Con gli occhi di un casual gamer?

Gli occhi di un casual gamer per l’industria dovrebbero essere assimilabili alle cavità scopiche del fanciullino del Pascoli, e invece somigliano più al frignare del poppante con i genitori in continua apprensione dopo ogni ruttino con suono “borp” invece che con suono “burp”.

L’industria tenta di stigmatizzare la critica, cercando di svalutarla e di ghettizzarla, provando però a trovare un punto di mediazione con indicazioni come “i giochi dovrebbero essere valutati partendo dal punto di vista del pubblico di riferimento”.

Uno, preso da un incontenibile onanismo intellettuale potrebbe pensare che un minimo di ragione in postulati del genere ci sia anche, ma basta fermarsi a ragionare un attimo per capire come il discorso porterebbe a un’inevitabile degenerazione della critica stessa.

Sarebbe come se l’uomo primitivo, invece di imparare da quelli che lo hanno preceduto, avesse preteso di azzerare ogni volta la sua esperienza e di riscoprire ogni cosa da zero. Ovvero ignorare che, ad esempio, quella cosa informe gialla e rossa è meglio non toccarla perché brucia.

Pretendere che la critica non critichi perché un decenne davanti al gioco di Shrek si esalta come un babbuino davanti a una banana è assurdo.

Perché dovrei rinunciare alla mia esperienza per valutare, non so, uno Spore qualsiasi? Perché dovrei negare a me stesso che negli anni 90 Will Wright stesso realizzò Sim Life che è, a livello di complessità e profondità, mille anni avanti a Spore? Perché dovrei “dimenticare” per fare un favore a quelli a cui piacerebbe che i videogiochi venissero sempre giudicati capolavori (in fondo devono venderli… li capisco anche)? Ho il diritto a soppesare? Quando qualcuno viene a dire che giochi come Sim Life erano troppo complessi ho il diritto di alzare le spalle ed essergli indifferente?

L’arte nasce dalla critica e viceversa, l’arte nasce (anche) perché c’è una critica. La poesia nasce come esibizione pubblica, non come fatto intimo e privato. Vorrei mantenere il mio diritto a fare parte di un pubblico con esperienza e non di uno vergine che considera i videogiochi nati con la PlayStation o, peggio, con il Nintendo DS.

So da dove vengo, so dove vorrei andare (dove mi era stato promesso che si sarebbe andati) e capisco dove stiamo andando, ma voglio mantenere il diritto di non farmelo piacere, perché se è assurdo che tutti giudichino un videogioco dal punto di vista più gradito a chi lo produce, è ancora più assurdo che qualcuno creda di poter rinunciare a quello che è stato per poter venire incontro alle esigenze dell’industria.

Se la quantità di persone che acquista e gradisce un gioco fosse un metro di giudizio valido, basterebbero le classifiche di vendita per farsi un’idea di quali siano i videogiochi migliori e quelli peggiori. La verità è che non ha senso chiedere alla critica di abbracciare il punto di vista del lettore/giocatore medio, altrimenti la si fa diventare inutile e dannosa, perché incapace di esprimere una sua peculiarità, ovvero di porsi sopra le parti esaminando le cose dalla giusta distanza.

La critica fa il suo lavoro non certo quando stronca o quando esalta, ma quando analizza, quando trae argomenti da quello di cui fruisce, quando ne coglie alcune contingenze. La critica non dovrebbe essere quella che mette i voti o che scrive comunicati stampa sotto forma di anteprime e, spesso, di recensioni, ma dovrebbe cercare di “leggere” i videogiochi grazie a un certo bagaglio culturale ed esperienziale. L’alternativa è avere un ruolo da ratificatori di giudizi espressi a maggioranza. Una mera perversione di un concetto malato di gusto e democrazia.

Little Big Planet ed il Corano, ovvero la Religione ed il Mondo Reale

Little Big Planet, uno dei titoli più attesi per PS3 era ormai prossimo all’uscita quando, sul forum europeo di PlayStation.com ecco apparire un messaggio urgente (che è stato subito rimosso, questa è una copia cache) che rende noto una violazione delle norme di moralità secondo i dettami della religione islamica. Una delle canzoni che fanno da colonna sonora al gioco, infatti, citerebbe due frasi del Corano e, per l’Islam, citare frasi sacre accompagnate da musica o danze è una grave mancanza di rispetto. La reazione di Sony al post (che per quanto ne sappiamo potrebbe essere stato scritto anche dal nostro Monopoli per minare la diffusione della PS3, visto che al solo pensiero di programmarla sta male) ha lasciato interdette moltissime persone.

Poiché si trattava di Islamismo, quello che si presume abbia fatto esplodere le torri gemelle, e non di quell’inoffensiva arma di intolleranza di massa che porta il nome di Benedetto Mk16, la Sony non solo ha deciso di intervenire tempestivamente, ma lo ha fatto nella maniera più radicale possibile, ritirando tutte le copie del gioco e facendo slittare la data di distribuzione per avere il tempo di rimasterizzare copie con i contenuti corretti.

Qualcuno ha fatto notare che la canzone reputata offensiva (Tapha Niang di Diabate’s Symmetric Orchestra, canzone tutt’altro che ignota, vincitrice anche di un Grammy) non solo è in distribuzione discografica senza conseguenze da oltre due anni ma è anche opera di un mussulmano.

Rimane il problema del contesto: la canzone era lì perché era gradevole non certo perché il gioco voleva attaccare una religione o mancare di rispetto ad un credo. Ce lo vedete Sackboy a fare il ragazzaccio in stile Rockstar?

Resta comunque il problema etico del perché assecondare una minoranza religiosa ed imporre le sue scelte al resto della comunità. A guardare bene, in realtà, il discorso è estendibile a qualsiasi altra religione: perché assecondare qualsiasi dettame religioso fuori dal suo contesto d’applicazione (ovvero il culto e la vita del religioso osservante)? Quanto bisognerà aspettare che God of War sia reputato immorale o irrispettoso perché rappresenta divinità pagane messe al bando da molte religioni di massa? Perché un religioso osservante non può semplicemente privarsi di qualcosa spontaneamente piuttosto che imporre la propria visione della realtà su tutti? Non sono forse gli individui a scegliersi la religione oppure i gamer di tutto il mondo hanno il vizio di giocare su maxi-schermi solo in moschee, sinagoghe, sedi di Scientology o chiese, impedendo ai religiosi di non rimanere offesi?

E’ semplice estremizzare: in quasi tutti i giochi ci sono donne che vanno in giro a discinte ed a capo scoperto, somma onta per le religioni islamiche (che non sono certo le prime per rispetto ed uguaglianza verso il sesso femminile, ci sarebbe da ribattere), perché non adeguare anche quelli allora? Mettiamo il burqua a Lara Croft e, già che ci siamo, facciamo sposare in chiesa Duke Nukem, invece di farlo andare a puttane.

Di recente si è parlato tanto di videogiochi ed incitazione alla violenza o all’odio razziale, pochi hanno preso coscienza che, con il massificarsi del mezzo, essi continueranno sempre più spesso a cozzare con le sensibilità religiose di tutto il mondo. Ormai il videogico ha una potenza espressiva tale che le conseguenze di una censura hanno una portata ben maggiore della censura dei crocifissi in Castlevania per NES.

In passato è accaduto per Dungeons & Dragons, Magic The Gathering e moltissimi altri giochi da tavolo che furono additati dalle più disparate religioni come elementi perturbanti la sensibilità dell’osservante. D&D ha riavuto i suoi diavoli e demoni solo dopo una decina d’anni, Magic ancora porta i segni di illustrazioni censurate e testi modificati, nonostante molte nuove carte siano decisamente più offensive delle vecchie. Entrambi i giochi sono ormai ben accetti anche in quei salotti religiosi che li avevano originariamente messi al bando.

Questo sta a dimostrare che, alla fine, gli unici ad essere danneggiati da tutto ciò sono proprio gli osservanti stessi: incapaci di fare una piccola rinuncia e di mettere alla prova la loro fede, spingono per un’omologazione globale che renda le cose un po’ più facili per loro, ignari di minare gradualmente i principi morali per cui vivono.

Il loro non è un grido di sfida: è una richiesta d’aiuto perché sono così vulnerabili da essere incapaci di evolvere il loro pensiero critico autonomamente. Aiutiamoli, ma stiamo sempre attenti che i desideri di pochi non prevarichino le libertà fondamentali di molti.

Giocare adesso… O mai più?

Cogliere l’attimo: “Carpe diem”. Odio questa frase. No no, per carità, rispetto ciò che di storico si cela dietro di essa ma proprio non apprezzo il fatto che ormai chiunque la utilizzi così disinvoltamente, quasi come fosse una moda e in buona sostanza senza comprenderne il vero significato. Proprio l’altro giorno un mio amico (eh, chiamiamolo amico) mi ha fatto vedere il suo nuovo tatuaggio con questa frase (tra l’altro con la K santo iddio!), fermo restando che per lui “cogliere l’attimo” si riferisce al non perdere l’occasione di giacere con una donna sempre nuova. Ma non voglio divagare e soprattutto vorrei spiegare il motivo del mio così aspro esordio. Oggi ho intenzione di porre l’accento su una questione a cui penso da un po’ e che solo adesso ho deciso di tradurre in scrittura, anche per sapere quale sia la vostra opinione.
Giocare i titoli al lancio è fondamentale? O forse è solo importante ma non necessario per apprezzarli appieno? Me lo chiedo da un po’ perché essendoci state delle lacune non indifferenti nel mio passato videoludico, ho cercato di porvi rimedio in periodi recenti. E dunque ho messo mano a Final Fantasy VII solo due anni fa, completandolo (tra l’altro su PC) considerando che all’epoca della sua uscita ero un pcista convinto, preda inerme del fascino irresistibile delle avventure grafiche che, fin quando non avevo un computer, comprato appunto in concomitanza con l’uscita del capolavoro di Square-Enix, avevo potuto giocare fugacemente solo a casa di un amico. Solo qualche mese fa ho completato The Legend of Zelda: The Wind Waker, dopo essere rimasto bloccato eoni prima, e avendo dato la precedenza a Twilight Princess, portato a termine tutto d’un fiato, e ad altri capolavori che ora non sto qui ad elencare.

Bene, dove voglio arrivare? E’ molto semplice: per quanto abbia potuto constatare che tali giochi fossero realmente delle perle da non farsi sfuggire in alcun modo, e per quanto il mio “mea culpa” videoludico mi abbia spinto a portarli a termine con doveroso rispetto, non ho comunque sentito quell’atmosfera di “magia” che forse (e sottolineo forse) avrei avvertito se avessi giocato questi due titoli al momento della loro uscita sul mercato. Adesso, capirete meglio di me che sono spesso le circostanze a tenerci lontani dal giocare certi gioielli, come i due da me citati. Nel primo caso, nell’ormai lontano 1997, non disponevo di una PlayStation, nel secondo caso rimasi bloccato in maniera talmente stupida che altrettanto stupidamente decisi di cancellare il salvataggio con il risultato di ritrovarmi con una svogliatezza senza pari all’idea di ricominciare. Insomma, per quanto obiettivamente straordinari (soprattutto il primo) i due giochi non mi avevano preso come avrebbero fatto, secondo me, se li avessi giocati a tempo debito. Sia chiaro, i giochi se sono belli restano tali per sempre, ma certe volte il fatto di giocarci in un determinato periodo aiuta ad apprezzarli al 100%, non soltanto come giochi in sé, da valutare obiettivamente, ma anche come esperienze di vita.

In tante circostanze ho sentito gente dire: “Ah, i giochi di adesso non sono come quelli di una volta, adesso si è persa quella magia, non è più come prima” e così via. Troppe volte il videogiocatore è preda di quel sentimento subdolo che si chiama nostalgia e che non fa altro che far apparire spesso la realtà in maniera distorta. E’ importante giocare i videogiochi, quelli che contano almeno, al momento della loro uscita, siamo d’accordo, ma non si deve cascare nell’inghippo di farsi catturare dal momento, di fossilizzarsi su quel periodo, privandosi così della possibilità di vedere poi il mondo dei videogiochi in maniera ottimistica nel futuro. Torniamo ad Hyrule ed esaminiamo il caso di Twilight Princess. Splendido, in ogni sua parte. Giocabilissimo, sia su GameCube che su Wii e con poche pecche. Eppure c’è ancora gente che sostiene che il miglior Zelda in assoluto sia Ocarina of Time (da ora in poi OoT). E potrei anche essere d’accordo se si motivasse la scelta citando la trama, davvero straordinaria in entrambi i casi ma forse un tantino più affascinante nel secondo caso. Ma non mi si può venire a dire (è una discussione che ho affrontato con più di una persona in giro per i forum e anche faccia a faccia) che OoT sia migliore in senso assoluto, anche come gioco in sé. Armato della doverosa umiltà di chi il gioco lo ricordava per grandi linee, volli intraprendere un viaggio negli straordinari ambienti di OoT per la seconda volta (o forse terza o quarta). Entrato nell’albero Deku, già i primi difetti venivano a galla: per uccidere un ragno ho dovuto sudare sette camicie e anche gli altri nemici, oltre al livello di difficoltà vero e proprio, complicavano la giocabilità tediando il giocatore. Adesso, vi prego di non linciarmi, non voglio parlare male di OoT, lo amo, lo adoro, ha segnato un bellissimo periodo della mia vita di videogiocatore e ne ricordo atmosfera (riprendendo il discorso di prima sul giocare i giochi appena escono), musiche e fascino. Tutto ho apprezzato di OoT. Ma secondo me quando si dice che è il miglior Zelda in assoluto si dovrebbe stare attenti, poiché non si può non incappare nell’errore di non considerare una giocabilità non straordinaria, una Navi che certe volte pareva parecchio imbranata ripetendo le stesse cose e non offrendo un vero suggerimento al giocatore, e una gestione delle telecamere da rivedere sotto molti punti di vista. E non venitemi a dire che tutti questi difetti erano giocoforza considerando l’anno in cui è uscito perché Super Mario 64, di due anni prima, era pressoché perfetto in quanto a gameplay.

La verità è che è un gioco bellissimo per la trama, per gli aspetti rivoluzionari apportati dal 3D (era il primo Zelda tridimensionale) e per una serie di ricordi nostalgici che associamo ad esso. Ma spesso tocca essere obiettivi e fare i conti con quello che un gioco è oggettivamente, lasciando perdere le sensazioni che quel titolo ci ha fatto provare a suo tempo altrimenti rischieremmo di non apprezzare i seguiti e di etichettarli tutti dicendo “belli sì, ma quello di dieci anni fa era meglio”. Personalmente ho provato la stessa cosa anche con Soul Calibur, io stesso ho sempre pensato che il primo per Dreamcast fosse il migliore, salvo poi ricredermi dopo averci rigiocato. Perché era migliore del 2 e del 3 e del recentissimo 4? Cosa aveva in più? Nulla! Era migliore, per me, soltanto perché mi ricordava lo shock provato dal vedere questo titolo straordinario muoversi sulla prima console a 128 bit della storia. Non era obiettivamente migliore dei capitoli successivi, ma lo era per una serie di ricordi nostalgici legati ad esso. Ora, mi viene da pensare per esempio che non ci sarà mai un gioco come Oblivion nel panorama dei giochi di ruolo occidentali. Con Oblivion sono arrivato a oltre 200 ore di gioco e ancora non mi sono stancato (poiché ancora non ho fatto proprio tutto), adesso corro il rischio di considerarlo per sempre come il miglior capitolo della serie Elder Scrolls pur sapendo bene che è buggatissimo. E se il quinto episodio, quando uscirà, dovesse essere migliore, avrò il coraggio di scrollarmi di dosso questa nociva nostalgia che potrebbe impedirmi di valutare le cose in maniera obiettiva e senza far ricorso all’affetto che si può provare per un videogioco? Riuscirò a godermi appieno il prossimo capitolo senza pensare all’attaccamento che ho per l’attuale? La verità è che la nostalgia presenta anche un rovescio della medaglia, poiché spesso aiuta ad avere bei ricordi di un gioco e senza ricordi non si può affrontare il futuro. Semplicemente, dovremmo cercare di attaccarci un po’ meno ad essi e avere belle speranze per il futuro, senza rimpiangere sempre i cari bei vecchi tempi, altrimenti si rischierebbe di arrivare ad affermare che “si stava meglio quando si stava peggio”.
In conclusione, vi prego di non considerare questo articolo solo per i titoli che ho citato, li ho riportati perché sono esempi che nel mio caso possono calzare a pennello. Capite bene che il discorso che ho voluto affrontare è incentrato sulla potenza che i ricordi possono avere e su quanto possano distorcere la realtà.

Sulla console war

Per un interesse meramente socio/antropologico sono diventato un fan della console war. Non tanto dei suoi contenuti, che continuo a considerare assolutamente inconsistenti, quanto delle diverse reazioni dei vari trogloditi che si prodigano nella difesa a spada tratta del proprio sistema di gioco. Entri su un forum ben popolato e la butti lì in un topic a caso: “l’Xbox 360 è superiore”, “la PS3 è superiore”, “il Wii ha più giochi” e così via. Basteranno pochi secondi per assistere all’arrivo dei cavalieri della guerra santa, i crociati delle multinazionali del divertimento, quelli che vedono un’anima nella scatola di plastica che hanno acquistato a caro prezzo e con cui copulano, pardon, giocano tutti i giorni. Bastano in paio di attacchi ben assestati ed ecco arrivare l’opposta fazione che, manganelli testuali alla mano, si dimostrerà recettiva e pronta a caricare l’esercito rivale. In breve si scatenerà una guerra fra gladiatori impazziti che se le daranno di santa ragione, urlandosi addosso frasi senza senso (sempre relativamente ai forum) e sparando tesi a caso per dimostrare di avere ragione.

Esiste niente di più bello di bambini di venti anni o più che tentano di prevaricarsi verbalmente per avere la meglio su una questione assolutamente inutile? È che mi piace immaginarli infuriati, con la faccia rossa dietro allo schermo, con un colino di bava sulla bocca, che digitano parole biliose convinti di essere dalla parte giusta e di stare conducendo una specie di battaglia voluta da qualche divinità superiore. Questione di vita o di morte.

Di base uno dovrebbe deprecare queste attività, ma con gli anni ci si deve rendere conto che fanno parte del gioco e che sono insite nel cervello umano. La necessità di dimostrare la superiorità di quello che si è, rapportato a quello che si ha, è una delle cause prime dello sviluppo della società come lo conosciamo.

Se come dice Vattimo è dallo scontro che nasce la verità, allora lo scontro è inevitabile, per quanto becero possa apparire. Ovviamente nel nostro caso la verità non emerge dai contenuti dello scontro stesso ma da qualcosa che gli sta sopra, una specie di sovrastruttura ineliminabile che lo determina. È un po’ come identificarsi in una visone politica o in una religiosa e scontrarsi continuamente anche su dei valori che, discussi a tavolino con calma e razionalità, sarebbero condivisi.

Generalmente si segue l’istinto che rende comodo pensarla in un certo modo e il mondo dei videogiocatori non è escluso da questa ineluttabilità del pensiero, ovvero da una sua predeterminazione di cui lo scontro è soltanto l’effetto immanente e più evidente… la sabbia gettata negli occhi, insomma.

Foto di: Chris Bury

La vergogna di mostrarsi

Videogiocatore ego sum e ne vado fiero.

Non lo nascondo a nessuno, neanche alla gente anziana, alla vicina di casa (ogni scusa è buona per infilarle un discorso), alle amiche e alle persone appena conosciute. Dopotutto il Videogioco è la mia passione primaria, al pari solo della musica; nient’altro può scavalcarlo.
Abbiamo appurato che, da un paio di anni a questa parte, grazie alla nascita del casual gaming (che in verità esiste da molto più tempo, solo che in ambito console era molto meno diffuso), parte dei flame sui vari forum ha cambiato oggetto, spostandosi su questo fenomeno in espansione. Il casual gamer moderno, che sempre più spesso io identifico in un individuo maturo (diciamo oltre i 35 anni), considera i videogiochi (che conosce) semplici passatempo, spesso assuefacenti, ma pur sempre giochetti (e in fondo lo sono), credendo che un po’ tutto l’universo videoludico sia composto da opere di tal sorta e ignorando il perché di tanta pubblicità e clamore attorno a produzioni ben più importanti di un Cradle of Rome qualsiasi. Pertanto, questi videogiocatori non sono visti di buon occhio e difficilmente li approcciamo nella giusta maniera, atteggiamento che personalmente non condivido più. Proviamo a guardare il bicchiere mezzo pieno: non è possibile, secondo voi, coinvolgere queste persone e trasformarle (anche solo un po’) in Videogiocatori che apprezzano e rispettano questo medium, attribuendogli l’onore che merita?

Molti di noi si nascondono, hanno paura del giudizio degli altri e quindi non fanno parola su come trascorrono il loro tempo libero, magari accampando banali scuse (“ieri sono stato a casa a studiare tutto il tempo”) per sviare. Quando parliamo di videogiochi dobbiamo mostrare la luce nei nostri occhi, dobbiamo trasmettere il nostro entusiasmo, far capire che noi non buttiamo via il nostro tempo e i nostri soldi, perché il nostro hobby è in grado di offrire tanto, alla pari e forse più di altri. Possiamo definirci fortunati, perché stiamo vivendo l’evoluzione e la crescita di questo settore; siamo soltanto noi che possiamo spingere tale divenire nella giusta direzione, sfruttando questo periodo di transizione che al momento ci sta portando un po’ di smarrimento e amarezza (mi riferisco all’invasione del casual gaming, alla delusione avuta da questa nuova generazione di console in HD, che ha cozzato contro alcuni limiti tecnici in precedenza sottovalutati). Possiamo farlo, dobbiamo farlo. Spargete la voce, il Videogioco è per tutti e va conosciuto.

I’m a Videogamer, and fokkin proud of it!!!!!

Pensiero mattutino

Stamattina mi sono svegliato con una strana voglia. Niente di troppo complicato, niente su cui dilungarsi.

Un desiderio buono per riflettere nel momento che passa tra un sorso di cappuccino e un morso al cornetto.

Vorrei vedere la crisi dei mutui subprime riflessa nei videogiochi.

Vorrei che per una volta qualcuno s’impegnasse a leggere la crisi rappresentandola con il medium videoludico.

Vorrei un po’ di realtà in tanta fintissima finzione.

Ecco, vorrei tanto che i videogiochi iniziassero a confrontarsi con la realtà, a darle voce, a renderla parte della loro rappresentazione.

Intanto mi intristisco un po’ provando a farmi piacere Spore. Sto cercando la “genialità” in tanta pochezza.

La konsole war è old.

Il settore dei videogiochi è stato – sin dagli albori – un ramo dell’intrattenimento di esclusiva (o quasi) competenza di appassionati, cioè di persone in grado di seguire la scena e, talvolta, di entrarvi e prendervi parte. Oggi un tale paradigma non funziona più per inquadrare il giocatore-tipo: l’audience si è diversificata, e al contempo si è ampliata. Le folkloristiche ma spesso odiose console war del passato hanno lasciato il posto ad una dicotomia forse più sottile, ma decisamente di portata epocale per il medium: l’hardcore e il casual gaming (pur non amando le etichette, trovo che in questo caso funzionino bene per indicare a grandi linee gruppi di utenti). Non è certo difficile rilevare dove si concentrano gli sforzi dell’industria: la platea di giocatori casuali e di non giocatori costituisce mercato appetitoso e principale motivo di crescita del business videoludico (nei soli Stati Uniti studi stimano un bacino di 150 milioni di utenti). Tale status quo ha ovviamente lasciato con l’amaro in bocca coloro i quali hanno sostenuto per decenni publisher, sviluppatori e giornalisti con la loro genuina e costante (e non modaiola e probabilmente effimera, verrebbe da aggiungere) dedizione.

Nella community di Ars Ludica la questione è stata affrontata diffusamente, e in un topic dedicato al paventato tramonto dei titoloni tripla A si è potuto assistere alla definitiva esplicitazione del problema: fermo restando che i fatti mostrano senza dubbio che ormai il mare magnum delle produzioni videoludiche appare composto da videogiochi di facile appeal (declinati in browser games, cloni di Brain Training per DS, WiiFit e via di questo passo), generalmente poco impegnativi e alcune volte caratterizzati da assoluta mancanza di elementi agonali, è stato curioso notare una eterogenea interpretazione della situazione, con oscillazioni tra un cauto ottimismo (è un momento di transizione, il videoludo è ormai sdoganato) e un preoccupante pessimismo (la qualità dell’offerta andrà sempre a peggiorare).

Ho così drizzato ulteriormente le antenne, fino a rintracciare, in un articolo di Forbes intitolato – con evidente gusto del macabro – “Requiem For The Hardcore”, le prospettive di due autentici guru dell’industria: Will Wright e Warren Spector. Entrambi hanno confermato il cambiamento ideologico dei grandi publisher: i soldi non si fanno più con tecnologie ardite e gameplay articolati ma con la semplice genuinità dei titoli casual; i core gamers non rientrano più tra i piani delle grandi compagnie – e sarebbe stupido per un artista trascurare quella che è la platea più ampia, ha chiosato Spector. Wright, parimenti, ha confermato che in Spore tutto il testing è stato condotto da non giocatori o da utenti-tipo di “The Sims”, emarginando in questo modo i videogiocatori più smaliziati. Sedotti e abbandonati? Non esattamente: esiste una scena indie in rapida crescita che sta acquisendo via via maggiore auto consapevolezza, David Cage sta lavorando a un titolo che promette di costituire la chiave di volta definitiva in quanto a emotività nei videogiochi, e si sta facendo largo l’idea che non debba essere la piattaforma hardware a discriminare la fruizione di un’opera. Se non altro, l’evoluzione del mercato ha reso obsoleta la console war e ora persino nei forum ci si interroga seriamente sul significato e le potenzialità del medium videoludico. Vi sembra poca cosa?