonostante la profusione di opzioni, parlare di un RPG è veramente un azzardo: ci sono i punti esperienza, certo, ma il gioco è strutturato come un’action adventure e, in definitiva, non è troppo diverso da un Devil May Cry, nonostante il cast di ben 17 comprimari (alcuni dei quali decisamente marginali). La stessa itemizzazione, sino a gioco concluso, è piuttosto limitata e la reale portata ed utilità delle professioni sarà esplicitata solo nell’enorme dungeon aggiuntivo che si sblocca a fine trama, il Seraphic Gate. Per darvi un’idea di cosa intendo per enorme, basti sapere che il gioco si conclude con i personaggi attorno al livello 50 e il dungeon finale ha contenuti sino al livello 250.

Di tanto in tanto si visiterà una capitale in cui dovremo cimentarci in attività diplomatiche che consistono prevalentemente nel conversare con gli NPC e ad individuare quest ed eventi secondari che faranno evolvere le personalità dei nostri alleati. Seppure la storia mantenga sempre un buon livello di varietà grazie ad intermezzi frequentissimi (anche se troppo permeati di humor nipponico), si sente la limitazione del sistema di dialogo a senso unico, anche se la rigidità è leggermente alleggerita dalla possibilità di affiancare un comprimario a Capell durante i dialoghi, permettendo di innescare eventi differenti che andranno ad arricchire e ad approfondire l’esperienza di gioco.

Il problema più grande di Infinite Undiscovery è l’interfaccia utente del sistema di combattimento: il set di mosse base è piuttosto vario ed unito alle abilità speciali che Capell può eseguire da solo o in combinazione ad un alleato propone soluzioni molto creative ai nemici più ostici. La prima, grossa limitazione però è quella di non poter accedere all’inventario o alle skill mettendo in pausa il gioco. Poiché i combattimenti sono molto cruenti e veloci (e come in tutti i Tales o i giochi Tri-Ace la parata attiva è un’opzione fondamentale per non essere massacrati), scordatevi di poter usare oggetti durante uno scontro. Gli sviluppatori hanno inserito un tasto per richiedere supporto da parte degli altri personaggi del party ma questo spesso arriva dopo parecchi secondi, rendendo il comando un ottimo strumento strategico ma un pessimo rimedio tattico a situazioni contingenti, anche perché l’AI sembra propendere per l’utilizzo delle sole pozioni di guarigione. La mancanza di quickslot per usare gli oggetti in combattimento rende meno interessante anche l’estensivo sistema di crafting, che sarà marginalmente utile solo nel Seraphic Gate, dove l’estensione nel catalogo degli oggetti e dell’equipaggiamento renderà giustizia all’opzione di potersi fabbricare da soli armi ed armature, nonché cucinarsi cibi con bonus aggiuntivi (a patto di aver fatto sviluppare i gusti gastronomici adatti ai vostri comprimari), distillare pozioni potentissime o incantare i propri oggetti.

Fortunatamente l’intelligenza del party è nel complesso buona: i tre membri del nostro gruppo agiscono in autonomia e riescono a tenersi fuori dai guai abbastanza facilmente, anche se soffrono di mancanza di inventiva negli scontri contro alcuni dei boss più complessi. In alcune fasi del gioco saremo spalleggiati da altri otto personaggi, divisi in ulteriori due party, che agiranno indipendentemente dal nostro: una buona idea che sarà sfruttata solo in alcune fasi avanzate del gioco in cui faranno capolino puzzle e trovate tattiche molto originali, data la semplicità delle locazioni che si visitano nella prima parte del gioco.

Infinite Undiscovery è uno di quei casi in cui l’esperienza complessiva è superiore alla somma delle sue parti, ma è anche un esempio di gioco che sarebbe potuto essere molto migliore se gli sviluppatori avessero potuto lavorarci un po’ di più. È difficile dire cosa non vada esattamente: i problemi di interfaccia sono per lo più sopportabili, le fasi più narrative sono rigide ma molti dei temi affrontati, dopo il pessimo inizio, sono sufficientemente maturi e gravidi  di spunti (che forse la sceneggiatura avrebbe potuto approfondire di più) da essere una buona motivazione all’andare avanti. Tuttavia la realizzazione tecnica delle animazioni facciali (i personaggi sembrano bambole da ventriloquo) e l’idea di smorzare la tensione con onnipresenti siparietti comici messi in atto da alcuni comprimari francamente irritanti (come i due gemellini idioti, una piaga risalente a Final Fantasy IV e ritrovata anche in Lost Odyssey) riescono ad uccidere l’atmosfera in alcuni dei momenti più epici e drammatici.

Considerati tutti i suoi limiti, Infinite Undiscovery è un’esperienza che può avere il suo valore, data anche la sua brevità e il modo in cui è stato compresso il gameplay, eliminando quasi del tutto i tempi morti. Non accontenterà gli appassionati degli RPG come quelli dei giochi d’azione più frenetici ma è un ottimo compromesso per chi ama le storie ricche e riesce a convivere con atmosfere e personaggi molto eterogenei.

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Amnesia: The Dark Descent

Sviluppato e distribuito da Frictional Games | Piattaforma PC | Rilasciato nel 2010 | SITO UFFICIALE

Amnesia: The Dark Descent è il miglior videogioco horror degli ultimi anni, con buona pace dei vari Dead Space e Resident Evil 5 (per fare due esempi), che non riescono a impaurire veramente nessuno (a parte i dodicenni in calore e i trentenni che non hanno ancora superato i dodici anni, mentalmente parlando). Pur trattandosi di un prodotto di nicchia e dai valori produttivi limitati, riesce a creare un’atmosfera incredibilmente tesa, grazie a delle meccaniche studiate alla perfezione.

Il gioco inizia nel più classico dei modi, con il protagonista, un certo Daniel, in preda a una forte amnesia. Non sa perché si trova nel castello di Brennenburg, non sa cosa gli sta succedendo, ma ricorda che deve uccidere un certo Alexander. I primi momenti di gioco sono pesanti come la testa di Daniel: gli effetti di distorsione dello spazio e la contrazione della velocità dei movimenti, aiutano a calarsi nel ruolo di un personaggio smarrito in un luogo ameno. Ben presto ci si ritrova a combattere con l’oscurità e con un incubo a occhi aperti, che influisce direttamente sulla salute mentale del protagonista. Tutto è giocato sul filo della follia, in un tripudio di citazioni dei maestri dell’horror Lovecraft e Poe. L’idea del deteriorarsi della sanità mentale è stata in parte ripresa dal sottovalutato Eternal Darkness: Sanity’s Requiem (che a sua volta faceva suo uno degli stilemi narrativi di Lovecraft), ma è svolta con ancora più attenzione, diventando centrale nel gameplay. Alcuni momenti sono veramente originali, come quelli che richiedono di non guardare, che creano una tensione incredibile, grazie anche all’uso della musica e degli effetti sonori, finalmente sfruttati come agenti attivi e non più soltanto come mero accompagnamento dell’azione.

Parlando del gioco, possiamo definire Amnesia un’avventura che usa la simulazione della fisica per la risoluzione della maggior parte degli enigmi; ma una definizione così secca è decisamente riduttiva. Non ci sono combattimenti, nel senso che i mostri possono essere soltanto evitati, pena la discesa nella follia o la morte. Il guaio è che anche stare troppo a lungo nell’oscurità è rischioso, perché può portare alla pazzia. Quindi, spesso ci si trova a dover scegliere tra la luce e l’ombra, considerando sul momento quale sia il male minore. Altre volte si sfugge a nemici che non esistono, ma che vengono evocati da ombre furtive o da suoni particolarmente inquietanti. Alcune sezioni completamente buie vanno superate con la lanterna a olio in mano, ma considerate che l’olio si consuma velocemente e che, quindi, farne un cattivo uso costringe ad annaspare tra le ombre inquietanti di cui è popolato il castello.

Insomma, sono diversi i momenti in cui ci si trova in preda alla disperazione del non sapere come sopravvivere (come la sezione nel sotterraneo allagato, uno dei momenti più alti dell’horror videoludico) , ma è proprio questo lo spirito dell’orrore, inteso come stato psicologico e non come semplice disgusto epidermico per ciò che è visibile. In questo senso Amnesia è una sinfonia, lì dove un Silent Hill 6 è una canzonetta pop.

Gli autori sono riusciti a sfruttare benissimo i pochi mezzi a loro disposizione, creando una dialettica profonda tra il visibile e l’invisibile, ovvero un fuoricampo ideale che pervade l’intero gameplay e che atterrisce più di ciò che è in campo. È nell’evocazione continua dell’ignoto che risiede la forza di Amnesia e la sua capacità di pervadere i sensi e le emozioni del giocatore, senza ricorrere a espedienti abusati, facenti parte del manuale del gioco horror mediocre. Il risultato è talmente forte a livello d’impatto emotivo, da far apparire un Dead Space qualsiasi come mera pornografia, con i mostri al posto degli umani.

Commento: Ogni passo è angosciante, ogni porta è una trappola, ogni stanza è un’enigma di un puzzle mostruoso. Frictional Games scava nel subconscio del giocatore raccontando paure ataviche e creando una narrazione densa di significati, che esplora l’oscurità dell’animo umano nei suoi aspetti più macabri e terrificanti, senza dare consolazioni al giocatore, che si trova ad essere parte di quello stesso orrore contro cui sembra volersi opporre.

Majin and the Forsaken Kingdom

Sviluppato da: Game Republic | Pubblicato da: Namco Bandai
Piattaforme: PS3, X360 | Rilasciato il: 26/11/2010

Cento anni fa il regno di Q’umarkaj è stato ingoiato dall’oscurità, che ora ne possiede la popolazione e minaccia di espandersi anche oltre i suoi confini. Un giovane ladro senza nome, deciso a proteggere la giungla in cui è cresciuto, parte alla ricerca di un mezzo per contrastare il potente Signore delle Tenebre e per puro caso salva Teotl, una gigantesca e curiosa creatura stremata da una prigionia centennale. Nonostante la creatura sia molto confusa e continui a chiamare il giovane Tepeu, egli capisce di trovarsi di fronte al mitico Majin di Q’umarkaj, che con i suoi poteri magici offriva protezione ed energia al regno. Il duo inizia una lunga avventura per ripristinare il potere del Majin alla sua antica potenza e mettere fine alla minaccia delle Tenebre.

Un inizio classico per una sontuosa fiaba videoludica che rischia di passare del tutto inosservata in questo natale mediaticamente affollato ma qualitativamente piuttosto carente. Diretti da uno Yoshiki Okamoto (Street Fighter, Residen Evil) in grandissima forma, i ragazzi di Game Republic riescono a creare un particolare ed originale mix di generi e meccaniche che, dopo un inizio in sordina, esplode in un gioco solido, originale e avvincente.

L’ispirazione grafica attinge dai canoni videoludici classici: l’ambientazione (a metà tra un Prince of Persia ed uno Zelda: Twilight Princess) si fonde con molta efficacia con i temi cari a fiabe e leggende, regalandoci un maestoso finale tendente all’horror. Il comparto tecnico generale è forse un po’ carente, in particolare nella geometria di molti scenari e ha delle corrispondenze con il titolo precedente di Game RepublicFolklore. A differenza di Folklore, però, Majin è molto solido, e vanta i suoi meriti maggiori nelle sezioni interattive, sintetizzando un modello di gioco straordinariamente classico nel suo certosino dosaggio di difficoltà e progressione.

Protagonisti unici ed indiscussi del titolo sono Tepeu e Teotl che scopriranno la loro amicizia man mano che la sfida contro le Tenebre diventerà più rischiosa. I due protagonisti hanno abilità molto diverse: Tepeu è agile, veloce e riesce a passare inosservato, mentre Teotl è lento, possente e può utilizzare un repertorio di poteri magici oltre alla sua super-forza. Le abilità combinate dei due personaggi saranno essenziali per avere la meglio nelle circa 50 aree in cui è diviso il regno di Q’umarkaj: ogni area è una combinazione dinamica di puzzle e combattimenti. Questi ultimi varieranno con il livello di completamento (misurato in puzzle risolti e segreti scoperti) dell’area stessa e con il ciclo giorno-notte, sino a scomparire quasi del tutto quando il guardiano della regione in cui ci troviamo verrà sconfitto definitivamente.

Il vero punto di forza di Majin è nel level design. Solitamente quando Teotl combatte, Tepeu sarà impegnato in sezioni platform o esplorative, come ad esempio rubare un frutto magico da sotto il naso di un gruppo di guardie distratte da Teotl, distrarre qualche arciere che disturba troppo il nostro gigante, tirare bombe a nemici ignari, estendere un ponte per permettere al Majin di attraversare un burrone e così via. Grazie ad una UI molto semplice e a pochissimi comandi di base l’azione scorre fluida e permette di alternare il controllo dei due personaggi con la stessa facilità con cui se ne controllerebbe uno solo. Anche quando Teotl acquisirà tutti i suoi poteri magici, ognuno di essi sarà alla portata di una pressione di tasto, senza dover distogliere l’attenzione dal controllo di Tepeu.

Quando l’azione non serve, lo stesso level design offre sempre una via piuttosto breve (e priva di nemici) alle zone successive, salvo eventi speciali (e ce ne saranno, perché di backtracking Majin ne ha a bizzeffe) o puzzle più complessi da risolvere senza troppa pressione. Quando si arriva in una nuova zona, Teotl ha sempre dei commenti (per lo più timorosi) sui nuovi nemici o su come risolvere il problema che affligge la regione. Se i suoi indizi non sono sufficienti, disseminati per le varie regioni ci sono cartelli e animali che di fatto impediscono che il giocatore perda traccia delle prossime cose da fare.

Per tutto il gioco si respira poesia e un’atmosfera fiabesca: Tepeu è il classico eroe predestinato mentre Teotl è un gigante buono convincente (anche se pessimamente doppiato), teneroso e un po’ infantile. Gli esseri della tenebra sono rappresentati come entità catramose che contaminano tutto ciò che toccano (Tepeu incluso). Il mondo che progressivamente si spopola dal male è più epico di qualsiasi boss battle presente nel gioco (e ce ne sono di molto appaganti, anche se mai troppo difficili): dona una tangibilità alle azioni del duo con una semplicità di messa in scena disarmante. La tenera ossessione che il Majin ha per Toci, la misteriosa ragazza persa cento anni prima diventa più struggente man mano che Teotl ricorda il suo passato, che ci verrà presentato con un taglio stilizzato: proprio come i suoi pensieri.

La potenza dell’ermetismo narrativo è amplificata dagli intermezzi in-game che fanno delle espressioni, più che delle parole, il loro cavallo di battaglia. A pennellare tutti gli intermezzi, drammatici, orrifici o spensierati che siano, una colonna sonora orchestrale che sottolinea i momenti salienti del gioco con molta cura e trasporto, accrescendo l’atmosfera da classico d’animazione che il gioco non nasconde affatto.

Majin and the Forsaken Kingdom è un ottimo gioco, forse uno dei migliori di quest’anno. Dedicato a tutti i piccoli grandi giocatori che non hanno paura di risvegliare il bambino che è in loro vivendo un’avventura che, come tutte le buone fiabe, sa alternare momenti di spensieratezza e dramma, senza deludere mai.

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Downstream Panic!

Prodotto da Atari | Sviluppato da Eko | Piattaforma PSP | Rilasciato 2008

Downstream Panic! è un titolo per PSP del 2008. Vecchiotto, low budget e sconosciuto ai più, ma… dannatamente immediato e divertente, nel suo essere un piccolo puzzle game senza alcuna pretesa di strafare.

L’obiettivo è quello di condurre un centinaio di pesciolini e molluschi dalla boccia in cui sono rinchiusi, al mare situato sul fondo dello schermo. Quando romperemo la sfera di vetro che li tiene prigionieri, la forza di gravità li attirerà verso il basso, dove ad attenderli ci saranno tutta una serie di ostacoli di cui cadranno inevitabilmente vittime. Per evitare loro una fine prematura, avremo a disposizione alcuni strumenti utili a deviarne o modificarne la caduta. Alcuni esempi: il missile teleguidato servirà per aprire voragini nelle rocce; l’arpione ucciderà eventuali squali assopiti, mentre i semi di rampicante serviranno per erigere barriere impermeabili ad acqua e animali. Il tutto avverrà senza nessun limite di tempo: l’unico vincolo che ci verrà imposto, sarà rappresentato da un numero minimo di pesci da salvare (solitamente il 90% circa del totale).

Uno stile grafico vivace e una colonna sonora frizzante (anche se modesta), ci accompagneranno in quei novanta secondi che, di media, saranno necessari al completamento di ciascun livello. Ce ne sono circa un centinaio, con un livello di difficoltà crescente ma mai inaccessibile o frustrante. Downstream Panic!, nonostante gli evidenti limiti tecnici, è uno dei pochi titoli PSP ad incarnare veramente il concetto di portabilità. Una volta accesa la console, sarà sufficiente attendere il tempo del caricamento del firmware per gettarsi nell’azione. A sostegno dell’estrema fruibilità del gioco, gli sviluppatori hanno pensato di inserire la possibilità di salvare ogni due per tre, dandoci così modo di riprendere esattamente da dove ci si era fermati senza perderci in complicati menù o dover ripetere livelli già completati.

Niente che faccia gridare al miracolo, sia chiaro, ma se siete alla ricerca di un simpatico passatempo per occupare l’attesa del solito autobus ritardatario, Downstream Panic! fa proprio al caso vostro.

Rage HD

Sviluppato e Pubblicato da id Software | Piattaforma iOS
Rilasciato il  18/11/2010

Rage HD è il gioco che non ti aspetti: ore per scaricarlo, poi lo fai partire e ti crasha in faccia. Alla faccia di Stefano Lavori e della tolleranza zero verso le applicazioni di merda.

Iniziamo col dire che, probabilmente, ci metterete più a scaricarlo, questo Rage HD, che a giocarci, perché i contenuti sono peggio che limitati: una manciata di livelli che si contano su una mano, e solo tre armi disponibili. Per chi non lo sapesse, Rage HD è basato su Mutant Bash TV, il gioco nel gioco che dovrebbe essere una competizione televisiva dal dubbio gusto nell’ambientazione di Rage Quello Vero Per PC. Il gioco su iOS è un semplice rail shooter orientato al punteggio che sembra fin troppo simile al suo fratello maggiore venuto bene: Doom Resurrection; eccetto per il comparto grafico, dove Rage HD vince a mani basse, anche se tutto quello che fa è aumentare le dimensioni delle texture e scriptare qualche effetto di luce scenografico. Per la cronaca la differenza tra iPhone 4 e 3GS è praticamente invisibile, con buona pace del retina display, dell’accessibilità pressoché immediata per le applicazioni ad acquisto compulsivo (pesando 743MB il gioco e la batteria non permettono il download over-the-air) e dello spazio che avrete sprecato inutilmente.

Il problema più grande del gioco è che, dove Doom Resurrection proponeva una storia ed un gameplay ben bilanciato ed interessante che si fondeva a meraviglia con gli spostamenti sui binari, qui ci troviamo di fronte ad un rail shooter in cui bisogna sparare a dei bersagli ed evitare il più possibile i mutanti che ci verranno contro. L’azione, che non ammette variazioni, è molto veloce e rigidamente scriptata; tutto quello che dovrete fare è diventare più bravi e imparare a convivere con la continua frustrazione data dai controlli e dal level design, non proprio adatti al dispositivo.

E basta.

Per “E basta” intendo anche il fatto che manca persino una leaderboard online, rendendo il gioco di una inutilità pressoché assoluta o almeno pari al simulatore di camino su Xbox Live.

È come ripetere per ore l’addestramento per l’assalto al mercantile in Modern Warfare per prendere quel dannato achievement. Monchi, con il joypad unto di vasellina mentre siete in ginocchio sui ceci. Sulla Xbox di Vazkor. Ho reso l’idea?

Ma il prezzo (appena 2 euro) giustifica la spesa di questo becero advergame? Con il paragone scomodo di Doom Resurrection ad una cifra comunque abbordabile (6 euro) assolutamente no, in particolare se cercate un passatempo con un minimo di appetibilità ludica.

Mi sento di sconsigliare Rage HD per una semplice ragione: è l’epigono di cosa vuol dire non-giocare su iOS. Un cosino inutile, fine a sé stesso, nato con la filosofia di soddisfare quella singola sessione di gioco da cinque/dieci minuti che la maggior parte delle applicazioni scaricate da AppStore riesce a ritagliarsi nell’attenzione dell’utente, tanto ormai avete pagato. È come farsi una pippa con il preservativo: tanto dispendio di tecnologia per nulla.