Shepard, il generale Custer e la crudeltà

La lettura dei videogiochi avviene ancora in modo ottocentesco. Siamo ancora qui a stupirci perché la Venere del Botticelli ha gli occhi tristi. Cerchiamo un incanto estetico quasi infantile e ci rimaniamo a bocca aperta per ogni spiraglio di luce.

Siamo ancora vergini. Il videogioco dovrebbe compiere lo sforzo infinito di deludere il giocatore, di rivoltarsi, di sputargli in faccia. In questo modo, estraendo ed esplicitando il rapporto perverso che lega un essere umano al suo avatar, compirebbe la sua missione.

Gli avatar sono puttane di senso. Shepard è un cacciatore di autografi, Dante è un marionetta Dandy e Mario è l’antro sorridente che cela la dissacrazione del corpo.

I videogiochi hanno abdicato, hanno rinunciato a qualsiasi forma di crudeltà verso il giocatore, diventando di fatto deliri controllati. Quella forma di feroce anarchia che si celava nei primi videogiochi sembra smarrita… per sempre?

Evviva il generale Custer e il suo pene di pixel con cui violentava l’indiana. Il gesto è orrendo, ma davanti allo schermo eri chiamato a fare una scelta che andava ben oltre l’immensa libertà offerta da un MMORPG qualsiasi: giocare o non giocare? Violentare o non violentare? Quale altro medium ti permette di scegliere se commettere o meno un’abiezione del genere?

Il dilemma era il vero artefice della rappresentazione che, nella sua iconica ovvietà, ti gettava addosso tutta l’immensa responsabilità insita nell’atto stesso di giocare. Non avevi scampo. Il solo averlo comprato era un motivo irrefrenabile per giocare, ma cosa significava giocare?

Eppure ci sono stati altri esempi in cui i videogiochi hanno spinto la loro dialettica fino al disvelamento del paradosso della consolazione insita nei massacrati che vediamo sullo schermo.

In Shellshock Vietnam ’67 potevamo torturare i prigionieri. È la guerra baby, eppure in molti insorsero. Poi con Guantanamo gli americani hanno dimostrato che i Guerrilla avevano ragione: i buoni non solo eliminano i nemici dicendo parolacce mentre le pallottole gli ronzano dietro le orecchie, ma li torturano. Si divertono a torturarli. Si fanno le foto mentre li torturano. Un po’ come quelli che registrano le loro partite migliori e le mettono su Youtube. Creano trofei.

Quindi non puoi rappresentare la guerra senza torture. Non puoi essere un eroe senza torturare. Eppure nei videogiochi di guerra le torture sono sempre subite e mai perpetrate. I Call of Duty, i Medal of Honor… sono dei giochi ipocriti: rendono agevole ogni scelta obbligata dall’inizio alla fine. Non si espongono mai e, quindi, non espongono mai il giocatore. Non lo guardano, non si fanno specchio, non gli chiedono di andare oltre permettendogli di rifiutare. Rifiuto impossibile ma che lascia comunque un senso di straniamento.

È in questo scarto tra il fare / non fare che il videogioco si esprime, ovvero nella dialettica tra la performance del giocatore e la rappresentazione sullo schermo. L’azione ludica che genera rifiuto è quella che fa sorgere le domande, è quella che crea la tensione tra il giocatore e il gioco, che fa crollare il senso di onnipotenza e che rende evidente il ruolo del giocatore.

Continuando a sparare agli alieni perché gli alieni sono cattivi o a massacrare demoni perché i demoni sono cattivi, il medium videoludico rimarrà per sempre ancorato ad un infantilismo rassicurante, un po’ come una cameretta per bambini in cui non ci sono spigoli, non riuscendo mai a trovare la sua strada per crescere.

Voglio fare il programmatore!

Allora: da piccolo giocavi coi videogiochi e dicevi “da grande farò il programmatore dei videogiochi!”.

Così hai fatto una scuola superiore con specializzazione in Informatica, lamentandoti che non spiegassero le DirectX. Poi, una volta diplomatoti, hai deciso di fare l’Università con un indirizzo informatico, sempre lamentandoti che non spiegavano mai le DirectX.

Ed ora che hai finito, hai deciso che non vuoi rinunciare come tutti i tuoi compagni (che sono andati a fare gestionali che stampano bolle e fatture) e vuoi davvero fare il programmatore di videogiochi.

Come devi fare? Non lo so, ma ti dirò come ho fatto io.

Vediamo un po’: come avrai capito, mio amato e fedele lettore (o lettrice, ma temo sia dura), l’iter sopra indicato è proprio il mio. Tutto quello che ho scritto non è però necessario, anche se utile.

L’ITIS è stata una scelta vincente: mi ha dato le basi, però mi dicono che non tutti sono buoni. Io feci l’ITIS di Busto (e ci ho pure insegnato), quindi, nel caso scegli quello :D.

L’Università è utile ma, credimi, devi fare qualcosa a casa. Io, nel mio piccolo, iniziai a comprare libri come “Game Programming Gems” o “ShaderX” e realizzai il mio primo engine casalingo.

Faceva schifo, e non disegnava altro che cubi e sfere. Erano come figli, quei cubi. Le sfere no, non voglio figlie femmine: al giorno d’oggi, le ragazze di 15 anni a 10 anni hanno già conosciuto gli uomini.

Ci sono delle scuole alternative, come l’AIV, ma tu spenderesti 7000 euro per andare in una scuola privata i cui professori sono completamente sconosciuti? Io no. Poi vedi tu: comunque una piccola percentuale dei suoi alunni ha trovato lavoro in ottimi posti. Quella piccola percentuale avrebbe trovato gli stessi posti senza frequentare quella scuola, comunque.

Perfetto, ora che abbiamo parlato della scuola, magari vorrai sapere cosa deve sapere un programmatore di videogiochi. L’ambito è talmente ampio che forse sarà bene specializzarsi: io sono specializzato in Rendering, quindi ti parlerò di quel campo.

Per fare Rendering è bene che tu sappia a dovere la geometria e la matematica ad esso relative: trigonometria, matrici, vettori e tutte queste belle cose. Un po’ di analisi non ti farà schifo quando vedrai le formule con gli integrali, da trasformare da continuo a discreto.

Poi devi sapere il C++. Lo so che nei forum il C++ è considerato vecchio e brutto e tutti gli altri linguaggi invece sono considerati belli. Purtroppo non ho mai visto un SDK che non fosse in C o C++, quindi c’è poco da fare: studialo; e lascia perdere le eccezioni, perché sono lente per le nostre applicazioni (mica facciamo gestionali).

Di certo ti interesserà un’API per fare rendering: guardati le DX9. Se hai voglia le DX10. Sì sì, le OpenGL sono libere ed il tuo amore per Stallman ti farebbe propendere per queste. Lo so bene, davvero, conosco i fans dell’opensource meglio di quanto tu possa credere. Però, purtroppo, se vuoi fare questo lavoro, ti consiglio di tenere il tuo amore per l’opensource come un hobby, per cui guardati le OGL nel tuo tempo libero.

Ed ora il meglio: un po’ di ingegneria del software. Non c’è niente di più schifoso di un software scritto di getto, perché è sempre un casino e quando va espanso e debuggato è odioso. Guardati i pattern, provane un po’ e vedi quali ti piacciono (parti dai GOF – “Gang of Four“, perchè erano in quattro. Noi informatici facciamo ridere un casino).

E poi? Dunque, fammi ricapitolare: la matematica te l’ho detta, il C++ pure, le DirectX pure, l’ingegneria pure.

Se hai già fatto tutto questo, che aspetti a mandarci il curriculum? 😀

Più le cose cambiano, più restano le stesse.

Signori e signore, ecco a voi Resident Evil 4 e mezzo!

Delusione e amarezza.

La prima dimostrazione in-game della punta di diamante della line up di Capcom la posso riassumere con queste due parole. Per carità, tutti i trailer presentati fino a oggi sono stati capaci di entusiasmarmi, sono montati ad arte e non hanno particolari momenti bassi. Peccato che è crollato tutto, come un castello di sabbia, dopo aver visto una reale parte giocata in occasione della conferenza Microsoft pre E3. Ebbene, quella determinata (piccola) fetta di gioco mi è parsa davvero moscia, ma il vero problema è che il gioco, attualmente,  si presenta come una versione in HD di Resident Evil 4. Tutto è uguale a RE4, gioco che mi fece schizzare dalla sedia in preda allo stupore e incredulità in seguito alla visione dei primi screens su Gamecube. Oggi ci ritroviamo con un gioco pressoché identico nelle meccaniche e persino nelle animazioni. I nemici zoppicano allo stesso modo, se gli spariamo contro, barcollano e rovinano a terra seguendo le stesse identiche movenze dei vecchi contadini del precedente gioco! Non solo, alcuni di loro hanno il solito tentacolo che esce dal collo dopo essere stati decapitati e non rimane traccia di alcun livido se spariamo loro con un fucile, un mitra o addirittura un bazooka. Nessun arto staccato, neanche un singolo puntino rosso o nero sui loro corpi. Torna nuovamente il tizio con la sega elettrica, solo che qui fa meno paura, evviva!
Tutto qua? beh no, è stato mostrato anche il cooperative mode, che permette di giocare l’avventura con un amico, collaborando in determinate situazioni (un pò come in Resident Evil 0, solo che ci si muove in due contemporaneamente). Un pò poco direi, per un titolo tanto atteso, che ha saputo rinnovarsi in occasione del quarto episodio ma che non riesce a fare altrettanto con questo nuovo gioco in cui ci si aspettava un’esperienza più matura e sicuramente capace di sfruttare le moderne console. Bella la next-gen.

Trailer di Resident Evil 5 – E3 2008


Dimostrazione del gioco all’E3

La mia speranza è che da qui a marzo 2009 (mese in cui uscirà il gioco) tante cose cambieranno, altrimenti non potrò che rimanere deluso dall’operato di Capcom (e non sarebbe la prima volta).

Post semiserio sull’E3 (uno all’anno va scritto, sennò pare brutto)

L’E3, rinunciando alle gnocche, ha perso l’ultimo fattore filosofico che gli dava un senso. Da quando la fiera non è più addobbata da ragazzine semi-nude vestite in modo astratto, l’evento ha perso il suo ruolo, messo irrimediabilmente in crisi dal web.

Sembra paradossale ma è così. Se tutti i publisher si mettessero d’accordo e, in un giorno prestabilito, rilasciassero su internet il materiale che si portano in fiera, nessuno si accorgerebbe della chiusura della stessa.

L’E3 ha perso appeal, è stato spostato a Luglio (prima si svolgeva a Maggio), non è più sede di grandi annunci, che arrivano sempre ampiamente annunciati su internet (ma che bel gioco di parole).

Quest’anno stiamo tutti fremendo per… Flock! Cazzo è Flock?

Magari la Nintendo presenterà una guida al sesso necrofilo per Nintendo DS, con Mario che si accoppia con il cadavere di Luigi… chi può dirlo.

Rimane il fatto che l’attesa spasmodica del videogiocatore, ansioso di conoscere le novità in produzione per la sua macchina, si è fatta sempre più tiepida fino a diventare fredda.

L’unico motivo d’interesse vero di queste manifestazioni potrebbe essere l’incontro con qualche big dell’industria, ma anche vedere qualcuno della Sony che fa figuracce sul palco non sarebbe male (chi se la ricorda le presentazione del Sixaxis? Fu un momento atroce).

Il fatto è che per gli incontri, a parte le chat erotiche, c’è la GDC che detta legge, almeno per quanto riguarda il livello degli ospiti e degli interventi, mentre per vedere qualche personaggio eccentrico, come il Puglisi, conviene andare a Lipsia più che a Los Angeles.

Insomma, l’unica speranza che nutro è quella di vedere un nuovo modello di Nintendo DS, perché il mio è partito e devo ricomprarlo… riprendere lo stesso modello mi metterebbe addosso una forte tristezza.

A parte gli scherzi, speriamo che almeno le tre press conference dei big dell’industria siano interessanti…

Qualcosa sta cambiando.

The future’s in the air
I can feel it everywhere
Blowing with the wind of change
.”

Le dispute di stampo etico riguardanti i contenuti videoludici non sono di certo poche. Persino titoli non molto blasonati ma provvisti anche della minima controversia catalizzano l’attenzione del benpensante di turno (con risultati talvolta esilaranti (come nel caso di Stubbs The ZombieXbox, PC; 2005 – accusato di istigare al cannibalismo pur essendo evidente l’atmosfera permeata d’umorismo). La stampa generalista non si risparmia e si rende sovente protagonista di clamorosi svarioni, aumentando gli ottusi pregiudizi dei detrattori del medium videoludico e scatenando violente reazioni d’indignazione da parte dei videogiocatori.

Nel caso di The Torture Game 2 ho riscontrato una piacevole eccezione al quadro appena dipinto in una recensione apparsa su corriere.it ad opera di Franco Gondrano. Il videogame in questione è un’applicazione flash nella quale si ha la possibilità di torturare a proprio piacimento un manichino che, pur sanguinando copiosamente e dimostrando un’anatomia decisamente umana, sopporta senza alcun lamento le mutilazioni che l’utente decide di infliggergli (attraverso spilloni, lame, un’ignorantissima motosega and so on). The Torture Game 2 ha incontrato un notevole successo pur nella sua più totale inutilità sul piano ludico (non esiste un sistema di punteggio o qualsiasi spirito agonale; l’unico scopo è dar libero sfogo all’estro sadico che si cela nel giocatore) e abbondano entusiastici apprezzamenti e incitazioni ad ampliare il set degli strumenti di tortura. Risulta così degno di monsieur de La Palice osservare che il terreno è fertile per montare un classico caso scandalistico. Eventualità che fortunatamente non si è realizzata.

Franco Gondrano, pur non risparmiandosi nel sottolineare l’assoluta mancanza di senso e il netto cattivo gusto di The Torture Game 2, effettua un’opera di contestualizzazione che lascia supporre una conoscenza non superficiale dei videogame. Infatti, evidenzia che: “Il rischio è, come accade sempre in questi casi, che a essere travolta dal polverone che si alza in questi casi per le polemiche sull’utilizzo della violenza a fini di intrattenimento, sia tutta l’industria dei videogiochi […]”. L’autore del pezzo è perfettamente in grado di concepire il videoludo come un insieme frammentato e multisfaccettato e non mediante un monolitico paradigma che lo associa ad un contesto puerile. In fondo, il problema dei non-giocatori consiste proprio in questo, cioé nel ritenere che un videogioco in quanto tale possa e debba solo essere coniugato per un pubblico pre-adolescenziale. Tutto il resto è perversione, o quasi. Ciò genera l’enorme equivoco alla base delle incomprensioni reciproche tra censori ignoranti e comunità di videogamer.

In conclusione, avvertendo tali timidi segnali di cambiamento, non di giudizio ma di attitudine (credo nel valore del metodo piuttosto che nella forza di un’affermazione), mi sento ancora più motivato a rinnovare ad ogni videogiocatore l’invito di Mario Morandi e Marco Accordi Rickards di perseverare nell’opera di sdoganamento culturale con mentalità aperta al dibattito e non prona alle barricate. Ne dovrebbe valere la pena, no?

Prima riflessione su videogioco/sogno

I diversi luoghi, reali e immaginari, <> dal diurno o notturno alla spazio onirico, si trasformeranno in nuove realtà e regole di linguaggio” – Salomon Resnik, Il teatro del Sogno, p. 53

Più lo scontro si acuisce, più la visione del mondo si semplifica e la contrapposizione viene mostrata in tutta la sua pornografica brutalità. Il videogioco replica e favorisce il mito, lo moltiplica, lo rende meno intangibile e in continuo divenire: non più soltanto qualcosa che si guarda, ma qualcosa che si controlla e di cui ci si nutre. Morti gli dei il consumo si fa religione e al videogioco fra tutti sembra essere stata assegnata la teorizzazione del mito della guerra, l’io eroico ed egotico che domina rimuovendo i fattori di disordine e ogni minaccia alla sua sopravvivenza.

Tutti i fattori di sofferenza e di realtà vengono rimossi e rimane solo il momento eroico, costretto a perpetuarsi lungo tutta la durata del gioco.

Il videogiocatore diventa quindi la sua ombra rendendo il muovere/si e lo sparare la massima espressione di quel delirio che l’atto stesso del giocare presuppone, a causa della sua natura meccanico-performativa e del suo essere la strutturazione di un sistema di regole prima ancora che un programma.

L’immagine simbolo di questo stato di dormi-veglia è lo scenario ripulito di un RTS, lì dove la vittoria è certa e del nemico non c’è più alcuna traccia. L’erezione cessa, la maschera cade per un istante, almeno fino alla mappa successiva. I nemici non esistono che come entità anonime e distanti. Spesso sono delle semplici condensazioni di fattori, a volte anche discordanti, che interpellano e solleticano la cultura del giocatore senza lasciare diritto di replica.

Quello videoludico, più di qualsiasi altro medium e più della guerra stessa, ha bisogno di estremizzare i concetti di “mostro” e di “nemico”, per poter esistere, in modo da non far mai cessare la suadente perversione del richiamo al massacro. L’unico modo per rendere tutto lecito è quello di svuotare ogni possibile forma di coscienza

Ragazze e Videogiochi

Che i videogiochi siano un passatempo maschile, come il calcio o le moto, è uno stereotipo ancora molto diffuso in occidente.
In questa affermazione c’è del vero, ma non per una intrinseca “mascolinità” del medium, ma semplicemente perché, tendenzialmente, tendono (tendevano?) a essere programmati da ragazzi per un’utenza di ragazzi.
Ciò era, comunque, certo più vero in passato; oggi, considerato anche l’enorme successo che i videogiochi si sono guadagnati col tempo, le cose non sono più così. Ma si sa, le vecchie idee sono dure a morire.
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