About Matteo Anelli

Project Manager e Analista che opera sui new media e tecnologie innovative, è riuscito a prevedere e valorizzare gli eventi e le tendenze più determinanti nell'evoluzione del mercato gaming e sociale dell'ultimo decennio. Conta numerose collaborazioni (anche pro-bono) con start-up Europee. E' un grande appassionato di videogiochi, con una conoscenza quasi enciclopedica sull'argomento, supportata da una vasta collezione privata (diverse migliaiaia di titoli, di tutte le epoche).

[Diario] Nomadismo Videoludico

Devo ammettere che gli ultimi miei due anni di vita sono stati ludicamente un po’ inconcludenti. Metteteci una serie si sfighe da far paura e diversi problemi di salute, fatto sta che gran parte del mio tempo ludico è andato disperso tra un gran numero di titoli, facendone arrivare solo pochissimi al loro inevitabile epilogo. Sono stato un nomade videoludico.

Da gennaio ho deciso di di mettere fine a questa deleteria abitudine e di riprendere le mie normali abitudini concentrandomi su un titolo (o poco più) alla volta. Non amo le questioni irrisolte e, solitamente, finisco tutto ciò che inizio, anche i giochi cosidetti “brutti” (ma ne esistono ancora, tranne Clive Barker’s Jericho?). C’è sempre qualcosa da imparare. Sono come Golden Boy.

I frutti si sono visti quasi subito: finito in circa cinque giorni The Witcher, finito Uncharted, terminato anche Killzone, che agonizzava da quasi 2 anni nella memory card ad appena 1/3 della storia. Come inzio di 2010 non c’è male.

Di The Witcher ho già parlatoSu Uncharted ho un po’ di sensazioni di scambiare al volo, in attesa di un possibile approfondimento su Ars (probabilmente dopo che avrò completato anche il seguito).

La serie mi piace (ho già macinato un po’ di Unchy 2, durante il mio nomadismo) ma la nostra relazione non è proprio tutta rose e fiori. In sintesi, mi è parso un buon gioco che appare capolavoro solo perché non ha metri di paragone con cui misurarsi. Ottimo tempismo per Naughty Dog, insomma.

Tornando al succo della questione, il problema grosso secondo me è Drake. Nathan è un personaggio idiosincratico, se non schizofrenico: alterna atteggiamenti di buonismo estremo a fasi in cui diventa un killer a sangue freddo, senza mostrare mai dubbi o rimorsi per le carneficine che provoca. Non riesco proprio a farmelo simpatico. Il level design è esteticamente appagante ma più che prevedibile: slarghi con coperture vuol dire sparatoria (e caricamenti stealth delle zone successive), slargo con ruderi vuol dire sezione platform. Nonostante il seguito incolli le due cose un po’ meglio rimane comunque un game design molto inferiore a quello che i Naughty ci avevano regalato con Jak & Daxter. La spettacolarità delle cutscene paga, anche se, come un po’ tutto il production value del titolo, si sgonfiano dopo il primo terzo (credo per la regola non scritta di stupire subito, visto che quasi nessuno finisce i giochi). Il finale è il più brutto mai visto dai tempi di Far Cry ma sicuramente in linea con l’atmosfera da action hollywoodiano a budget ridotto che permea tutto, dialoghi inclusi.

Per Killzone (il primo) mi pare superfluo qualsiasi approfondimento: nazisti nello spazio per l’ennesimo FPS bellico che altalena tra il tecnicamente sconvolgente ed il tecnicamente deludente (sul serio, le skybox buggate?). Gioco salvato in extremis dal multiplayer online. Inutile dire che Timesplitters 2 gli caga in testa alla grande.

E voi? Siete dei nomadi videoludici o siete stanziali?

Un account Steam raggiunge cifre astronomiche su eBay


Era solo questione di tempo…

Recentemente è stato venduto un account di Steam su eBay con oltre 139 giochi, partendo da una base d’asta di 1000$. Non è la prima asta del genere, ma è la prima a raggiungere delle cifre così alte. Stando alle fonti, l’asta è terminata a circa il doppio del valore iniziale.

Sarà interessante vedere come Valve farà fronte all’inevitabile fenomeno della vendita degli account.

La mia ipotesi è che ricorreranno ad una regionalizzazione estrema del servizio ed introdurranno delle funzionalità per inibire il supporto dei salvataggi su Steam Cloud (che, ricordiamolo è anche una tecnologia su cui si basa anche il salvataggio offline) ad account i cui dati utente siano stati cambiati, permettendo magari la riabilitàazione dopo una ricertificazione dei dati. La vostra?

Fonte

[Diario] Nerdata di inizio anno

Quale vantaggio hanno le bancarelle dei filippini nel mercato rionale di Via Gregorio VII a Roma? Principalmente sono piene di cianfrusaglie e le cianfrusaglie hanno sempre il loro fascino. Quelle che vendono DVD, VHS e libri sono le migliori, perché trovi di tutto: da rigurgiti fascisti  a film di un trash demenziale. Per mia somma depressione, nel novero delle cianfrusaglie sta diventando frequente trovare anche dei videogiochi per PS2. Di solito showelware, ma non sempre.

Questa settimana, ad esempio, sono riuscito ad accaparrarmi, insieme a roba meno significativa, questo bel giochino:

(gatto non incluso)

Ebbene si: Gattozilla si è prestato come modello per farvi ammirare una copia nuova di pacca di Transformers: Director’s Cut, ovvero un giocone del 2004 basato su Transformers Armada, uno dei periodi migliori della serie robotica. In realtà, io pensavo fosse l’altro, quello del 2003, con un fottio di personaggi della serie classica, che invece non ha mai lasciato il Giappone. Leggendo in giro, però, pare che questo sia ludicamente molto migliore.

Effettivamente il retro della scatola aveva dei commenti particolarmente sperticati, tra cui un ambiguo:

“… veramente eccezionale … “. Multiplayer.it

Malfidato come sono, ho pensato subito che probabilmente il recensore avesse scritto qualcosa tipo:

“Questo gioco fa così cagare che mi è venuta una diarrea veramente eccezionale”

e che i furboni di CTO (CTO, quelli che distribuirono Dune pieno di orrori ortografici!) hanno citato le uniche due parole vagamente positive. Indagando, Multiplayer gli ha realmente assegnato un bel 9.0, anche se delle due parole, l’unica che compare nel testo è “eccezionale” e basta. Vabbé, dovevano pur piazzarlo, ‘sto benedetto gioco.

Scartatolo (così da eliminare quel deturpante bollino SIAE) mi sono trovato di fronte ad un action-adventure non proprio da buttare ma nemmeno da 9. Insomma il gioco c’è, i Transformers non erano ancora tutti per lo più grigio metalizzato (e quindi si distinguono sullo schermo), le animazioni sono spettacolari (almeno dei personaggi principali e dei boss), ci si può trasformare in qualsiasi momento (anche se una Porsche che corre nella foresta amazzonica…) ed i livelli sono enormi e con un’esplorazione totalmente libera. Per qualche motivo che non riesco a razionalizzare, il gioco mi ricorda moltissimo Halo, forse perché bisogna macinare chilometri, boh.

L’unica cosa che mi ha lasciato un po’ di stucco è l’effetto ragdoll quando si muore: vedere Optimus Prime (che è una pippa di una lentezza assurda) accasciarsi come un pupazzo di Little Big Planet dopo che Sony ha staccato la spina del marketing non è proprio bellissimo. Bei tempi quando il ragdoll era un must-have per un video game.

Non penso ci giocherò molto nel breve periodo (anche se mi sono sciroppato tutto il “Making of” incluso, che ho trovato abbastanza mediocre) ma è sicuramente un must-have per i nostalgici ed i collezionisti.

Tanto per la cronaca, l’ho fatto vedere ad un moccioso seienne (casa mia è piena di mocciosi seienni, che inevitabilmente si presentano sempre quando metto in una console o su PC un gioco che ha un ESRB rating superiore al 14+) e lui mi ha apostrofato con saccenza, sostenendo che i miei non erano Transformers autentici. Per punizione l’ho messo a grindare kill a Dynasty Warriors: Gundam.

Beata ignoranza! Ai miei tempi Devastator non aveva i testicoli da dieci tonnellate l’uno!

Gennaio con Geralt di Rivia

Ho incontrato Geralt di Rivia solo in questo inizio di Gennaio. Un po’ in ritardo forse, ma ne è valsa la pena. Devo ammettere che con Geralt non è andata subito benissimo. Dopo poche ore con The Witcher, quando alla fine del primo capitolo il witcher albino arringa la folla con una rabbia, un fervore, un pregiudizio che uno Shepard qualunque non avrebbe mai potuto dimostrare, nemmeno a cercare tra le migliori, schematiche risposte preconfezionate a sua disposizione, si capisce subito che c’è una rottura con i canoni classici del protagonista-guscio che si comporta come un burattino nelle mie mai. Geralt è incazzato a morte, parla di genocidio, parla di uccidere donne e bambini.

E io non posso fermarlo.

All’inizio la personalità di Geralt è invadente: non si piega ai miei voleri, prende l’iniziativa nei dialoghi e spesso, quando mi chiama in causa per aiutarlo nelle sue scelte, mi fa pensare. Non ho davanti le tre alternative buono/neutrale/cattivo, le conseguenze delle azioni dell’albino sembrano non avere alcun risultato nel breve termine. Solo con il tempo imparo a capire che non è negli altri che devo cercare un effetto, ma in Geralt stesso.

Dopo qualche ora è chiaro che io non sarò mai Geralt, al massimo sarò il suo psicoanalista. Traumatizzato dalla resurrezione, disorientato dai tanti amici che lo vogliono aiutare, incapace di apprezzare la sua natura come un tempo, Geralt si riscopre uomo, oltre che uno scherzo di natura ammazzamostri. È forse proprio in questa profondità che il Geralt videoludico ha una dimensione letteraria maggiore del Geralt dei libri: inzia con un’angoscia esistenzialista e finsice la sua avventura attanagliato dal dilemma morale dettato da una sorta di responsabilità storica. Il personaggio cresce, diventa adulto perde la foga del cacciatore di abomini e si interroga spesso su chi siano realmente i cattivi in un mondo in tumulto. La sua vana ricerca della schematizzazione etica tipica del genere è una metafora che ne suona la campana a morto.

Anche nella relazionalità Geralt è molto diverso dai personaggi-guscio a cui sono abituato: ha un ingombrante passato, relazioni irrisolte, amori mai corrisposti, diversi scheletri nell’armadio. Esiste! I comprimari hanno una dimensione che prescinde dalle meccaniche ludiche. Non sono contrappesi per bilanciare i limiti di un sistema di gioco, ma sono valvole per far sfogare il protagonista ed imparare a conoscerlo meglio. Sono anche delle ottime leve per muovere la storia, certo, ma lo fanno senza costringermi a lunghe sessioni di condiscendenza ipocrita per ottenere gli aiuti o i favori sperati. Su questo terreno, dopo le incertezze inziali, Geralt si muove con molta disinvoltura e i suoi compagni fanno altrettanto. Non lo aspettano alla base pendendo dalle sue labbra ma agiscono autonomamente, perché il mondo da salvare è anche il loro. Soprattutto il loro.

Con queste premesse non mi ha stupito più di tanto che il tema eroico sia stato messo in sordina. Geralt è una leggenda vivente, certo. All’inizio il suo aspetto da uomo oggetto come solo nei peggiori cicli fantasy ha risvegliato in me gli stessi pregiudizi nutriti nei confronti di una certa archeologa tettona. Ma nonostante tutto Geralt non è mai un predestinato, non ha un promettente futuro che l’aspetta, non è assolutamente un vincente. Invidia i suoi amici, cerca vendetta così intensamente che anche io, la sua coscienza, ho avuto molta difficoltà a trovare dei compromessi. Fa anche una marea di cazzate perché, come dice Zoltan, pensa solo o con le spade o con il pisello. Il quadro corale del cast di The Witcher sposta l’eroismo su un piano prettamente personale: i compagni di Geralt sanno quello che ha passato e lo supportano sino in fondo. Anche dopo sacrifici dolorosi che li hanno toccati personalmente continuano a rispettarlo per il dramma interiore con cui convive, piuttosto che per le sue imprese.

Alla fine del viaggio ho dato a Geralt qualcosa di mio. L’ho aiutato a vedere il suo mondo tramite i miei occhi, l’ho aiutato a trovare un senso alle sue domande. Allo stesso modo lui ha dato a me diversi spunti di riflessione sulla natura umana. Alla fine del viaggio posso dire che, in fondo, io e Geralt siamo diventati amici e la sua irruenza ormai quasi mi piace, ha personalità.

Posso dire di essere stato Shepard tre volte, con statistiche eccellenti. Tra qualche anno di quegli Shepard non ricorderò nulla, come non ricordo nulla del protagonista di Baldur’s Gate, di GothicOblivion; nonostante comprimari e caratteristi come come Imoen, Morte, Dak’kon, Ignus e Minsc probabilmente diventeranno protagonisti delle fiabe che racconterò ai miei figli.

Non ho rimpianti nel non essere stato Geralt io stesso.

Lui è molto più bravo.

Netflix arriva anche su Wii

Il NY Times ci fa sapere che Netflix è in arrivo anche su Wii e chi ha già un abbonamento postale di almeno 9$ al servizio potrà utilizzare lo streaming su internet gratuitamente in sostituzione della spedizione dei DVD.

Non tutto è rose e fiori, però: esattamente come per PS3, gli utenti dovranno ricevere un DVD fisico per essere abilitati all’utilizzo dei contenuti in streaming.

Nell’articolo c’è anche una interessante opinione di Mark Mahaney, un analista di Citigroup, che fa un po’ eco a quello che scriviamo da molto tempo su questo blog:

Per il futuro c’è da chiedersi se gli utenti continueranno a comperare software preconfezionato a 60$. Chi produce console oggi non deve aggiungere in fretta nuove funzionalità e caratteristiche al proprio hardware.